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Venti anni di Kid A dei Radiohead

Un segno inevitabile del tempo che passa è che i tuoi dischi preferiti stanno invecchiando. In men che non si dica ti ritrovi al posto di quelli che quando eri un giovane-adolescente, invece dell’adulto-adolescente che sei ora, pensavi fossero un po’ tristi perché ancora si guardavano indietro, ai tempi in cui erano a loro volta giovani-adolescenti e che a te sembravano lontanissimi, tipo gli anni ‘80 o giù di lì se, come me, sei cresciuto musicalmente nel primo decennio degli anni Zero. Adesso ti guardi intorno e, nonostante ascolti tantissime cose uscite negli ultimissimi anni, non capisci la musica più amata dai giovani adolescenti di oggi. Ci sta ed è normalissimo, ma passiamo oltre. 

Tra i gruppi che noi giovani adolescenti con una passione smodata (nel senso sia di enorme che di fuori moda, a ben pensare) per la musica (almeno pseudo) alternativa, ce ne sono alcuni che sono spariti nel nulla, mentre altri hanno lasciato un segno più o meno profondo. Altri ancora li abbiamo comunque ereditati dal decennio precedente, sebbene fossero una bestia molto diversa, e spesso erano in grado di mettere d’accordo gli ascoltatori di tutto lo spettro di quel macrocosmo che è l’alternative.

Uno di questi, senza ombra di dubbio, sono i Radiohead. 

Radiohead

Uno sguardo a 20 anni fa

I Radiohead negli anni Duemila erano quel gruppo che veniva amato da quello che ascoltava il neo-prog così come dal punk, dal metallaro che disegnava /m\ sul banco di scuola all’indie intellectual mod chic col cardigan (ve la ricordate la pagina?), ma in realtà anche dai “poppettari” più o meno ricercati. Insomma, erano un’istituzione trasversale, e sì, lo sono ancora. Mentre alcuni illustri colleghi si sono andati a schiantare contro le loro stesse aspirazioni, i Radiohead hanno mantenuto sempre quell’aura di sacralità, giustificata da un apparente non essere mai scesi a compromessi e dalla capacità del tutto invidiabile di riuscire ad anticipare molte tendenze musicali a trecentosessanta gradi. 

Il primo incontro con i Radiohead, per chi scrive, risale all’uscita di Hail To The Thief, quando su MTV ancora trasmettevano IN PIENO GIORNO, scritto grande perché pare assurdo, i video di band come i Radiohead. Inoltre, su FIFA 2004, si poteva ascoltare il fantastico giro di basso di Myxomatosis, sempre tratta dallo stesso disco.

Ma fu nel 2007, quando i Radiohead furono, a naso, il primo gruppo enorme a regalare la propria musica con l’uscita di In Rainbows, che iniziai il mio approfondimento sul tema. Avevo 14 anni e la musica dei Radiohead mi investì come immagino faccia un tir in autostrada. Mi sembrava tutto stranissimo e assurdo, inquietante ma nel modo più rilassante possibile. E se i pezzi più noti e amati dal grande pubblico erano ovviamente i singoloni dei Radiohead pre-sintetizzatori, come Karma Police, Creep o Paranoid Android, personalmente mi sono sempre trovato più vicino ai Radiohead post-sintetizzatori.

Da subito, i miei dischi preferiti sono diventati Kid A e Amnesiac.

Io, ragazzino cresciuto a pane e Blink 182/Green Day, da poco entrato nel mondo di quella che mi sembrava musica da grandi grazie a Arctic Monkeys e Muse (paradossalmente adesso ascolto più volentieri Enema of the States che Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not), non riuscivo sinceramente a realizzare come fosse possibile scrivere roba del genere. Mi sembrava musica freddamente emozionale, come un sociopatico che pensa di far finta di avere delle emozioni ma che in fondo poi ce l’ha davvero e questo lo rende nevrotico nel modo più razionale possibile – ok, non l’avevo definita così ai tempi, però rende l’idea, una sorta di ragione viscerale. Ed è qui che ci colleghiamo a quanto detto prima: Kid A, che già ai tempi era uscito da sette anni e mi sembrava un’eternità, quest’anno compie 20 anni. Per farti capire, ha vissuto quanto, se non più di, quel tuo cuginetto che non si ricorda l’11 settembre e sco*a molto più di te. 

Come è nato Kid A

Kid A è un disco che ha lasciato il segno, figlio dell’urgenza creativa che ha colpito dei musicisti alle prese con il blocco dello scrittore, come se la forma canzone all’incirca pop dei Radiohead novantini con gli strumenti acustici non fosse più in grado di esprimere tutto ciò che frullava per la testa di Thom Yorke e compagni.

E quindi si cambia marcia: ad essere protagoniste di Kid A sono le canzoni e il loro fluire, non i componenti della band

Sono i mood che evocano, l’atmosfera eterea da sogno lucido. E la sperimentazione, tanta sperimentazione. La storia narra che inizialmente fu molto complicato entrare nel mindset che non per forza tutti i membri della band dovessero suonare su tutti i pezzi. Una palestra mentale e musicale, insomma, che ha portato i Nostri ha sfornare uno dei capolavori più riconosciuti di tutti gli anni Duemila. Un disco stratificato e tendenzialmente complicato che si è comunque trovato ad essere primo in classifica negli Stati Uniti, tra gli altri, nonostante l’assenza di videoclip e di singoli. Dire che ci si è trovato sarebbe comunque sbagliato: Kid A, oltre ad essere comunque un disco di una band che godeva di un’ampia fama già da un decennio, è anche uno dei primi casi in cui venne cavalcato l’hype, quella parola che tanto ci piace usare oggi, anche tramite una campagna virale costruita ad hoc sui canali web della band.

Radiohead

Se questo sembra la normalità oggi, nel 2000, quando internet era ancora un non-luogo sfuggente in cui circolavano stranezze di ogni tipo e non il centro commerciale virtuale che conosciamo oggi, era un qualcosa di estremamente nuovo. I Radiohead si sono fatti carico delle loro insicurezze sia personali, come la depressione che colpì Yorke a causa del successo raggiunto dai tre dischi precedenti della band (l’acerbo esordio Pablo Honey, la crescita di The Bends e il capolavoro dei primi Radiohead, Ok Computer), che macrosociali, in tempi in cui la sfiducia nel capitalismo cominciava a dilagare. E tutto ciò è sintetizzato alla grande nel disco. 

Everything in its right place

Gli si può criticare che con quel mix di free jazz, idm, krautrock, prog-rock e post-rock non si siano, in fondo, inventati niente? Sicuramente sì, e gli stessi membri della band affermano di aver semplicemente preso ispirazione da ciò che ascoltavano in quel periodo. Ma è nel modo, e sicuramente anche nei mezzi, che sta la differenza: i Radiohead hanno masticato il tutto e ne hanno sputato una loro versione personalissima, riuscendo a spingere il prodotto tramite canali mainstream, nei quali, va osservato, comunque già si muovevano da tempo, difficilmente accessibili dagli artisti underground. E se questo può sembrare un po’ paradossale, vista la carica anti-capitalistica che caratterizza la band e in particolar modo quel periodo della band, ha anche avuto il merito di far venire a galla realtà che difficilmente avrebbero trovato spazi nelle orecchie di molte persone. 

Venti anni dopo Kid A

Insomma, Kid A ha cambiato le regole del gioco, ha dimostrato che è possibile fare musica di successo senza doversi per forza piegare alle regole del mercato ma, anzi, facendo sì che siano esse a piegarsi alle necessità della band – tipo una versione musicale dell’assioma secondo cui è l’economia a dover servire la politica e non il contrario

Io e i Radiohead ci siamo un po’ allontanati del tempo: dopo “In Rainbows”, ennesimo capolavoro per chi scrive, sembra che i Radiohead si siano un po’ rinchiusi nella comfort zone (sì, lo so, è sempre problematico criticare i Radiohead). Ma questo, alla fine, non è un problema: gli inglesi restano una delle band più amate del mondo, con un ampio catalogo che appaga i gusti di tanti tipi di ascoltatori. Sono quindi del tutto sicuro che, tra venti anni, qualche altro adulto-adolescente scriverà un articolo per i quaranta anni di Kid A, e che il suo peso musicale resterà enorme. Ma, come si suol dire, ai posteri l’ardua sentenza.

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Roberto Duca

Umbro lacustre, ascoltatore e suonatore seriale come gli assassini. Nel tempo libero studio Sociologia e politiche sociali – ma ancora per poco, pare.

Paciano, PERUGIA

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