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Taiwan ha gestito la crisi molto meglio di chiunque altro

In questi giorni sui social sta saltando una notizia, tratta da un articolo del Singaporense “Straits Times” sul come sia stato bravo Taiwan a gestire la pandemia.

La cosa divertente è che quasi nessuno era in grado obiettare alcunché in merito, vuoi per ignoranza geografica e politica ma soprattutto per totale ritrosia mentale italiana che qualcuno possa aver fatto meglio di noi. Ricorderete tutti i titoloni “il mondo ci copia i decreti Covid!”, buoni solo a tenere l’italiano medio felice e contento delle risposte dei gerarchi minori e di un’opposizione di destra che da tale narrativa non poteva certo discostarsi nei suoi abbastanza ridicoli tratti moderni. Spuntarono pure le ‘bimbe di Conte’, un fenomeno al limite tra tragicommedia umana e sessismo latente.

Ad ogni modo, come sempre in Italia, ciò che non si capisce si salta. Beh, forse allora sarebbe il caso, grazie a questi spazi che ExCentrico fornisce, di leggere. Perché magari saremmo pure soli nell’Universo, ma su questo pianeta non lo siamo, e se avessimo avuto l’umiltà umana di vedere, ascoltare e capire cosa ci succedeva attorno avremmo potuto scamparci i lockdown. Assurdo? No, e Taiwan ne è un esempio.

Esempio del fatto che prevenire è SEMPRE meglio che curare. Sapete che da Giugno vanno allo stadio senza distanziamento? Certo, di baseball, ma i gusti son gusti. Ad ogni modo in USA e altri baseball maniac nations (ossia il Giappone) la lega taiwanese era l’unica mandata in onda. Immaginate il ritorno economico.

Facciamo un passo indietro

Contestualizziamo cosa sia Taiwan, detta anche Repubblica Cinese (ROC).
L’isola, che i nostri studi alle elementari ci hanno insegnato a chiamare “Formosa”, ha circa 24 milioni di abitanti, presenta una vastità di lingue/dialetti cinesi parlati ed una cultura ricchissima. Infatti, a parte il sud est asiatico e le diaspore cantonesi in America, Taiwan è il posto dove la cultura cinese è viva e vegeta. No, in Cina, quella continentale, la Repubblica Popolare Cinese (PRC), la cultura è stata massacrata ed azzerata da Mao per ben due volte.

Mappa dell’isola di Taiwan

A cui aggiungete Inner Mongolia, Tibet, Uiguri e capirete che l’omogeneizzazione etnica forzata da Pechino non poteva che massacrare la cultura millenaria di mille popoli. Perché questa Cina è fatta dall’etnia Han per gli Han, ma non esistono solo loro. 

Tornando a Taiwan, a parte pochi isolotti del pacifico, forse qualche nazione dell’Africa minore e il Vaticano, nessun altro paese li riconosce come un paese a causa della ‘One China Policy’, la politica di una sola Cina che Pechino ha spinto dei decenni. Tutti i paesi però, in un modo o nell’altro, riconoscono delle missioni economico-culturali del governo di Taipei nei propri paesi e vi ha delle missioni.

“Aspe’, quindi ci stai dicendo che la Cina spinge il mondo per una cosa puramente di facciata?”

Oui. Le apparenze sono tutto in Asia. Persino ai giochi olimpici Taiwan partecipa sotto un nome non suo, bensì quello di “Chinese Taipei”, una roba ridicola per molti ma che salva ‘la faccia’ a Pechino che si vergogna a non aver ripreso quella che ritengono una provincia ribelle, ma che provincia, bisogna dirlo, non era mai stata. 

Manifestante contro il nome “Chinese Taipei”
FONTE: South China Morning Post

Ma non fu sempre così. Taiwan era tutt’altro che uno Stato disconosciuto.

Al tavolo del Consiglio di Sicurezza dell’ONU fino agli anni 70 non c’era Pechino, c’era il delegato di Taipei che era considerato il rappresentante del legittimo governo e che era solo ‘temporaneamente’ nell’isola di Formosa. 

“Ma come? Mao non ha vinto la seconda guerra mondiale?” Eh no! Sebbene il partito comunista sia stato fondato nel 1931 e abbia partecipato alla cacciata dei Giapponesi dalla Manciuria, Mao era solo una figura delle tante, tra cui Zou Enlai e Li De (che solo successivamente si scoprì essere il giornalista tedesco Otto Braun, mandato per aiutare il Comintern).

Neppure la Repubblica Popolare Cinese avrebbe potuto vincere la guerra: essa nasce infatti solo il 1 Ottobre 1949. Fu infatti la Repubblica Cinese di Chiang Kai-Shek a vincere la guerra e sedere con gli altri potenti della Terra per le varie foto di rito nelle Conferenze mondiali.

Fu Taiwan a vincere?

Sì e no. Andiamo indietro nel tempo.

Quando l’impero cinese cadde (fu successivamente rimesso in piedi come stato satellite in Manciuria dai Giapponesi) nel 1911 si formò la Repubblica di Cina grazie a Sun Yat Sen e il paese adottò proprio la bandiera che oggi è di Taiwan. I nazionalisti presero il potere, Xinjang, Tibet e Mongolia divennero indipendenti. L’isola di Formosa, al tempo, era territorio giapponese da circa mezzo secolo.

Sun Yat Set

La guerra civile tra comunisti e nazionalisti non si fermò alla fine della guerra, e i nazionalisti si videro costretti a lasciare il continente e rifugiarsi proprio nell’isola. Fino alla sua morte e poi a quella di suo figlio (erede), Taiwan rimase sotto legge marziale, ma ugualmente progredì economicamente così tanto da meritarsi la definizione di “Tigre Asiatica“.

Il processo di democratizzazione del paese inizia con il figlio di Chiang Kai-Shek che permette libere elezioni, toglie la legge marziale e permette la formazione di partiti d’opposizione. Si affacciano così sulla scena politica nazionale nuovi personaggi, tra cui il successivo presidente, il primo liberamente eletto e primo ad essere nato a Taiwan.

Il primo passo di un’evoluzione generazionale e di mentalità che si vede sempre di più nell’isola; c’è una vecchia generazione che ancora guarda alla Cina come “casa” (non al governo a Pechino) che vota il partito nazionalista (Kuomintang) che spera nell’unificazione pacifica e democratica in un qualche modo, e altri partiti che ormai rigettano anche il fatto di avere come nome ufficiale Repubblica Cinese, si sentono Taiwanesi prima di tutto. Quindi, mentre la Cina Popolare ritiene Taiwan un territorio ribelle, i Taiwanesi si ritengono semplicemente Taiwanesi, non hanno nessuna velleità né interesse a riunirsi con la Cina.

La gestione Covid a Taiwan

“Ok, pippotto storico fatto. Possiamo sapere come han gestito il Covid? Siam qui per questo!”

Anzitutto, come potete capire, per molti politici, non solo italiani, Taiwan è un argomento delicato. Questo perché non si tende a capire che le apparenze sono davvero molto importanti in Asia, soprattutto per Pechino, sicché alcuni comportamenti da “leccaculismo geopolitico” o “ignoranza” nei loro confronti non sono ben accetti come si pensi. La dignità della costanza dell’azione è molto molto più importante.

La risposta pandemica italiana è un esempio di patetico tentativo di ingraziarsi la Cina; e quando mischi pandemia con gretti interessi, beh…

Anzitutto l’Italia bloccò i voli dalla Cina, lo ricorderete. Un passaggio vantato over and over again dal governo (non solo italiano). Solo che il virus, come ben capite, arrivò anche da chi, in Cina, era stato negli ultimi 14 giorni, magari transitando altrove; chiudere ai soli voli fu ridicolo, banalmente inutile e, soprattutto, incluse anche i voli da e per Taiwan. Non sono molti, per carità, ma hanno dato un segnale che sembrò di contentino a Pechino.

Che ci frega in fondo? Beh, merci a parte, vediamo come trattarono loro l’emergenza sanitaria, partendo qualche dato.

Ad oggi ci sono stati circa 550 casi e 7 morti ( lo 0.0023% e lo 0.00003% rispettivamente), su una popolazione di quasi 24 milioni di persone. Rileggete i numeri: direi che potremmo imparare molto, no?In Italia siamo 62 milioni e con quei numeri di casi e morti, avremmo dovuto avere solo 1400 casi di positività e 18 morti.

DICIOTTO.

Andamento casi di coronavirus in Taiwan
FONTE: John Hopkins University via CNBC

In Italia i casi e i decessi sono rispettivamente lo 0.876% e lo 0.06%. A Taiwan hanno dimesso 501 pazienti, quindi attualmente i casi in ospedale sono appena una quarantina. Qualcosa da noi non ha funzionato e a Taiwan sì: il virus non si è propagato.

Vediamo come hanno fatto.

Anzitutto hanno 4 linee guida che nell’azione cronologica a seguire possiamo vedere ben implementata:
– un’azione prudente
– una risposta rapida
– un ‘deployment’ sanitario ed assistenziale precoce
– un’apertura e una trasparenza politico-sanitaria, insieme ad una struttura gerarchica di competenze molto chiara.

Inoltre la nazione è presidenziale e fino alle recentissime elezioni (presidentessa riconfermatissima), il vice presidente era un epidemiologo. Il ministro della Salute inoltre gode di un’approvazione mostruosa.

Cronologia della crisi

A dicembre 2019 lo “Stato non Stato” asiatico si bruciò una serie di fonti di intelligence in Cina per rivelare all’OMS, inascoltata, e poi al mondo, che in Cina qualcosa in stile SARS stava succedendo a Wuhan (che al tempo registrava solo 27 vittime ufficiali e poco veniva detto della trasmissione).

Nota: la SARS in Asia fu uno spauracchio, ma fu arginata presto, anche perché la Cina di quegli anni non era ‘globally connected’ come lo è oggi.

Come detto si parla di fine dicembre. Il Ministero della Salute Taiwanese pubblicò la nota per la popolazione. Le ambasciate mondiali non notarono nulla? Già prima del nuovo anno chiunque arrivasse da Wuhan era ispezionato, a bordo, dal personale sanitario e da metà gennaio iniziarono a testarli per i patogeni SARS/MERS conosciuti.

Il 26 Gennaio i voli da e per la Cina furono sospesi e chiunque vi fosse stato nei 14 giorni prima dell’arrivo a Taiwan veniva messo in quarantena per 14 giorni. Le multe erano enormi. Se la risposta aeroportuale fu rapida, si può dire lo stesso di quella legislativa che a Febbraio decretò l’uso delle forze armate per la produzione di mascherine che nel primo mese mese aumentò di quasi il 50%. L’associazione dei produttori di alcool e zuccheri si mobilitò per produrre gel sanificante.

L’altro problema che conosciamo bene sono le PPE (personal protective equipment, n.d.r.). Taiwan le importava dagli USA che, in quel mese, sembravano infischiarsene del virus. Nonostante questo si decise di iniziare una produzione nazionale in quelle aziende i cui mezzi lo permettevano.

Il primo febbraio arriva a Taiwan la Diamond Princess, la nave da crociera che a Yokohama rimarrà in porto a lungo mentre i casi al suo interno salivano. Tutti i contatti diretti ed indiretti dei visitatori furono localizzati (si parla di mezzo milione) ed avvertiti. A metà marzo termoscanner ovunque, quarantene per chiunque entrasse nel paese e ovviamente mascherine obbligatorie. Il 20 Marzo mentre noi andavamo nel panico, il paese faceva il picco: 27 casi.

Crociera Diamond Princess

Il 10 Aprile, 20 giorni dopo erano 2.

A Giugno la gente tornò a riempire gli stadi.

Come la Corea del Sud, Singapore, la Nuova Zelanda ed altri paesi, Taiwan non si fece abbindolare da un sistema, quello cinese, che notoriamente non fornisce garanzie, fors’anche allo stesso vertice apicale a Pechino. Mossasi in tempo, la nazione mobilitò risorse umane e finanziarie senza precedenti e senza parsimonia. Il prezzo iniziale molto alto fu ampiamente ripagato.

550 casi, 7 morti, 41 attualmente ospedalizzati.

Noi? Il bonus monopattino. 

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