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Sono felice, ma non come te.

Sempre più spesso mi capita di imbattermi in video di YouTube o post di Instagram di persone che illustrano con grande vanto il loro nuovo stile di vita sano e felice. Non è un caso che in questa quarantena la necessità di adattarsi a uno scorrere del tempo più lento e monotono abbia portato l’intera umanità a mettere in discussione le vecchie abitudini, e che il maggior tempo passato sui social network per colmare il buco tra un pasto e l’altro ci abbia fatto invidiare il risveglio del vicino con brioche appena sfornate e una sessione di yoga tra le margherite.

Ma come l’ha colmato questo buco chi, come me, dall’alto del mio trilocale condiviso con tre coinquilini in pieno centro a Firenze, non aveva né le margherite né un balcone per prendere il sole? Chi è riuscito a praticare intere sessioni di mindfulness mentre perdeva il lavoro e la nonna asmatica andava imperterrita a fare la spesa?

Sì, è vero, al di là di licenziamenti e problemi di varia natura, il lockdown avrebbe potuto essere un ottimo presupposto di partenza, proprio per distendere i nervi senza dover andare in palestra. Ma siamo sicuri che sia un trend nato in questi ultimi mesi? Io no.

Giusto un anno fa chiudevo una storia con grande fatica e dolore, e dopo mesi passati a lottare contro l’attaccamento e la paura della solitudine, riuscii a rimettermi in piedi. Spinta dal bisogno di prendermi cura di me, ma soprattutto dalle ventenni “life enthusiast” che tra un sorriso e uno smoothie vegano apparivano sempre di più su ogni social, decisi che da quel momento la mia vita sarebbe cambiata. Ovviamente in meglio.

Mi iscrissi a yoga per la modica cifra di novanta euro al mese, iniziai a meditare mattina e sera, mangiavo verdure, bevevo frullati di spinaci e alghe, sorridevo (perché anche un sorriso finto incentiva la produzione di serotonina), andavo a letto presto e mi svegliavo alle sei come le vere persone di successo. Funzionava, all’inizio, mi sentivo felice e spensierata. Avevo trovato l’elisir.

Poi una mattina mi svegliai e la nostalgia e la tristezza avevano mollato la presa, la ferita si era rimarginata e non avevo più voglia di piangere. Mi preparai una teglia di lasagne, comprai un barattolo di Ben & Jerry’s e passai un’intera giornata davanti alla televisione a guardare New Girl. Bridget Jones sarebbe stata fiera di me. La sera uscii con le amiche e ci ritrovammo a discutere di massimi sistemi alle sei del mattino sul sagrato di piazza Santo Spirito. Quando tornai a casa mi resi conto che mai nessuna meditazione o tofu piccante avrebbe potuto rendermi felice come la mia vera vita.

Due lezioni mi furono chiare da quel giorno: la prima che la cucina vegana è buona, ma non come le lasagne. La seconda che la felicità non può essere costruita artificialmente. Certo, rimane una scelta, non ci si può aspettare di essere felici senza lavorare e investire sulla nostra salute fisica e mentale, senza scoprire quali sono le cose che ci rendono contenti di abitare questo pianeta. Ma è pur sempre un bisogno che risponde alle nostre esigenze di singoli individui. Non si diventa felici a seguire ciò che fa stare bene quella YouTuber famosa e non si diventa produttivi a svegliarsi alle sei di mattina come quell’imprenditore. Potrà sembrare una banalità, un’ovvietà, ma credo che costruire la proprio felicità sia un lavoro tanto impegnativo quanto appagante. Che la felicità sia il percorso stesso? Non lo so, ma so che ogni sforzo e ogni tentativo ne varrà sempre la pena se fatto ascoltandosi.

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