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Siamo sicuri che “gli assassini” siano i giovani?

È veramente giusto incolpare ragazzi e ragazze per un eventuale ritorno del contagio da coronavirus?

Negli ultimi giorni, la gioventù è stata presa di mira: prima con la notizia dei giovani “accalcati” ai Navigli, e poi di recente, da quando lo scorso venerdì è uscita per il Corriere della Sera l’intervista di Antonio Sechi, ex primario del PS dell’ospedale San Giovanni di Torino, il quale ha definito “i giovani che fanno aperitivo in piazza” degli “assassini”.

In Italia non si sta parlando di altro, tant’è che nelle ultime ore stiamo assistendo ad un vero e proprio accanimento nei confronti di questi “giovani” – sia dai media tradizionali che sui social – utilizzando paroloni come “movida”, termine scomparso dal linguaggio moderno da almeno un paio di decadi.

Dopo l’accanimento a parole, nel giro di poco tempo a quanto pare le amministrazioni stanno passando ai fatti: come per esempio sta avvenendo con il reclutamento di sessantamila volontari contro gli assembramenti, detti assistenti civici, anche se ancora non sappiamo bene cosa faranno questi sessantamila volontari per smantellare gli assembramenti.

Ma è davvero colpa dei giovani di questa situazione? Oppure la colpa è di comunicazioni poco chiare? 

Il problema è più complesso di come viene narrato. Certo, la denuncia verso coloro che non indossano la mascherina è legittima, ma fin quando in tutte le regioni non verrà imposto l’uso di essa anche al di fuori dei supermercati e attività commerciali, c’è poco da denunciare purtroppo.

Come è successo lo scorso marzo con l’accanimento verso coloro che facevano attività fisica all’aperto, l’opinione pubblica del nostro Paese sembra che si sia arenata su notizie che sì, sono utili al bene comune, ma alla fine neanche più di tanto. Rimangono uno specchietto per allodole, un polverone che va a coprire notizie di carattere più importante, come per esempio il dibattito sul contact tracing e a che punto si trova lo sviluppo dell’app Immuni, oppure semplicemente la malamministrazione in Lombardia sia per quanto riguarda lo scandalo delle RSA che lo spreco di risorse per la realizzazione dell’Ospedale in Fiera a Milano.

D’altro canto, quando c’è da parlare male dei giovani, sembra sempre che la stampa italiana sia disposta a scrivere articoli su articoli, sapendo che è la “polemichetta” in grado di tirare più letture e click sui siti, scadendo sempre di più di credibilità nel mettere in secondo piano la responsabilità. Responsabilità che i giovani, in questo periodo, hanno dimostrato di avere: in primis, svolgendo quei lavori essenziali che durante la quarantena hanno permesso ai cittadini di rimanere a casa in sicurezza (dagli operatori socio-sanitari ai rider, dai magazzinieri ai raccoglitori ortofrutticoli) e, in secundis, accettando il compromesso di rimanere a casa invece di frequentare le lezioni universitarie e scolastiche in aula. 

Poco si parla di quanto lockdown sia stato devastante per queste generazioni, per quelle tutele che non hanno ricevuto stagisti e tirocinanti, – categoria totalmente abbandonata dalle istituzioni – e di quel futuro che, se prima sembrava un qualcosa di immaginabile, adesso invece non viene sfiorato neanche con il pensiero. Non a caso, in questa situazione, i giovani tra i 16 e i 24 anni sono stati i soggetti più colpiti dagli effetti psicologici di questo periodo.

Ancora una volta, è come se le istituzioni abbiano sottovalutato le loro esigenze, e per di più c’è un odio bavoso fomentato da opinioni di un certo peso che hanno smesso di essere obbiettive da un po’ di tempo. Il danno, oltre alla beffa.

Quando finirà tutto questo? Quando riusciremo ad interessarci al bene comune collaborando tra di noi e non attaccando una categoria di persone diversa a seconda del periodo storico?

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