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No, la sharing economy non morirà dopo l’emergenza COVID-19

È da quando è iniziata l’emergenza coronavirus che sono comparse faziose teorie a macchia d’olio su diversi quotidiani, pagine social e blog in cui si dà per spacciata la sharing economy

Tenendo in considerazione che – soprattutto in questo periodo di estrema incertezza – le previsioni di un evento o di un fenomeno economico e sociale sono pratiche pressoché inutili considerato il momento delicato e instabile che stiamo vivendo, c’è la necessità di compiere una corretta analisi di ciò che è la sharing economy prima di capire come si evolverà.

La sharing economy, etimologicamente parlando, è ciò che avviene quando un soggetto ha la necessità di condividere un bene o un servizio con uno o più individui. Avviene per bisogno individuale e si avvale dell’utilizzo di piattaforme online.

Di conseguenza, Uber e tutte le piattaforme collegate al food delivery (Deliveroo, Glovo, JustEat, ecc..) non fanno parte della sharing economy, ma della gig economy – sì, ha le stesse modalità di utilizzo della sharing economy, ma non è assolutamente sharing economy in quanto non c’è niente di condiviso. È un servizio gestito da aziende private, non da individui.

Da quando abbiamo visto i primi scioperi dei tassisti contro Uber o delle proteste dei rider con il caso Foodora, spesso si confonde troppo la gig con la sharing economy, facendo passare in cattiva luce le piattaforme dalla sharing economy per le colpe delle aziende della gig economy. Sono stati scritti addirittura dei libri al riguardo su come questo modello economico ci renderà meno abbienti, dimenticando di fare questa enorme distinzione.

Perciò, tenendo in considerazione questi fattori, tenendo in considerazione gli ultimi licenziamenti avvenuti nelle varie piattaforme sharing (i 1900 licenziamenti attuati da AirBnB la scorsa settimana non sono passati inosservati), possiamo dire che la sharing economy si è sicuramente indebolita, questo sì.

Ma per il resto, non è l’unica – considerando il lockdown mondiale che ha sciaguratamente bloccato l’economia di paesi interi. 

Certo, non appena le quarantene verranno a mano a mano allentante negli altri paesi, è anche in forse un ritorno all’utilizzo di piattaforme dove vengono condivisi i beni: la paura di una seconda ondata è sempre alle porte, questo frenerà molte persone a spostarsi da casa o ad entrare in contatto con persone al di fuori della propria comfort zone. O almeno sarà così fino a quando non verrà trovato un vaccino (se mai verrà trovato).

Ma di certo ció non ostacolerà lo sviluppo di questo modello economico che, negli anni passati, ci ha dimostrato di essere un modello vincente.

Report di Collaboriamo.org, “Turismo & Sharing Economy 2019”,

Considerato che la sharing economy è nata proprio subito dopo la crisi del 2008 – in concomitanza con lo sviluppo dei vari social network e delle tecnologie digitali – c’è da presupporre che dopo questa fase di stop per l’emergenza sanitaria, ciò che potrebbe ripresentarsi a breve sia un’altra situazione favorevole che possa portare ad un ulteriore sviluppo di questo modello.

Magari in una veste diversa, come può essere quella sanitaria: un esempio da ricordare, la recente istituzionalizzazione dell’infermiere di quartiere da parte del Decreto Rilancio.

Ciò che sembra che stia capitando in questi concitati momenti – non solo in Italia, ma anche negli altri paesi – è che si stia tornando a dare una certa importanza al benessere delle persone che abbiamo accanto invece del benessere individuale.

Con la quarantena, molti lavoratori a casa hanno riscoperto, un po’ per necessità e un po’ grazie al tempo guadagnato, ciò che sono al di fuori del lavoro. Ed è proprio grazie a questa consapevolezza che avremo dei primi frutti nei prossimi giorni.

Per non parlare del rapporto aggiornato degli italiani con le tecnologie: siamo ancora lontani dalla digitalizzazione completa (considerando tuttora che molte zone del territorio – fascia appennina/alpina e diverse parti del meridione in primis – non hanno ancora accesso ad una connessione internet), tuttavia l’utilizzo di piattaforme che offrono servizi di videocalling e la scoperta di social mai utilizzati prima, ha portato in questi giorni molte persone ad un avvicinamento ancora più sostanzioso e utile di internet e dei vari device. 

Tutti questi fattori che abbiamo già visto come protagonisti del dopo-crisi, stanno recuperando un’energia ancora più sostanziosa che porterà gli individui, un po’ per esigenza un po’ per svago, ad utilizzare i servizi di sharing economy

Report di Ipsos, 2020

Infatti, negli anni scorsi abbiamo potuto vedere lo sviluppo di questo modello in economie poco sviluppate e irregimentate, spinto dalla carenza di risorse (come per esempio è successo a Cuba e in India), ma anche in economie ricche e democratiche, divenuta una scelta di tipo valoriale (primi fra tutti i paesi del Nord-Europa); invece nelle economie coinvolte nel dopo-crisi, con crescenti squilibri nella distribuzione della ricchezza (come per esempio l’Italia e i paesi Mediterranei), la sharing economy ha promosso una spinta valoriale di sviluppo dell’economia.

Tenendo in considerazione che attualmente gran parte dei paesi occidentali si ritrovano in una situazione simile a quella vissuta dai paesi mediterranei nello scorso decennio, la spinta valoriale di sviluppo dell’economia sarà una strada sempre più battuta. E con ciò si può affermare che: no, la sharing economy non morirà dopo l’emergenza COVID-19.

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