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Sarà possibile una nuova globalizzazione?

Durante l’emergenza del Covid-19, mentre ai nostri occhi il mondo assumeva forme strane, la globalizzazione ha riassestato i suoi equilibri. Ma quale sarà il suo futuro?

Cosa è veramente la globalizzazione e perché è tornata alla ribalta a seguito della crisi legata al Covid-19? Come è cambiata? Perché è importante parlarne? Quali sono gli effetti di breve periodo e quali previsioni si possono invece fare sul lungo periodo?

Cosa si intende quando parliamo di globalizzazione?

Tutti sanno cos’è la globalizzazione. E questo è un dato di fatto. Spiegarla, però, risulta più complicato del previsto. Una breve descrizione sarà utile per addentrarci negli argomenti successivi. 
Fin da quando l’essere umano è comparso sulla Terra, ha avuto inizio un’incessante ricerca di spazio. Luoghi da occupare, risorse da sfruttare, territori da esplorare. La stessa natura umana si definisce attraverso l’antropologica collocazione entro determinate coordinate spazio-temporali, a cominciare dalla dimensione sociale. La famiglia, la comunità, la società, fino ad arrivare allo Stato.

In pochi sanno che in psicopedagogia il termine “globalizzazione” viene usato per indicare il processo attraverso il quale il bambino, entrando in contatto con la realtà esterna, la assimila in prima istanza sincreticamente, cioè nel suo insieme, per poi passare alla fase dell’elaborazione analitica, scorporandone quindi i vari elementi per valutarli e analizzarli singolarmente. Globalizzazione è consapevolezza del generale ancora prima del particolare.

Una nuova immagine di mondo

La globalizzazione, aprioristicamente, è il cambiamento della percezione dello spazio e della realtà circostante. La modernità ha sovvertito l’ordine precedente caratterizzato da gerarchie spaziali fisse e, grazie alla scoperta dell’America, alla rivoluzione copernicana, al Rinascimento, fino ad arrivare alle rivoluzioni industriali e cibernetica, ha contribuito alla ridefinizione di una nuova immagine del mondo. L’Io moderno è in espansione, è un’entità che ha sete di conoscenza e di nuovi obiettivi sempre più ambiziosi da raggiungere.

Per questo motivo, anche se gli Stati rimangono gli attori principali delle dinamiche internazionali, paladini della certezza del diritto e dell’ordine istituzionale, le trasformazioni sociali, politiche, economiche e tecnologiche hanno indiscutibilmente aperto un’era in cui tutto è collegato e niente può ritenersi completamente isolato e autosufficiente.

La globalizzazione ha ristrutturato lo spazio, annientando quello vecchio e ridefinendo il nuovo: i confini degli Stati hanno iniziato ad erodersi, grazie all’intensificarsi degli scambi commerciali, delle relazioni economico-finanziarie, dei flussi di beni, servizi, capitali e persone. Despazializzazione e rispazializzazione sono condizioni sine qua non la globalizzazione non sarebbe avvenuta. Esse però non vanno intese in senso distruttivo, poiché lo spazio si ristruttura, non scompare.

Quantitativamente, lo spazio a nostra disposizione è accresciuto, ma la transizione è stata anche qualitativa; lo stesso significato di spazialità è cambiato: lo spazio ridefinito e dilatato adesso esprime senso di comunanza dei destini, un intensificarsi dell’interdipendenza, un aumento delle possibilità realizzative delle capacità umane legate all’ambiente circostante.

Anche l’aspazialità ha assunto un’importanza cruciale: le dinamiche sociali, politiche, economiche si sono servite di luoghi immateriali per svilupparsi e per prendere piede nelle nostre vite, a tal punto che non è più possibile immaginare una quotidianità senza la loro presenza. Il mercato, internet, i social, i mezzi di comunicazione hanno ridefinito il concetto di spazio, creando un mondo virtuale privo di limiti.

Rispazializzazione e aspazialità sono quindi le due lenti di ingrandimento attraverso le quali iniziare ad osservare la globalizzazione sincreticamente.
La nuova realtà globalizzata, sia fisica che virtuale, è una realtà interconnessa e caratterizzata da mobilità, una realtà in cui gli individui creano “network” e si servono del numero accresciuto di “flussi”, scambi e interazioni costanti, ripetitivi e soprattutto programmabili.

Il mondo non è più un mosaico, ma un insieme di nodi interconnessi. Individui, merci, servizi, informazioni, tutto è in movimento in una realtà sempre più grande, variegata e stratificata.
A loro volta, i flussi hanno contribuito alla creazione di nuovi paesaggi, nuovi scenari e nuovi orizzonti: paesaggi umani, delle merci, mediatici, politici, religiosi e culturali, tecnologici, militari, criminali.

Quale sarà l’impatto della crisi causata da Covid-19 sulla globalizzazione?

Fare previsioni certe, in una realtà in costante mutamento, non è impresa semplice.
Ciò che è possibile, è offrire un’analisi degli effetti di breve periodo con pronostici invece sul lungo periodo.

Sono ancora sotto gli occhi di tutti le immagini raffiguranti città di tutto il mondo vuote, stazioni e aeroporti deserti, negozi chiusi, attività lavorative e imprenditoriali bloccate, scuole e università prive di studenti. I paesaggi umani sono stati i primi ad essere cambiati, i flussi delle persone e gli spostamenti sono diminuiti, a seguito dei vari lock-down, della chiusura dei confini e dell’isolazionismo economico iniziale. I paesaggi economici, con particolar riferimento alle imprese esportatrici e ai servizi, quindi anche il turismo, sono anch’essi mutati.

L’economista Nouriel Roubini ha analizzato dieci punti che delineano lo scenario della nuova crisi. Alcuni degli effetti più devastanti, come evidenziato dallo scienziato, riguarderanno il PIL nazionale dei vari paesi. Molti Stati spenderanno più delle entrate che registreranno, causando così disavanzi fiscali, contribuendo al crollo del prodotto interno lordo, aumentando il debito pubblico e facendo perdere capacità di acquisto alle famiglie e alle imprese. Connesso a questo problema, la crisi potrebbe provocare, e quasi certamente lo farà, una grave recessione, in parte già in atto.

Durante situazioni di questo tipo, infatti, i consumatori si concentrano soprattutto sui beni di prima necessità, causando una diminuzione della domanda dei beni secondari, portando così ad un abbassamento dei prezzi. Questo calo però, unito al crollo della domanda, sia interna che internazionale, porterà a un innalzamento del debito reale collegato a un abbassamento del reddito nominale. Le conseguenze potrebbero sfociare in una stagflazione che potrebbe durare diversi anni.

Molte attività chiuderanno, sempre maggiore sarà il ricorso allo smart working (come effettivamente è già successo) e a forme di automatizzazione del lavoro, con conseguente abbassamento dei salari e aumento della disoccupazione; cassa integrazione e sussidi continueranno. Non tutte le imprese possono permettersi di garantire il lavoro da remoto. Il rischio sarà anche quello di delocalizzare ulteriormente le attività in posti con manodopera a basso costo.

Questi nuovi scenari porteranno a un aumento del malcontento popolare, che faranno crescere l’appeal dei movimenti populisti-nazionalisti e populisti, dando origine a vere e proprie forme di opposizione trans-nazionale che cercheranno il nemico nello “straniero” (il virus è stato portato dai cinesi!), proteste e piazze dalle quali sarà univoco il richiamo al complottismo.

Abbiamo gli strumenti per riprenderci?

La realtà prima globale, nel breve periodo, è stata indiscutibilmente modificata, portando molti a parlare di deglobalizzazione. Guardando le cose più da vicino però, ci si accorge di come grazie agli strumenti messi a disposizione dalla globalizzazione stessa, i paesi si sono piano piano ripresi e continueranno a farlo, anche se parzialmente. Una ripresa completa sarà lenta e graduale, ma molti segnali positivi non vanno sottovalutati.

Innanzitutto non va sottostimata la solidarietà innescata dalla crisi. Medici e scienziati di tutto il mondo, a cominciare proprio da quelli cinesi, si sono adoperati a condividere conoscenze, tecnologie, scoperte. Pensiamo all’Italia per esempio: medici cubani, russi, cinesi, giusto per fare alcuni esempi, hanno raggiunto il nostro paese per aiutarci in un momento così delicato; senza i flussi dei nuovi paesaggi globalizzati, questo non sarebbe stato possibile.


La crisi ha posto nuove sfide anche per quanto riguardava la nuova vita sociale: grazie ai media, ai social e a internet, è stato possibile rimanere in contatto col mondo, coi nostri cari, con gli amici, oltre a permettere a molti di continuare a lavorare. In un certo senso, il mondo possedeva alcuni strumenti per fronteggiare una situazione simile, strumenti che avevano già raggiunto una capillarità globale tale da riguardare tutti.

Una volta abbandonate le teorie complottiste e le accuse alla Cina di voler conquistare il mondo, le cause della crisi vanno ricercate anche e soprattutto in una forme di capitalismo sfrenato che, seppur connesso alla globalizzazione, sono dilagate in un neoliberismo privo di regole e controlli, in un laissez-faire economico che ha portato oltre che all’erosione dei salari e ai livelli di vita, allo sfruttamento spropositato del pianeta e delle sue risorse, con ripercussioni devastanti sugli assetti climatici, biologici e ambientali della Terra. Se dobbiamo puntare il dito contro qualcuno, dovremmo puntarlo contro noi stessi. Non dimentichiamoci mai che i protagonisti della globalizzazione sono in primis gli individui.

Da questa crisi occorrerà uscirci tutti insieme. Dopo le prime tensioni del momento, anche USA e Cina hanno smorzato i toni, l’iniziale xenofobia si è leggermente attenuata, le organizzazioni internazionali si sono mobilitate (ONU, OMS) e anche l’Unione Europea ha dato prova di poter offrire soluzioni.

Sfruttare i flussi della globalizzazione per uscire dalla crisi sanitaria

Un mondo in costante mutamento produce la malattia e la cura; basti pensare a come i centri di ricerca e gli scienziati stanno polverizzando i tempi per la produzione di un vaccino efficace. La sfida successiva sarà garantire una distribuzione globale e garantita a tutti di un vaccino efficace. Magari sfruttando proprio i flussi della globalizzazione, la quale certamente dovrà essere ripensata, forse destrutturata e ristrutturata, ma quasi certamente non scomparirà.

In un mondo così interconnesso e interdipendente non ci si salva da soli e non si può pensare di agire individualmente: occorrono regole e strategie comuni, scambi di informazioni e conoscenze, definizione di protocolli comuni, implementazione di programmi condivisi. Dovremo modificare (come già avvenuto) i nostri comportamenti, le nostre abitudini, dovremo ripensare lo stesso concetto di “stare insieme”.

Ma indovinate attraverso quali canali tutto questo è e sarà possibile?
La globalizzazione non è certamente un processo irreversibile, ma tutti noi sappiamo che in fondo è necessaria e che deve essere migliorata. Non dimentichiamoci mai a cosa ha portato, nella prima metà del Novecento, la deglobalizzazione. Un mondo con gli Stati più chiusi in se stessi esacerba tensioni e aumenta la tendenza ai conflitti.
Il mondo non era pronto per una pandemia. E questo è stato sotto gli occhi di tutti. Ma il mondo può creare le soluzioni per affrontarla. E lo sta già facendo.

Cooperazione e solidarietà: il Recovery Fund

La globalizzazione ha creato nuove forme di solidarietà e cooperazione, favorendo il multilateralismo e processi di integrazione. Un esempio? Basta volgere lo sguardo verso l’Unione Europea.
Per quanto spesso considerata troppo tecnocrate, lontana dai bisogni reali dei popoli, e in mano alle élites politiche, nell’affrontare il difficile periodo in corso ha dato dimostrazione di saper offrire strumenti che, almeno a priori, fanno ben sperare per il futuro.

Il Recovery Fund, cioè Fondo di Recupero, è lo strumento principale ideato per fronteggiare l’impatto devastante che il Coronavirus ha causato alle economie dei paesi membri dell’UE; tutti hanno registrato contrazioni del PIL più o meno pesanti e, per questo motivo, una strategia condivisa si è resa necessaria.

Abbiamo ancora in mente l’immagine dei partecipanti al Consiglio Europeo che a Luglio si sono prodotti in un applauso scrosciante al termine di una lunga, quanto problematica, trattativa scaturita dalla perpetua opposizione dei paesi pro-austerità (Austria, Olanda in primis), contrari a pressoché qualsiasi forma di solidarietà e di condivisione del debito, con i paesi meridionali più favorevoli all’elargizione di fondi ai membri più colpiti. Francia e Germania, anche in questo caso, hanno fatto da ago della bilancia e al contempo i paesi “rigoristi” hanno ottenuto il miglioramento della condizione dei rebates.

Il piano ideato dal Consiglio europeo si compone di 750 miliardi di euro, che si suddividono in 390 miliardi di sovvenzioni (contributi a fondo perduto) e 360 miliardi di prestiti. In sostanza l’idea è quella di reperire i finanziamenti, incrementando il bilancio UE temporaneamente, dai mercati finanziari, attraverso l’elargizione di titoli comuni europei.

Il piano è davvero imponente e l’Italia sarà uno dei principali paesi beneficiari del Fondo.
Gli aiuti saranno disponibili a partire dal secondo trimestre 2021 e saranno concessi previa autorizzazione della Commissione Europea, che sarà responsabile di visionare il Piano nazionale per la ripresa e la resilienza, e del Consiglio Ecofin, che dovrà approvare il Piano entro quattro settimane.
Nell’ideazione dei Piani, i paesi dovranno destinare risorse a favore della sostenibilità ambientale, della produttività e dell’equilibrio delle componenti macroeconomiche. Almeno il 20% dei finanziamenti dovrà poi essere destinato a favore della transizione digitale.

L’Italia ha già preparato una bozza di piano da presentare alla Commissione, in linea con i dettami previsti dal Recovery Fund. Si prevede che una parte dei fondi sarà destinata al miglioramento del sistema sanitario, attraverso la costruzione di nuovi ospedali, riqualificazione ambientale e energetica in linea con i progetti di sostenibilità e un ammodernamento generale del settore attraverso la fornitura di nuove tecnologie e infrastrutture digitali.

I processi di integrazione e spillover europei, sviluppatisi anche attraverso i canali messi a disposizione dalla globalizzazione, con i nuovi flussi e le nuove forme di interconnessione, sono stati usati per fronteggiare la crisi da Covid-19. Se da una parte il mondo ha messo un freno alla sua costante frenesia e si è chiuso, dall’altra parte tutto questo ha stimolato nuove forme di solidarietà, di mutualismo e sostegno condiviso.

La globalizzazione è anche questo: presa di coscienza di un destino comune. Consapevolezza che i problemi globali si risolvono con strategie globali e non con strategie nazionali. Il rischio sarebbe isolazionismo e protezionismo, che in questo particolare momento storico, sarebbero un ostacolo all’uscita del mondo dalla pandemia. Il coronavirus ci ha sicuramente impartito delle lezioni importanti.

Alcune caratteristiche della globalizzazione sicuramente cambieranno, alcune scompariranno, ma altre nasceranno e quelle originarie potrebbero migliorare, nuovi paesaggi si creeranno e nuovi flussi alimenteranno la rete globale che lega ormai tutti i paesi.

Ancora una volta cambierà la percezione dello spazio, che verrà ulteriormente destrutturato e ristrutturato, ma la globalizzazione non scomparirà.

Almeno per ora.

FRANCESCO SPINELLO

Toscano verace, musicista e pallavolista a fondo perduto.Laureato in Scienze Politiche con specializzazione in Relazioni Internazionali, sono alla ricerca del mio posto nel mondo. E di un senso.

AREZZO

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