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Repubblica Democratica del Congo verso la stabilità?

Gli antefatti

La Repubblica Democratica del Congo (per brevità: Congo) è il secondo paese per estensione in Africa, con cento milioni di abitanti (dato del 1984) distribuiti soprattutto nell’est e nella zona di Kinshasa, e con tra i più alti tassi di natalità al mondo. Il 45% della popolazione vive in città. È molto ricco di risorse: cobalto, rame, coltan e oro, diamati, magnesio, uranio). Durante la guerra fredda, specialmente negli anni 70, fu un baluardo degli interessi occidentali in Africa australe. Dopo la guerra fredda, ha conosciuto vari conflitti: dal 1975 al ’97, la Grande Guerra Africana dal 1998 al 2002, ed oggi è instabile, tanto da essere un “junior partner” per i vicini Uganda e Ruanda, nonostante le risorse naturali.

La situazione attuale ha due origini. La prima è la violenza continua, che inizia durante il periodo come colonia belga. 11 milioni di congolesi sono stati uccisi dai belgi e il territorio sfruttato dalle società concessionarie. Il modus operandi violento ha distrutto le società locali, le gerarchie, gli equilibri e i valori antichi. L’indipendenza è stata violenta, tanto che in Congo è stato ucciso il segretario ONU, fatto inedito, e in ultimo la dittatura post indipendenza ha pacificato il paese a suon di violenza.

La seconda causa è il genocidio ugandese, che ha obbligato i sopravvissuti a emigrare negli stati vicini, premendo sulle frontiere e causando la violenza nella regione dei Grandi Laghi, tanto che ad oggi si concentrano sulla zona 120-160 gruppi armati che si sostituiscono agli stati. Questa economia di guerra nell’est del Congo rende difficile stabilire un contatto valido con le parti.

Le ultime elezioni

Alle ultime elezioni (2018) è stato eletto un governo che ha messo come priorità la stabilità dell’est congolese, dove è stato ucciso il console italiano, e le relazioni diplomatiche positive con i vicini della regione dei Grandi Laghi, novità accolta con favore dall’Africa intera, soprattutto data la presidenza congolese dell’Unione Africana iniziata a marzo. L’intenzione del nuovo governo è creare dialogo dove prima era conflitto e promuovere la cooperazione in materia di sicurezza, economia e sviluppo. Tuttavia, persistono diversi e intricati temi interni da affrontare per riuscire, soprattutto nella parte est del Congo e la possibile rivalsa dell’ex presidente Kabila, ad ora fuori dal governo, ma non necessariamente fuori dai giochi. Tra l’altro, il nuovo presidente, Tshisekedi, sta già mostrando cenni di deviazione verso un abuso di potere. Però vogliamo pensare positivo.

Infatti, il dialogo è ben accolto dalla popolazione, ma non se ne sentono ancora gli effetti positivi. La questione demografica degli immigrati del Burundi e del Ruanda, stati piccoli che stanno scoppiando per la crescita demografica, deve essere negoziata. Si pensa di aprire una libera circolazione di beni e persone per risolvere la crisi tra etnie. Dato il collasso dello stato, che non fornisce i servizi essenziali come strade, ospedali e scuole, il punto di riferimento della popolazione resta l’etnia, a cui ci si rivolge per risolvere problemi. Per questo, quando una persona di un’etnia raggiunge il vertice, l’etnia si rivolge a essa, cioè si verifica corruzione.

I passaggi necessari

La priorità del nuovo governo è la stabilità ad est, un obbiettivo positivo, ma che richiede molti passaggi. Il primo passo è risolvere il sottosviluppo lasciato dalle guerre e la marginalizzazione, con programmi socioeconomici mirati e riorganizzando le risorse naturali a favore degli abitanti.
Un secondo aspetto è limitare la capacità di azione dei gruppi armati, agendo in via militare e non, reintegrandone i componenti. Questo è un passaggio critico, data l’età dei combattenti e dato che le armi sono spesso un mezzo di sussistenza, anche legato al mercato illegale di risorse naturali.

Il terzo punto su cui lavorare è combattere l’immunità dai crimini contro i diritti umani, attraverso attori statali e non. A questo scopo sono utili programmi di collaborazione giudiziaria e istituzionale e il rafforzamento degli apparati giudiziari, oltre a programmi di integrazione dei vari convolti (leader e nuove reclute).
Riassumendo, per portare una stabilità duratura nella zona dei Grandi Laghi è necessaria una cooperazione militare e non, operante su vari livelli e a favore di varie fasce di popolazione. Non sarà facile.

La reazione internazionale

Le elezioni del 2018 hanno visto la formazione di un governo la cui priorità è la stabilità nella zona est del Congo, fatto positivo, che si è intensificato negli ultimi 6 mesi, quando ha cambiato i consigli di amministrazione delle compagnie minerarie e altri comportamenti che hanno portato gli USA a reintrodurre il Congo nel sistema di libero scambio.

La presidenza congolese dell’Unione Africana prevede in agenda la priorità alla pacificazione e la sicurezza della regione dei Grandi Laghi e questo è positivo, poiché l’Unione Africana è basilare per il successo dell’obbiettivo, grazie al suo mandato di cooperazione e dialogo su sviluppo, economia, sicurezza e a livello umanitario.

Il fattore popolazione

Del resto, in Congo la popolazione è capace di reagire alle avversità, forte dell’arte dell’arrangiarsi e di ottimizzare l’anarchia. Il processo di democratizzazione è in corso, seppur frenato dalla violenza, ma bisogna dare ai semi il tempo di germogliare. La popolazione è vivace, in fermento, con movimenti femministi e giovanili, come la lucha.

Questo per dire che, certo, la morte dell’ambasciatore Luca Attanasio a inizio marzo ha fatto scalpore a livello internazionale, l’Africa è conosciuta come continente povero e violento e in Italia mancano informazioni differenti da ciò e il Congo è e resta uno degli stati più pericolosi e porosi del mondo, ma c’è speranza che migliori. Ovviamente, non sarà un miglioramento immediato, né senza complicazioni o passi indietro, ma c’è speranza.

“Head of MONUC Returns from IDP camp Visit” by United Nations Photo is licensed under CC BY-NC-ND 2.0

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