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Racconti dalla Palestina | Giorno 6

Per parlare di Hebron servirebbero giorni di lettura, e chi lo sa, magari un giorno ci saranno, ma oggi voglio raccontarvi di un particolare, un dettaglio che in pochi hanno la fortuna di poter notare: Al-Shuhada Street.

È stato il primo giorno in cui ho avuto paura. La prima volta in cui le lacrime sono state più dei sorrisi.

Immaginatevi una lunga via attrezzata per il mercato straripante di persone nonostante il caldo torrido; donne indaffarate ad accaparrarsi le ultime uova fresche, il pane appena sfornato o la frutta e la verdura del contadino di Al Baqa. Chi se lo può permettere compra per qualche shekel un pollo o una gallina, e con una piccola aggiunta si può avere il servizio di tiramento di collo, con tanto di starnazzi echeggianti lungo la via. Immaginatevi movenze rapide, frettolose, orientate a trovare il pranzo e la cena per la famiglia, cercando di fare il miglior affare possibile. Immaginatevi bambini che giocano con palle sgonfie in mezzo ai piedi degli adulti, ridendo e urlando, gareggiando con bici rubate a chi arriva prima dal barbiere per avere una spruzzata di dopobarba. Qualcuno inciampa nei cumuli di sporcizia lasciati marcire ai lati della strada, dove qualche gatto cerca cibo per sopravvivere.

Bambino di Al-Shuhada Street.

Immaginatevi donne in carne e uomini barbuti che intralciano il percorso cercando di vendere Hummus e Mutabbal, e un’aria così profumata di aglio e tahina che risulta impossibile non cedere alla tentazione di assaggiarli.
Una melodia composta da tante voci diverse, profonde e acute, giovani e vecchie, timide e dirompenti, ma tutte con lo stesso tono malizioso di chi sa di poterti corrompere con merci meravigliose.

Immaginatevi infinite mani che sbucano dai banchi piene di falafel bollenti o dawali appena preparati. Ovunque mi giri sono invasa dall’odore di khurkum, kamun o del dolcissimo profumo dei baklava. I barbieri sono aperti dall’alba al tramonto e accolgono i loro clienti in profumatissimi negozi, con qualche crepa sul soffitto e il pavimento un po’ dismesso. Spesso è l’unico posto dove si rimane in silenzio, forse per onorare la sacralità della cura personale.

Barbiere di Al-Shuhada Street.

Adesso eliminate tutti gli odori, le persone, il cibo e i banchi del mercato. Eliminate le voci, le risate, i rumori. Eliminate l’atmosfera caotica, l’indecisione delle vostre mani nel scegliere le pietanze, le urla dei polli.
Al-Shuhada Street è chiusa dal 1994, quando un colone ebreo uccise 29 musulmani e il governo israeliano decise così di chiudere la via al popolo arabo per difendere gli abitanti israeliani da eventuali assalti.

Scorcio di Al-Shuhada Street.

Al-Shuhada Street è una via fantasma: gli scheletri dei banchi del mercato coperti di ruggine raccontano una storia vissuta profondamente. Solo qualche palestinese cammina tra i negozi abbandonati e piccoli gatti cercano avidamente del cibo per nutrirsi.
Ci addentriamo in un vicolo più stretto per riuscire a scorgere meglio il contrasto con i palazzi israeliani che sovrastano la via.

A destra un palazzo israeliano, a sinistra una casa palestinese.

una barriera di filo spinato segna il confine da una parte all’altra, dietro alla quale sono accatastate vecchie cisterne arrugginite e qualche bidone straripante di sporcizia. Si può pensare che le decorazioni sul filo servano ad abbellire e nascondere quel che c’è dietro, ma a me danno l’impressione di essere lì in veste di mediatori del conflitto, simboli di un linguaggio segreto usato per chiedere pace e rispetto.

Filo spinato decorato.


Un colone ebreo ci spia da dietro le lamiere. È armato.
È terrorizzante vedere una pistola così vicina a me, ma lo è ancor di più la sensazione di non sapere se sarei riuscita ad allontanarmi.
Nick ci dice di tornare indietro senza farci scappare movimenti inconsulti. Iniziamo ad indietreggiare lentamente, mantenendo lo sguardo fisso sul colone per non perdere d’occhio i suoi gesti.
Girato l’angolo mi sento svenire, il cuore mi esplode nel petto e le gambe tremano come foglie.

Ancora una volta mi sento estremamente fortunata: nelle mie aspettative future un’esperienza simile non è lontanamente concepibile. Potrò andare al mercato ogni volta che vorrò e non rischierò la vita.
Per la prima volta da quando sono qua piango. Non per tristezza, non per paura, non per compassione. Piango perché sono arrabbiata: per chi crede che il conflitto israelo-palestinese si limiti a una sterile decisione della fazione da sostenere, per chi campa sulle spalle di guerre come questa, per chi lancia missili sulle case per farsi valere e per chi, quasi semplicemente, chiude un’intera via di mercato per difendere i propri interessi.

Ad Al-Shuhada Street è difficile vedere il cielo perché una spessa rete metallica protegge i passanti dai lanci di sassi e sporcizia degli israeliani che, dall’alto dei loro loft, si divertono a vandalizzare (nel vero senso della parola) le vie di Hebron.

Rete di protezione piena di sporcizia.

Cammino in mezzo a proiettili lasciati a testimoniare notti rubate da assalti violenti, corredate da sangue sui muri e brandelli di abbigliamenti. Se rimanessi in silenzio in mezzo alla via, con un orecchio appoggiato alle spesse mura di pietra, sentirei le grida delle vittime, i boati degli spari, i canti dei manifestanti, le risate dei bambini.

Esco da Al-Shuhada Street e mi trovo catapultata sul bordo di una strada fin troppo trafficata, proiettata nuovamente nel mondo comune e sopraffatta dall’odore metallico dei tubi di scarico. Mi giro cercando di imprimere l’immagine di quel posto nella mente.

Edificio fuori da Al-Shuhada Street.

Salgo sul furgoncino frastornata e lancio un’ultima occhiata dentro alla via; sento una lacrima calda rigarmi la guancia.

Sono rimasta ad Al-Shuhada Street per tanto tempo dopo quel giorno, mi vedevo ancora camminare sull’asfalto macchiato di sangue cercando di immaginare quanti falafel avrei potuto mangiare.
Il giorno dopo aver visitato Hebron tornammo in Italia e sarei una bugiarda se vi dicessi che né il mio letto né il mio gatto non mi erano mancati, ma ogni sera, quando chiudevo gli occhi, sentivo la voce di Nick raccontarmi una storia, tornavo ad At-Tuwani, a Jerico, al campo profughi.

Sentivo le risate, le lacrime strozzate in gola e gli aneddoti raccontati la sera intorno al narghilè.

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