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Racconti dalla Palestina | Giorno 4

Oggi ci troviamo a nord di Betlemme, nel campo profughi di Aida, in Palestina. Scendiamo dal pullman all’entrata del villaggio, dove un grande arco sovrastato da una chiave ci dà il benvenuto. È un messaggio di speranza: gli abitanti di Aida sperano di tornare, un giorno, alle loro originarie abitazioni.
Le vie di Aida sono troppo strette, al punto che neanche i mezzi di soccorso riescono a passarci.

Il campo profughi fu fondato nel 1950 dalle Nazioni Unite per i rifugiati (UNRWA), per ospitare chi scappava dalle zone di Gerusalemme e Hebron a seguito della fondazione dello stato di Israele nel 1948. Si estende su una piccola superficie di 0,71 chilometri quadrati e non si è ampliato con l’aumentare dei rifugiati, che oggi sono più di 6mila.

Entrata al campo profughi di Aida (foto di Milanoinmovimento)

Prima di addentrarci incontriamo un ragazzo dell’associazione Youth, che ci racconta com’è la vita nel campo. Israele non permette l’espansione del territorio della Palestina, quindi non c’è posto per costruire abitazioni sufficienti per tutti gli abitanti; i palazzi si sviluppano in altezza, infatti i tetti non sono completati, ma si possono vedere gli scheletri delle strutture che sbucano dai soffitti, pronti ad accogliere un nuovo piano quando ce ne sarà bisogno.
L’acqua arriva solo due volte alla settimana, non ci sono ospedali o centri medici, ma solo due scuole.
Ci racconta la storia di Aboud, un ragazzino di 13 ucciso da un cecchino israeliano mentre giocava con i suoi amici all’ingresso del campo.

Cartellone all’ingresso del campo che racconta la storia di Aboud

Ci mostra il primo murales del campo: un muro nero con su scritti i nomi di più di duecento bambini uccisi dai soldati israeliani in un massacro nel 2014. Le incursioni notturne sono all’ordine del giorno ad Aida: è successo tante volte che nel cuore della notte gli abitanti si sentissero soffocare dai gas lacrimogeni lanciati per le piccole vie del campo, che in pochi minuti arrivavano fino all’ultimo piano del palazzo più alto. È difficile scappare quando le vie di fuga sono così strette, quando migliaia di persone si ritrovano a scendere scale strettissime con i bambini in braccio per riuscire a respirare ossigeno.

Murales con i nomi dei bambini uccisi

Il campo profughi di Aida ha una caratteristica che mi colpisce fin da subito: è decorato da enormi e bellissimi murales. Non è una coincidenza che writers da tutto il mondo, anche di una certa popolarità come Banksy, vadano proprio lì a disegnare: Aida sorge alle fondamenta del muro divisorio tra Israele e Palestina; una cortina in cemento armato alta 8 metri, pensata per tagliare fuori i territori palestinesi.

Dai piani più alti delle case riusciamo a vederne una buona parte e notiamo subito come al di là del muro ci siano enormi campi coltivati, giardini, alberi. È stato costruito così apposta, ci racconta il ragazzo, per fare in modo che tutte le zone verdi si trovassero all’interno di Israele. Ormai però l’abbiamo capito che questi palestinesi non si lasciano sconfiggere dalle difficoltà, infatti hanno costruito due campetti da calcio dentro Aida, così da poter avere una distrazione. L’associazione Youth ha anche fondato una scuola di musica, alla quale abbiamo portato in regalo due violini nuovi di zecca; è fondamentale che almeno i bambini crescano con una speranza.

Il muro divisorio con i murales. Alla destra del muro i campi israeliani.
FONTE: DiRE

Camminando per il campo i murales diventano sempre più belli e rappresentativi, e le vie sempre più strette e male odoranti. La rete fognaria non funziona in molte zone e l’acqua piovana rimane stagnante per giorni, creando un’aria paludosa difficilmente respirabile. Alzo gli occhi al cielo e noto i cavi elettrici che passano da un’abitazione all’altra. Sono pericolanti e non rendono la zona sicura.

Strada di Aida

I murales sono una parte importante del campo, diffondono messaggi di speranza e rinascita, di resistenza e solidarietà.
È incredibile vedere la tenacia e la determinazione con le quali queste persone lottano ogni giorno; sì, lottano, perché la loro vita è una costante battaglia: per bere un bicchiere di acqua in più, per sfamare i propri figli, per imparare a scrivere e a leggere, per mangiare, per dormire, per giocare con gli amici, per camminare in strada.

Murales sul muro divisorio

Ormai al quarto giorno di viaggio inizio a farmi un’idea un po’ più chiara della guerra in generale, ma soprattutto di quella guerra lì tra Israele e Palestina. Penso che ci sia un enorme squilibrio delle due parti, delle due fazioni, se così si possono chiamare. Da un lato un popolo che desidera arricchirsi, avido di potere e di denaro, al punto da confiscare non solo parchi e campi agricoli, ma anche acqua, persone, bambini, case, mobili.

Da quando sono qua mi rendo conto che il problema non è la volontà di riappropriazione della terra di Palestina, ma la modalità. E questo è il motivo per cui tanti israeliani si rendono conto che nessun dio e nessun profeta avrebbero mai voluto questo. Non mi immaginavo che oltre ai soldati e ai potenti del governo, ci fossero così tanti israeliani comuni a sostenere la resistenza palestinese.

Da quando sono qua mi sono accorta che il popolo palestinese non mi ha fatto pena neanche per mezzo secondo. Non mi sono mai ritrovata a provare tristezza nei loro confronti, perché sono loro i primi a non auto commiserarsi. Sicuramente ci sono tanti modi di affrontare questa situazione, e sicuramente ci sono tante persone che soffrono più di altre e che hanno meno strumenti per farsi forza e rialzarsi dopo una bomba o un assalto armato. Ma nonostante la violenza di questa guerra, non ho ancora incontrato nessun palestinese che si lamentasse o che desiderasse vendicarsi. Ed è in queste piccole cose che si legge la differenza dei due popoli.

Murales del campo profughi

Non penso che ci siano giusti e sbagliati e sinceramente non riesco a vedere una fine a questo conflitto. Forse perché non voglio immaginarmi un’arresa da parte dei palestinesi e, tantomeno, una continua usurpazione non solo israeliana, ma anche di tutti gli stati potenti che sostengono e finanziano questo conflitto.

Adesso capisco l’importanza di sentirsi cittadini del mondo.

Qui puoi leggere tutta la serie “Racconti dalla Palestina”

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