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Racconti dalla Palestina | Giorno 3

31 dicembre 2015

Al-Masara è un piccolo villaggio palestinese all’interno della West Bank*, distante pochi chilometri da Betlemme. Il nome che conosciamo oggi fu creato dai bizantini, per i quali “Al-Masara” era la pressa per le olive.
Al-Masara resiste all’assedio isrealiano: si trova infatti all’interno di un anello di colonie* creato su misura per dividere il nord dal sud della Cisgiordania, e i suoi abitanti lottano ogni giorno per bloccare la costruzione di questa rete coloniale.

Rete di colonie israeliane in Cisgiordania
FONTE: Il Post

Piove e le temperature non salgono sopra a pochi gradi dallo zero, il cielo è grigio e l’entusiasmo del giorno prima è stato rimpiazzato da un profondo senso di impotenza. La verità è che la guerra non è tra i popoli, ma tra le forze politiche ed economiche che ci sono dietro. La verità è che noi siamo abituati a svegliarci tutte le mattine su materassi memory-foam e a bere il caffè in tazze di porcellana, dopo esserci fatti una lunga doccia calda. Io sono qua, a fare foto con una Nikon digitale, vestendo scarpe di marca e chiamando la mia famiglia dall’altra parte del mondo con uno smartphone.

Sono qua a documentarmi su persone che soffrono la fame e rischiano la vita perché noi, i paesi più forti e ricchi, siamo avidi di potere e giochiamo a scacchi sulla testa degli altri. Ma sarei pronta a lasciare tutto, a rinunciare ai miei inutili vizi e privilegi per aiutare i popoli oppressi? Sarei disposta a dire addio alla mia istruzione, al corso di pianoforte e al caffè con le amiche al bar per vivere in un villaggio assediato e con l’acqua razionata?

Certo, non che la mia presenza in un villaggio palestinese faccia la differenza, ma forse la fa il mio continuo alimentare la macchina economica occidentale, il mio lavoro, la mia auto, il riscaldamento che consumo sono tutti soldi che lo stato italiano non investe in scuole, cultura e teatri, ma in armi, mine, missili e soldati per mandare avanti questa guerra.
Un enorme senso di impotenza si impossessa di me. Non mi resta che scrivere e cercare di far arrivare la mia voce il più lontano possibile.

Il braccio di Nick mi avvolge le spalle, smuovendomi da quella sensazione di oscurità e tristezza. Ci guardiamo e ci incamminiamo verso il villaggio, parlandoci con un profondo silenzio.
Ci viene incontro un gruppo di donne, si presentano e ci fanno strada verso Bab al-Shams, la scuola che gestiscono. Il nome significa “porta del sole” e ha un significato molto importante per il popolo palestinese, perché quel villaggio rappresenta la speranza e la voglia di continuare a lottare nonostante l’assedio israeliano, che non si limita a una pacifica convivenza, ma si impegna ogni giorno a mettere in pericolo la vita dei bambini e, in generale, degli abitanti con assalti, attentati, arresti e perquisizioni.
I palestinesi di Al-Masara portano avanti una resistenza non violenta, ci spiega una delle signore, anche per tutelare la crescita dei bambini.

L’asilo ha le grate alle finestre, ma non il soffitto. Fa freddo e ci sono solo due bambini. Questa volta sono vestiti con abiti caldi e cappelli di lana. Hanno gli occhi profondi, ma non sembrano spaventati. Ci osservano per capire chi siamo e cosa ci facciamo lì, ci scrutano nascosti dietro alle lunghe gonne delle insegnanti (che sono anche le madri).

Bambino di Bab al-Shams


Prima di raccontarci la loro storia e illustrarci il loro progetto ci fanno fare un giro della struttura: le classi sono attrezzate con sedie e tavoli, ma non ci sono giochi. Alle pareti ci sono locandine di manifestazioni pacifiche organizzate dal villaggio, murales e disegni.

Disegno di uno scolaro di Bab al-Shams

Dopo averci offerto del tè caldo ci salutano per tornare alla loro giornata e noi risaliamo sul furgoncino per continuare la nostra scoperta.

Nick ci porta a Gerico, un paese in prossimità del Mar Morto, per la precisione la città con la più bassa altitudine del pianeta. Conta circa 18.000 abitanti e la loro specialità è il succo di melograno. E’ una bella città, con abitazioni, taxi, macchine, negozi e alberghi.
Ci incamminiamo verso il Monte delle tentazioni, dove, si racconta, che Gesù subì le tentazioni da parte del diavolo durante i giorni della quarantena, passati proprio in quella zona di deserto. Attraverso un percorso all’interno delle insenature della montagna palestinese arriviamo quasi alla cima, da dove si vede tutta la città.

Gerico dalla cima del Monte delle tentazioni

Lungo la strada del ritorno prendiamo un percorso diverso, più lungo, che ci porta ad una parte della città che non si vede dalla strada ed è ben distante dal centro. E’ la zona più povera, dove le abitazioni sono costruite per metà e le famiglie vivono tra rottami e macerie. Gerico adesso è sotto l’amministrazione palestinese, ma non è sempre stato così: fu conquistata per la prima volta dallo stato di Israele durante la guerra dei sei giorni, nel 1967, ma nel 1994, grazie agli accordi di Oslo, passò nuovamente all’autorità palestinese. Qualche anno dopo fu nuovamente presa da Israele, e dal 2005 è definitivamente una città a controllo e amministrazione araba. Conserva una lunga storia di contese e questa parte della città trasuda il lato reale della guerra.

L’altra faccia di Gerico

Arrivati nel centro della città ci fermiamo ad un baracchino lungo la strada, dove un signore piuttosto anziano produce succo di melograno davanti ai nostri occhi. Usa un vecchio strumento, un po’ cigolante e arrugginito, ma che svolge ancora perfettamente la sua funzione. Somiglia a uno spremi agrumi, ma invece delle arance strizza i semi di melograno. Il succo più buono che io abbia mai bevuto.
Salutiamo il venditore con un enorme sorriso sulle labbra.

*Con il termine West Bank ci riferiamo alla più comunemente chiamata Cisgiordania, ossia un territorio senza sbocchi sul mare che comprende i territori palestinesi e la striscia di Gaza.

* Le colonie sono comunità abitate da civili israeliani, che furono costruite nei territori conquistati da Israele dopo la Guerra dei sei giorni del 1967. Le colonie sono abitate da civili israeliani, che ricevono cospicui sconti sulle tasse e sui costi dei traslochi per andarci a vivere, come se il governo israeliano volesse incentivare il trasferimento nelle colonie.
L’obiettivo della colonia è quello di impossessarsi di spazi di terra per toglierla ai palestinesi. Spesso la vita nella colonia si rivela essere tanto dura quanto quella dei palestinesi. Le principali si trovano in Cisgiordania, a Gerusalemme Est, nelle Alture del Golan e nella Striscia di Gaza.

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