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Racconti dalla Palestina | Giorno 2

30 dicembre 2015, Valle del Giordano

Se dovessi descrivere la Valle del Giordano con una parola, questa sarebbe “silenzio“.

Nick ci portò con il furgoncino fino a dove la strada era percorribile. Erano le prime ore del giorno e il vento gelido arrivava fin dentro la pelle. Nascondevo il naso congelato nel bavero della giacca, il freddo mi riempiva gli occhi di lacrime e non riuscivo a vedere dove mettessi i piedi.
Camminammo per una buona mezz’ora fino alla cima di una duna; in quel punto la Valle del Giordano appariva come uno sconfinato deserto di sabbia dorata, dove giochi di ombre e luci confondevano le prospettive. Fu la prima volta in tutta la mia vita in cui capii cosa volesse dire sentirsi una piccola particella di un enorme universo.

Le dune della Valle del Giordano

Dalla vallata sotto di noi intravidi due figure che camminavano per raggiungerci. Inizialmente pensai che fosse qualcuno del gruppo che aveva scelto una strada più lunga, ma passo dopo passo riuscii a capire che si trattavano di un bambino e del suo papà. Erano vestiti di tanti strati, ma nessuno li proteggeva davvero da quella temperatura. Il bambino avrà avuto cinque anni e voleva venderci dei braccialetti. Si soffermò da ognuno di noi e ci fece scegliere il gioiello che preferivamo, poi si girò e raggiunse il padre, che si era fermato a parlare con Nick.

Rimasi a guardarlo mentre si allontanava, cercando di capire come comportarmi di fronte a quel gesto inaspettato. Erano venuti per regalarci un ricordo o il bambino era troppo timido per chiederci un compenso?
Mi avvicinai lentamente, trattenuta dal vento che mi soffiava contro. Mi inginocchiai davanti al piccolo e gli feci il cenno di aprire il palmo. Poggiai delicatamente due shekel nella sua mano e gliela chiusi, sorridendo. Sollevò lo sguardo verso di me e mi ringraziò in arabo. Gli diedi un fazzoletto di carta così che si potesse asciugare il naso e tornare a respirare liberamente e gli chiusi la zip del giubbotto.

Bambino venditore di braccialetti

Nick ci spiegò che il territorio della Valle del Giordano è diviso in tre settori, ognuno con uno specifico controllo e amministrazione. La zona A è l’unica con controllo e amministrazione totalmente palestinese. Corrisponde al 17% della Cisgiordania ed è la più densamente abitata dal popolo arabo: circa il 55% dei palestinesi vive qua. La zona B è a controllo israeliano, ma l’amministrazione è araba. Parliamo del 24% della terra, dove vive il 41% dei palestinesi. In queste due zone i palestinesi sono piuttosto liberi di muoversi, di costruire e di controllare le riserve idriche.

Nell’Area C tutto questo non è possibile: il controllo e l’amministrazione sono di competenza isrealiana, che gestisce quindi il 59% della terra, ma dove vive solamente il 4% dei palestinesi. Il settore C è sotto al monopolio isrealiano anche per quanto riguarda le risorse idriche e l’agricoltura: i pochi abitanti di questi luoghi non hanno libero accesso alle riserve di acqua e non per una semplice questione di gestione governativa, ma per un vero e proprio oltraggio alle libertà umane. Lo scopo è di rendere questa zona letteralmente invivibile, in modo da riuscire a “conquistare” un altro spicchio di territorio.
Le tre aree sono delimitate dai check-point dove, tramite controlli e perquisizioni, i soldati israeliani si assicurano che nessun bene in più sia portato all’interno dell’area.

Quando Nick ci chiese se volessimo andare a vederne uno non mi aspettavo di vedere delle gabbie a cielo aperto. Torrette, filo spinato e fucili puntati sulla coda di persone in attesa di essere controllati. Bambini, anziani, madri cariche di borse ammassati dentro a una recinzione di metallo, senza potersi sedere ne avere lo spazio per appoggiarsi. E quanti civili morivano dentro a quei confini. Un pacco di riso non dichiarato? Non ti rimaneva che sperare di non aver incontrato il soldato sbagliato.
Nick ci raccontò della sua bambina. Una bottiglietta di acqua nello zaino. Non la vide mai più. Non era una storia difficile da credere.

Check-point affollato (fonte KairosResponse.org)

Ci spostammo in una valle poco distante, all’interno dell’area C. Dal momento che non c’è la possibilità di costruire case, i palestinesi vivono in tende arrangiate o in abitazioni pericolanti.
Ci ospitò da una famiglia che aveva costruito una piccola casa di fango, pietre e rami. Ci fecero sedere in cerchio e il padre ci spiegò cosa volesse dire vivere in quelle condizioni e perché avevano deciso di rimanere lì. Loro ci erano nati, era casa loro da intere generazioni. Accanto alla casa di fango c’era infatti una vera e propria abitazione, che prima accoglieva anche altre famiglie. Poi era diventata inagibile per via di bombardamenti e distruzioni da parte del governo, così si erano costruiti un’altra casa, ma questa volta con minor impiego di costi e fatica, pronti ad essere nuovamente bombardati.

Nel campo si trovava la riserva dell’acqua, che i soldati avevano accuratamente sigillato, rendendo impossibile l’autonoma gestione idrica e, di conseguenza, agricola. Ci fece vedere la quantità di alberi, palme da dattero e ulivi del loro terreno, tutti confiscati dal governo israeliano. Proprio nel bel mezzo del racconto la moglie ci interruppe, portando a tavola un enorme piatto di riso, anacardi e uvetta. Accompagnato da una caraffa di tè profumatissimo. Ancora una volta mi trovai davanti a una profonda difficoltà. Io avrei potuto comprare qualsiasi cosa non appena tornata nel villaggio. Loro no, quello era il cibo che si erano guadagnati con sacrifici e soldi contati, passando da chissà quanti check-point. Tirai fuori una banana e mi riempii lo stomaco con quella, poi assaggiai una piccola porzione di riso per non oltraggiare l’infinita gentilezza di quelle persone.

Abitazioni della Zona C

Dopo pranzo conoscemmo i figli, due bambini di dieci e due anni. Il più grande mi insegnò qualche parola in arabo, mi fece vedere il suo asino e cercò di convincermi a salirci sopra, ma senza successo. Il più piccolo mi intrattenne tutto il pomeriggio tra giochi con la sabbia e corse dietro alle galline.
La madre ci portò a vedere la piccola attività che aveva tirato su dal niente con una donna israeliana sostenitrice della causa palestinese. Costruivano gioielli di ogni tipo con materiali di scarto. Erano bellissimi.

Il figlio più piccolo della famiglia che gioca nel campo

Non riuscivo a smettere di sorridere. Mi sentivo piena di speranza ed ero carica di un’energia nuova, forte. Tutti i miei problemi diventarono minuscoli, iniziai a ridimensionare le mie priorità e i miei bisogni di ragazza occidentale con acqua e cibo a disposizione.

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