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Racconti dalla Palestina | Giorno 1

29 dicembre 2015 8:50

Avevo dormito poco, forse un’ora. Mi ero svegliata con il mal di schiena ed i brividi su tutto il corpo.
La valigia ancora chiusa mi ricordava che avrei dovuto sistemare i vestiti nell’armadio, ma quando mi girai a cercarlo non lo trovai. Sfilai un vecchio golf di lana cotta, di quelli che usavano le nonne quando durante la guerra non c’erano i soldi per comprare i giubbotti, lo indossai annusandolo, come per ricordarmi che odore avesse avuto la mia vita fino a quel momento.
L’odore dell’albergo era buono, fresco e pungente, sapeva di vento e piante selvatiche, ogni tanto di narghilè, ma solo quando Nick si metteva fuori dall’ingresso a fumare e cercare qualche storia speciale da raccontarmi.

Nel piccolo salottino della colazione conobbi il resto dei compagni di viaggio: erano una decina, tutti più grandi di me, qualcuno sulla quarantina, altri non sotto i venticinque. Mi presentai timidamente e mi sedetti in un angolo; mi mettevano tremendamente a disagio le presentazioni.
Rimasi in silenzio ad ascoltare le storie di ognuno, era bella e romantica l’idea che i nostri percorsi, diversi e lontani migliaia di chilometri, si fossero riuniti in un piccolo albergo nella Valle del Giordano.
Gli occhi di tutto il gruppo si posarono su di me, desiderosi di sapere quale ardente fiamma avesse acceso il mio desiderio di intraprendere un viaggio del genere. Non mi dilungai in soliloqui autoreferenziali e mi presentai come una studentessa del liceo, nonostante nessuna caratteristica fosse mai stata così distante da me. Una studentessa, in fin dei conti, non lo ero mai stata, forse una pigra frequentatrice, accusata non troppo ingiustamente di presentarmi solo per scaldare il banco e andare al collettivo. Certo, se avessi potuto eliminare ogni materia diversa dalla letteratura mi sarei potuta definire una studentessa modello, ma, come già sappiamo, non ebbi mai l’opportunità di farlo.
No, non ero lì per fare la rivoluzione e no, non ero mai stata ad una manifestazione contro gli israeliani. A ottobre, durante l’occupazione, avevamo proiettato “Valzer con Bashir” sul muro della palestra e mi era bastato quello per capire che sarei andata a documentare le storie delle persone che avevano assistito non solo a quel massacro, ma anche al resto delle rivolte. Così mi ero iscritta al viaggio, avevo fatto la valigia ed ero partita. Con Leone.
Forse ero sembrata una confusa adolescente con scarsi ideali, ma dentro di me sentivo che nessuna motivazione era più valida di quella.

Dettaglio di guardie appostate nella spianata delle Moschee

Bevvi velocemente un’altra tazza di caffè, indossai il giubbotto passandomi da un braccio all’altro la macchina fotografica e mi infilai il cappello, facendolo scendere bene fin sopra le orecchie.
Il furgoncino era freddo e scomodo, i sedili odoravano di umidità e sporcizia. Mi sedetti al finestrino aspettando che da un momento all’altro Nick accendesse la radio come ogni buon autista e ci iniettasse una dose di musica autoctona. Mi accorsi solo a metà viaggio che intorno a me tutto taceva. Era scomparso anche il puzzo di muffa.

In circa un’ora arrivammo alla Porta di Damasco, pronti ad avventurarci nel cuore di Gerusalemme. Sì, era vero che avevamo prenotato una visita alla spianata delle moschee.
Ci addentrammo nelle vie della città, fino ad arrivare davanti al muro del pianto. Mentre Nick ci spiegava la storia del posto io osservavo come quelle persone nascondessero le loro parole tra le crepe delle pietre, in un misto di riservatezza e pudore, nonostante lo scopo di quel luogo fosse comune a tutti.

La città vista dal Muro del Pianto

La spianata delle Moschee era deserta, non c’erano turisti e solamente qualcuno si recava a pregare percorrendo a testa bassa il percorso fino alla moschea. Ad ogni angolo almeno due militari.
Prima della seconda Intifada, iniziata nei primi anni 2000 e finita nel 2005, la Spianata delle Moschee era accessibile indistintamente da entrambi i popoli, ma da quando i palestinesi non avevano più il libero accesso a Gerusalemme la decisione di chiudere la Moschea araba era sembrata sensata a tutti.

Signore locali che si recano in preghiera nella spianata delle Moschee

Raggiungemmo in poco tempo il centro della città percorrendo la Via Crucis, gremita di turisti da tutto il mondo. Fu un po’ come tornare alla realtà.
Ci addentrammo subito nelle vie del mercato, dove coloratissimi oggetti di ogni sorta stavano appesi alle pareti e ai soffitti, rendendo l’atmosfera caotica ed estremamente orientaleggiante. Rimasi inebriata dai profumi del cibo e dalla ricchezza che prorompeva da ogni angolo, nonostante le strade avessero un livello di militarizzazione ben più alto di quanto mi potessi immaginare. Gli edifici degli abitanti di Gerusalemme erano protetti da filo spinato per paura degli assalti nemici e davanti ai palazzi più importanti c’erano capannelli di guardie armate fino ai denti. Solo gli USA e la Francia investono 600 mila euro all’anno per consentire agli israeliani questa rete di sicurezza.
Mi chiesi se ne valesse veramente la pena di vivere così, confinati tra mitra e reti per un briciolo di libertà.

Arrivammo alla parte vecchia della città, dove si trovava anche qualche negozio di proprietà palestinese. Erano pochi quelli ancora aperti. Nick ci spiegò che il governo israeliano aveva rincarato il prezzo degli affitti, che era di conseguenza diventato inaccessibile alla maggior parte dei commercianti. Così come per l’agricoltura, anche l’artigianato era finito per essere un mercato con scarsa rilevanza economica.

Dettaglio della città di Gerusalemme

Sicuramente, tra tutte le persone che condividevano il viaggio con me, ero la meno esperta in questioni di politica e conoscenze della storia del conflitto, ma capii che non serviva nessuna conoscenza pregressa, ne tantomeno una laurea in scienze politiche per rendersi conto della realtà dei fatti. Mi trovavo all’interno di una gabbia creata per impossessarsi di una terra che, al di là di storie bibliche e fatti storici, non avrebbe reso la libertà a nessuno.

Entrammo in uno dei pochi negozi palestinesi aperti, il proprietario era un amico di Nick e insieme alla figlia vendeva tappeti persiani. Ci fece accomodare intorno a un basso tavolino da caffè e ci offrì dell’acqua e qualche nocciolina. Era difficile accettare del cibo dopo quello che ci aveva raccontato Nick, ma ci fecero capire che sarebbe stata una grande offesa non accettarlo, quindi non ci tirammo indietro. Dopo aver riso, chiacchierato e ascoltato increduli le storie del negoziante il gruppo si rimise in marcia per le vie del paese, ma io ero già crollata in un sonno profondo su un grande tappeto rosso steso a un lato della stanza. Nick sapeva di lasciarmi in buone mani. Mi risvegliai con le sue mani calde che mi scuotevano delicatamente; era sera e dovevamo tornare all’albergo. Mi alzai con gli occhi socchiusi e mi girai verso il tappezziere; gli sorrisi per ringraziarlo, consapevole che le parole non sarebbero servite a niente.

Mi buttai sul letto cercando di mettere in ordine i pensieri e dare una forma a tutte le emozioni che avevo provato durante la giornata. Lo capii alla fine del viaggio che mi ci sarebbe voluto qualche anno per riuscire a farlo.
Scivolai dentro al sonno cullata dal profumo di mela del narghilè di Nick.

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