Press "Enter" to skip to content

Racconti dalla Palestina | Giorno 0

28 dicembre, 3:50, Tel Aviv.

Lo sbarco fu veloce, gli stewards non vedevano l’ora di svuotare l’aereo e di andare a dormire, come tutti noi. Sognavo il letto da Istanbul, dove ci avevano trattenuti un’ora e mezzo fermi sul Boeing per un allarme terrorismo, che si era infine rivelato essere una valigia non registrata di una donna russa che aveva, senza troppi scrupoli, abusato dell’alcol prima dell’imbarco. Il mio vicino era un ebreo ortodosso sulla novantina che cercò disperatamente di farsi cambiare di posto per non stare a contatto con la mia Kefiah. Fu un viaggio tormentato.

Ci avevano preparati bene prima della partenza, sapevamo già che a Ben Gurion ci avrebbero torchiati di domande. Noi dovevamo soltanto mentire: mentire a dei militari armati fino ai denti, dopo dieci ore di viaggio, dopo un allarme terrorismo e dopo cinque ore di guerra fredda tra una kefiah e una kippah. Una banalità.

Dopo aver ritirato la mia sacca North Face gialla, fedele e inconfondibile compagna di viaggio, mi girai verso Leone, il mio amico di una vita, nonché unica persona che avrebbe mai accettato di rischiare la vita in un viaggio così, con me. Un rapido sguardo, uno sbadiglio e un sorriso.

I casottini ci si stagliarono davanti, imponenti e ostacolanti, illuminati dall’alto da un’accecante luce al neon che mi faceva bruciare gli occhi.

Ci avvicinammo, stringendoci le mani, alle guardiole dove i militari aspettavano impazienti l’arrivo di qualcuno, kefiah e tatuaggi nascosti da costosi giubbotti comprati per l’occasione. Ci presentammo come una coppia di turisti italiani, “pasta, pizza, Papa” esordii per rientrare nella categoria dell’italiano medio all’estero che cerca di farsi capire. Sì, davvero un bellissimo paese. No, non lo conoscevamo il Papa, ma una volta tornati sarebbe stato sicuramente il nostro prossimo obiettivo. Cosa ci facevamo lì? Una bella vacanza in Terra Santa, l’indomani avevamo prenotato una visita guidata alla spianata delle Moschee. L’alloggio? I nostri genitori ci avevano regalato il soggiorno in un piccolo appartamento in centro a Gerusalemme. Sì, certo, ecco la ricevuta della prenotazione. No, non eravamo sposati, avevamo solo 17 anni. Grazie, sarà sicuramente una vacanza indimenticabile.

Il proprietario dell’albergo ci aspettava con un vecchio furgoncino nel parcheggio dell’aeroporto. Tirò un sospiro di sollievo quando ci vide arrivare. Era un uomo sulla cinquantina, la pelle ambrata era segnata dal sole e compensava il chiarore degli occhi verdi. Mi strinse la mano in una presa solida, guardandomi con profondità e interesse. Nick viveva nelle terre palestinesi occupate da quando era un bambino e aveva passato la sua vita a rivelare le verità nascoste di quella terra e di quella guerra. Si rivelò fin da subito una persona incredibilmente amorevole e protettiva, soprattutto nei miei confronti. L’ultimo giorno mi disse che gli ricordavo la sua bambina uccisa durante un blitz di soldati israeliani al checkpoint di Hebron. Aveva in tasca una bottiglietta d’acqua che si era dimenticata di dichiarare.

Volevo cogliere quanti più particolari possibili del passaggio da Israele a Palestina, da una terra altamente militarizzata e ricca, a una di case di fango e resistenza.

“Ci sono tanti alberi qua, fanno frutta?” Chiesi a Nick in un inglese un po’ addormentato.
“Sì. Sono alberi da dattero. Erano la nostra principale economia qualche anno fa. Adesso sono di Israele.” Una punta di amarezza rimase nell’aria. “Ora dormi piccina, domani risponderò a tutte le tue domande.”

Non feci in tempo a chiudere gli occhi che il sonno mi rapì.

Un mitra puntato addosso. Una torcia sparata negli occhi. Leone apriva gli zaini. Il furgone in mezzo a una strada buia, un soldato israeliano che mi puntava la canna del fucile al petto e una luce abbagliante che illuminava il contenuto della valigia. Mi alzai di scatto, il soldato armato mi urlò qualcosa che non capii. Nick non c’era, lo cercai in preda al panico, confusa tra il sogno e la realtà. Mi bussò al finestrino da fuori e mi sorrise strizzando l’occhio, cercando di tranquillizzarmi. Il controllo durò più di mezz’ora. Avevo paura, una paura mai provata prima. Pensai che a un certo punto quella pallottola mi avrebbe colpita e io non avevo neanche potuto chiamare mia madre per dirle che i datteri del supermercato non andavano comprati e che sarebbe dovuta venire lei a documentare la verità, per poi raccontarla a tutti quelli che poteva.
I soldati se ne andarono, delusi di non aver trovato niente di abbastanza pericoloso o illegale per arrestarci o, come usa da quelle parti, eliminare tre elementi scomodi in una sola volta.
Nick risalì sul furgone e ci disse che era normale, sarebbe successo tante altre volte e che il giorno dopo ci avrebbe insegnato un paio di trucchi per non far vincere la prepotenza di chi ha un’arma più grossa della tua.
Quella era la loro normalità.

L’albergo era un vecchio edificio in una zona che resisteva all’assedio israeliano, lungo il confine tra due paesi che non comparivano sulle mappe. La camera era piccola, un enorme condizionatore occupava i tre quarti dello spazio calpestabile. Il bagno non aveva la porta. Io e Leone saremmo diventati più intimi di quanto potessimo ancora immaginare.

Mi stesi sul letto e mi accorsi di quanto quel posto mi fosse già entrato sotto la pelle, fin dentro le ossa. Ormai era l’alba, mi dissi che sarebbe stato inutile dormire, che la sveglia era tra due ore e sarei stata ancora più stanca di prima se mi fossi addormentata.

Mi affacciai alla finestra: la luna era bassa in cielo, all’orizzonte c’erano le luci di una qualche cittadina lontana. Mi chiesi come facessero le persone a dormire sogni tranquilli, mi chiesi quanti bambini avevano un tetto sopra alla testa e chissà quanti morti c’erano stati quel giorno. Il silenzio mi fece capire quanto quella guerra fosse nascosta, privata, dimenticata. Una mano si posò sulla mia schiena e mi avvolse per ripararmi dal freddo. Ci addormentammo così, seduti sul davanzale con la finestra aperta e una coperta sulle spalle, incapaci di staccare lo sguardo da quella terra incantata.

One Comment

Comments are closed, but trackbacks and pingbacks are open.