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Quale sarà il futuro della presidenza Biden: intervista

Intervista a Stefano Luconi, professore di Storia degli Stati Uniti d’America all’Università di Padova.

A una settimana dal voto ancora non si ha la certezza definitiva sul vincitore: Trump ha tentato un azzardo sicuramente destinato al fallimento o qualcosa nel meccanismo elettorale americano effettivamente non ha funzionato?

I ricorsi intentati da Trump sono assolutamente pretestuosi e infondati: alcuni scrutatori repubblicani non avrebbero avuto adeguato accesso ai seggi; la Pennsylvania non potrebbe conteggiare le schede arrivate dopo la chiusura dei seggi (mentre la normativa permette di contarle se impostate entro la data delle elezioni e pervenute non oltre il terzo giorno dopo quello del voto). L’estrema lentezza nelle procedure di scrutinio (nelle elezioni per il Congresso dello scorso anno l’India ha conteggiato il quadruplo dei voti delle presidenziali statunitensi in appena poche ore) non comporta che la macchina elettorale non abbia operato in modo adeguato o che abbia addirittura favorito brogli. Significa solo che, posti sotto pressione proprio da Trump, che aveva mosso contestazioni prima ancora che le votazioni iniziassero, i funzionari delle commissioni elettorali hanno svolto il proprio lavoro con estrema cautela per non dare adito a ulteriori polemiche e a possibili contenziosi giudiziari.

Nelle ultime 8 elezioni ben 7 volte i democratici hanno vinto il voto popolare e adesso anche esponenti di rilievo, come Bernie Sanders, chiedono una riforma del sistema di elezione. Pensa che i democratici possano riuscire a cambiarlo in questa legislatura, pur senza la maggioranza in senato?

L’elezione indiretta del presidente non può essere abrogata con una legge ordinaria. È necessario emendare la Costituzione. Per farlo non basta avere la maggioranza alla Camera e al Senato. Serve anche la ratifica dei tre quarti degli Stati, cioè di 38 su 50. Gli Stati più piccoli non hanno interesse a cambiare  perché è proprio il sistema attuale che permette loro di conservare un minimo rilievo nella politica nazionale. Realtà come Wyoming, Vermont, Alaska, i due Dakota e Delaware (tutte sotto il milione di residenti) nonché altri otto Stati con meno di due milioni di abitanti  hanno un corpo elettorale di gran lunga meno numeroso di un singolo distretto di città come New York o Los Angeles. Se il presidente fosse votato direttamente dai cittadini, lo scarso peso demografico degli Stati meno popolosi li condannerebbe alla marginalità politica perché nessun candidato perderebbe tempo per conquistare ciò che a livello nazionale sarebbe solo un pugno di poche centinaia di migliaia di voti su un totale di circa 150 milioni.

Fonte Lospiegone

Quanto ha influito la mala gestione della crisi del coronavirus su questa elezione? Biden ha effettivamente vinto solo grazie ad essa, come sembrano sottolineare alcuni partiti della destra italiana?

In febbraio, con la disoccupazione scesa al 3,5% e il PIL che aveva superato i 21.400 miliardi di dollari nel 2019, una sconfitta di Trump non sarebbe stata immaginabile perché generalmente gli statunitensi votano con il portafogli e nei momenti di prosperità premiano il partito che controlla la presidenza. Poi è arrivato il covid-19 a far crollare l’economia e a provocare oltre 230.000 morti a fronte della sottovalutazione e della minimizzazione della pandemia da parte di Trump. Secondo i sondaggi, la questione più importante alle urne era l’andamento dell’economia per un terzo degli elettori e l’emergenza sanitaria per meno di un quinto. Eppure, rispetto al 2016, Trump ha incrementato il suo seguito di circa 7 milioni di voti, espressi da chi era convinto che la responsabilità del coronavirus fosse della Cina e che solo The Donald avrebbe potuto rilanciare l’economia. Sono, però, bastati pochi voti di chi non la pensava così a fare la differenza per Biden negli Stati chiave e a consegnare la Casa Bianca al candidato democratico.

Parlando del nostro continente, che ripercussioni ci saranno dal punto di vista politico in caso di conferma definitiva di Biden?

Biden tornerà alla concertazione con l’Europa su questioni fondamentali come il cambiamento climatico e il nucleare iraniano. Cercherà pure una maggiore collaborazione nel Medio Oriente, forse concedendo perfino un ruolo di rilievo all’Italia nella crisi libica. Occorre, però, non illudersi sul ripristino di un asse transatlantico privilegiato. L’Europa ha perso la sua centralità per gli Stati Uniti con la fine della guerra fredda. Inoltre, sebbene Biden non abbia sottoscritto la dichiarazione di Trump che l’Europa e, in particolare, la Germania si sono trasformate in un nemico economico per Washington, i dazi imposti dall’UE sulle importazioni statunitensi nell’ambito del contenzioso Boeing-Airbus, al pari della questione del 5G, preannunciano tensioni commerciali su cui il neopresidente non sarà disposto a fare sconti. Infine, nel campo delle incomprensioni, non va dimenticato che, prima ancora di Trump, è stato Obama, il presidente che ha avuto Biden come vice, a chiedere che gli alleati della NATO portassero la spesa militare al 2% del PIL.

Lo UK post-Brexit ha molto spinto sulla linea transatlantica appoggiandosi su una presidenza Trump: cambierà qualcosa nell’approccio con il nuovo presidente?

Boris Johnson e, prima di lui, Theresa May si sono affidati al potenziamento della partnership con gli Stati Uniti per non lasciare isolato il Regno Unito dopo la Brexit. Dopo l’uscita dall’Unione Europea non è possibile una politica alternativa. Non a caso, sabato scorso Boris Johnson si è precipitato a congratularsi con Biden per la sua elezione e lunedì, in conferenza stampa, ha auspicato la prosecuzione dei buoni rapporti tra Londra e Washington che caratterizzano da decenni le relazioni tra i due Paesi. Quindi, un mutamento di approccio non è nelle intenzioni inglesi. Il problema è semmai la disponibilità statunitense. Biden ritiene Johnson una sorta di clone di Trump. Le differenze personali tra i due leader, a livello caratteriale prima ancora che politico, rischiano di interferire con la linea transatlantica di Downing Street, almeno fino a quando Johnson resterà premier.

Fonte Metro

Negli stati uniti è stata respinta anche la linea più “socialista” rappresentata da Sanders, con il più centrista Biden in grado di raccogliere voti da entrambi i lati: stiamo assistendo alla progressiva scomparsa della sinistra, anche alla luce del poco consenso di cui gode qua in Europa?

Il progressismo radicale negli Stati Uniti è in declino da tempo. Tale fenomeno non è certo un riflesso dello scarso seguito che riscuote oggi la Sinistra europea, ma ha cominciato a manifestarsi circa mezzo secolo fa, ben prima che Obama intervenisse nelle primarie democratiche di quest’anno per far deragliare la candidatura di Sanders. Dalla debacle di George McGovern, che riuscì a strappare a Richard Nixon un solo Stato nel 1972, il partito democratico ha affrettatamente concluso che l’unico modo per restare competitivo nelle elezioni presidenziali sia abbracciare posizioni moderate, introiettare il neoliberismo e sostituire il principio della solidarietà sociale con la formula della responsabilità individuale. Questo sviluppo si è affermato già con la presidenza di Bill Clinton, promulgatore nel 1996 di una legge per ridimensionare il welfare, attraverso l’introduzione uno stringente limite temporale alla fruizione dei sussidi e di criteri più restrittive per accedervi, con l’obiettivo di abbandonare la riduzione della povertà in nome del contenimento della dipendenza dallo stato sociale.

Non è segreto che Biden ed Harris siano in disaccordo in molti punti, basti vedere i dibattiti all’epoca delle primarie democratiche. Pensa che ci sarà comunque sintonia come durante la presidenza Obama o crede che arriveranno prima o poi frizioni all’interno del team?

George H.W. Bush stigmatizzò la Reaganomics, definendola “economia voodoo”, nelle primarie repubblicane del 1980, prima di trasformarsi in un fedele vicepresidente di Reagan che seppe tenere a freno il proprio dissenso sull’apertura a Gorbachev. Da Harris possiamo aspettarci lo stesso. Harris sta preparandosi a correre per la presidenza, forse già nel 2024 quando Biden (che avrà 81 anni) potrebbe non ricandidarsi. Deve, quindi, mostrarsi moderata per accreditarsi del ruolo di degna erede di Biden e per non apparire una “angry black woman”, come è stata invece dipinta dai commentatori conservatori durante la campagna elettorale. Perciò, è improbabile che la vicepresidente manifesti divergenze rilevanti da Biden. Altrimenti Harris vivrebbe una replica della disfatta subita nelle primarie democratiche: si ritirò nel dicembre del 2019, prima ancora che un solo voto fosse deposto nelle urne, dopo non essere riuscita ad andare oltre il 6% nei sondaggi del mese precedente.

Quale sarà il futuro dei repubblicani in USA dopo un leader così diviso anche all’interno del proprio partito?

In quasi quattro anni di presidenza Trump ha forgiato un nuovo partito repubblicano a propria immagine e somiglianza, mettendolo nelle mani di esponenti del sovranismo più bieco come i senatori Mitch McConnell e Lindsey Graham, per tacere della neodeputata Marjorie Taylor Greene, sostenitrice delle teorie complottiste di QAnon sull’esistenza di una rete transnazionale di pedofili che anelerebbero a dominare il mondo. Dopo la morte di John McCain, il dissenso interno è limitato a poche figure come Mitt Romney, l’unico senatore repubblicano a votare per l’impeachment di Trump, e Susan Collins, il solo membro repubblicano del Senato a opporsi alla conferma di Amy Coney Barrett a giudice della Corte Suprema. Per rilanciarsi, il partito repubblicano avrebbe bisogno di aprirsi a donne e minoranze che non fossero soltanto i cubani conservatori della Florida. A spingerlo in questa direzione potrebbe essere l’ex governatrice del South Carolina ed ex ambasciatrice all’ONU Nikki Haley. La famiglia originaria del Punjab la renderebbe una figura credibile per attuare una tale svolta.

Fonte The New York Times

Quale pensa che sarà l’approccio di Biden nelle relazioni con l’Asia, in particolare con Cina e Russia?

Rispetto alla guerra commerciale condotta da Trump a colpi di dazi, Biden sarà più disponibile al dialogo con la Repubblica Popolare Cinese. Però, negozierà da posizioni di fermezza, a fronte del permanere di un forte disavanzo commerciale con la Cina (pari a 28,3 miliardi di dollari lo scorso luglio), dell’orientamento protezionista degli Stati della rust belt che gli hanno consentito la conquista della Casa Bianca e dell’introiezione dello slogan sovranista “Buy American” già durante la campagna elettorale. È, inoltre, probabile che Biden vorrà affrontare questioni scomode per Pechino, come i diritti umani non solo a Hong Kong ma anche per gli uiguri dello Xinjiang. Si può ipotizzare pure una crescita delle tensioni con la Russia e un maggiore ricorso alle sanzioni da parte di Washington, rispetto a quanto fatto da Trump, allo scopo di contrastare in modo più incisivo l’influenza del Cremlino in Europa orientale.

Pensa che la fronda nazionalista europea, chiara sostenitrice di Donald Trump, calerà nei consensi o crede che invece si rafforzerà? In Francia, vista anche la gestione ultimamente dell’estremismo di matrice islamica da parte del presidente Macron, l’ultradestra continua a calare nei consensi. In UK i conservatori guidati dal populista Johnson continuano a perdere terreno.

L’elezione di Trump nel 2016 aveva legittimato politicamente e galvanizzato ideologicamente una serie di formazioni sovraniste come la Lega in Italia e il Front (ora Rassemblement) National in Francia. Il declino di questi gruppi è iniziato ben prima della sconfitta di Trump. Marine Le Pen, nonostante l’appoggio di The Donald, è stata travolta da Macron nelle presidenziali francesi del 2017. Salvini ha fatto harakiri con l’uscita dal governo Conte nell’agosto dell’anno scorso, prima di affossarsi a colpi di citofonate nelle regionali dell’Emilia Romagna in gennaio. Johnson si è reso inviso perfino ai conservatori e già in ottobre circolavano voci sempre più insistenti di una fronda interna capeggiata da Theresa May. Diverso è il caso delle formazioni sovraniste dei Paesi dell’Europa orientale che, nel caso del Fidesz ungherese di Viktor Orbán, non danno cenni di cedimento solo grazie all’autoritarismo dei governi che esprimono.

Quale sarà l’effetto di una presidenza Biden sulle relazioni con Israele? Trump ha compiuto il grande passo di spostare l’ambasciata a Gerusalemme e ha portato molti paesi arabi a riappacificarsi con Israele. Crede che Biden continuerà su questa linea o crede che le trattative per il riconoscimento di Israele si bloccheranno?

Il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme era già stato stabilito dal Congresso, a maggioranza repubblicana, nel 1995. Trump ha solo attuato a questa precedente decisione. Allo stesso modo, negli Accordi di Abramo Trump si è limitato a sovrintendere a una svolta che sia Israele sia gli Emirati Arabi e il Bahrein avevano già compiuto autonomamente. Insomma, al di là della retorica per conquistare il voto dell’elettorato ebraico statunitense, la Casa Bianca non ha promosso niente. Ha più semplicemente svolto il ruolo di un notaio autorevole. La priorità di Biden in Medio Oriente sarà il rientro degli Stati Uniti negli accordi sul nucleare iraniano, non incentivare la normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele. L’attenzione di Biden ai diritti umani potrà creare frizioni con Riyad per gli strascichi del caso Khashoggi. Ma è improbabile che tale politica interferirà con il riconoscimento di Israele a opera di altri Paesi arabi se questa sarà la volontà delle parti.

Fonte Arab american news

Crede che la trattativa per TTIP possa riprendere ora arrivando ad un esito positivo con il nuovo presidente?

Il TTIP era stato concepito dall’amministrazione Obama soprattutto in funzione del contenimento della penetrazione economica della Repubblica Popolare Cinese e dell’allargamento delle opportunità per le corporation statunitensi sui mercati europei. Biden ha gli stessi obiettivi e, quindi, rilanciare la trattativa è nell’interesse della nuova presidenza democratica. Però, le ritorsioni daziarie dell’UE per la controversia Boeing-Airbus non sono necessariamente lo strumento a cui affidarsi per riportare Washington al tavolo del negoziato. Comunque, un esito positivo per gli Stati Uniti non coinciderà necessariamente con un analogo risultato per gli europei, soprattutto se si pensa ai tentativi pregressi di Obama per contenere il ricorso alle valutazioni di impatto ambientale e per ridimensionare le garanzie a tutela dei consumatori, in particolare nel campo della sicurezza alimentare, sulla base del modello normativo americano che, per esempio, non prevede il principio di precauzione né l’etichettatura non informazioni sull’intera filiera del prodotto.

Stefano Luconi è autore di La corsa alla la Casa Bianca. Come si elegge il Presidente degli Stati Uniti, dalle primarie dei partiti al voto di novembre (Firenze, goWare, 2020) e di L’anima nera degli Stati Uniti. Quattrocento anni di presenza afro-americana (Padova, Cleup, 2020).

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