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Perché noi non siamo bianchi americani

Come non possiamo fare nostra la politica nordamericana senza le dovute contestualizzazioni.

Valerio Dalla Ragione
Expat dal 2014. Appassionato di lingue scandinave ed esplorazioni polari, ma il mio campo di studi è l’economia.
Copenhagen

“Lunedì abbiamo cenato dai Cameron; diversi diplomatici dago erano presenti, tutti molto scossi dalla strage di Italiani a New Orleans. Personalmente, penso sia stata una buona cosa, e così ho detto”

Da una lettera di Theodore Roosevelt alla sorella, 21 Marzo 1891. Il termine dispregiativo “dago”, del primo 1700, identifica tutti i parlanti di Italiano, Spagnolo, Portoghese. Certo, i termini con cui riferirsi agli Italiani in inglese statunitense non mancano. Greaseball (lett. “palla oliata/di grasso”, data l’acconciatura), Wog (Diminutivo di Golliwog, una bambola dai tratti afro-americani di tardo 1800, oggi esemplificazione della storia razzista nel Paese), Goombah (da “cumpà”), e molti altri – ma torno adesso sulla lettera. Il futuro presidente Roosevelt, molto amato dagli Americani, si riferiva all’uccisione sommaria di 11 Italiani avvenuta a New Orleans appena una settimana prima, fatto di cui la città di New Orleans si è scusata solo ad Aprile 2019. Questa era stata una vendetta per il supposto ruolo di alcuni Italiani nell’uccisione del capo della polizia locale David Hennessy, caso da cui però erano stati assolti. Nessuna azione legale fu presa nei confronti degli esecutori della strage, e gran parte della stampa parlò dell’avvenimento come appunto una buona cosa

Un trattamento simile, a primo impatto, ci riporta alla mente la malagiustizia sistematica statunitense nei confronti degli Afro-Americani, (specialmente negli Stati del Sud), e volendo la malagiustizia di tutti i governi Nord- Centro e Sud-Americani nei confronti delle minoranze native che hanno inglobato nel corso della colonizzazione e che al contempo hanno sempre tenuto ai margini della società. Per citare John Parker, co-organizzatore della strage di cui sopra e in seguito governatore della Louisiana, gli Italiani sono “just a little worse than the Negro, being if anything filthier in [their] habits, lawless, and treacherous”.

The Mascot (New Orleans), 1888. Illustrazione satirica su come arrestare (in basso a destra) e sbarazzarsi degli Italiani (in basso a sinistra).

 D’altro canto, però, in quanto Europei, noi Italiani tendiamo ad identificarci con quello stesso uomo bianco che persevera nella sua malagiustizia e marginalizzazione sociale negli Stati Uniti fino ai giorni nostri – nonostante i nomi di Sacco e Vanzetti siano noti a (quasi) tutti. Questa confusione è certo parallela al macchinoso allineamento della retorica politica nostrana a quella statunitense: mancando riferimenti orientali ai partiti di sinistra da ormai trent’anni, i progressisti italiani si sono gradualmente avvicinati ai Dem americani e hanno fatto propri parte dei contenuti che stanno alla base della sinistra U.S.A., sovrapponendo pericolosamente la crescente xenofobia europea (ed italiana) al chiassoso conflitto etnico statunitense. Pericolosamente, perché non possiamo permetterci di dimenticare da una parte una lunga tratta di schiavi, assieme ad una dolorosa storia di immigrazione povera e soprusi intraculturali, e dall’altra una serie di (catastrofici) conflitti a noi contemporanei scatenati nel Medio Oriente che hanno contribuito ad inasprire le tensioni sociali nel vecchio continente. Ma non è una confusione irreparabile, né incomprensibile.

Per ovvie motivazioni geografiche, noi Europei siamo rimasti lontani dagli sviluppi culturali degli Stati Uniti per svariati secoli, per poi esserne inondati di colpo al termine della seconda guerra mondiale, quasi avessimo perso un figlio in fasce e questo ci si fosse catapultato di nuovo in casa all’età di trent’anni. Il rischio che cogliamo nel cercare di comprenderne le dinamiche correnti attraverso il lessico che ci viene esportato è quello di sorvolare l’intricata Storia di molti contrasti etnici e religiosi che vi si sono avvicendati negli ultimi quattro secoli. Uno fra tutti, la dicitura di “bianco”, che reputiamo in generale – un po’ per pigrizia, un po’ per ingenuità, un po’ per sentirci rilevanti – essere un sinonimo dei discendenti di coloni europei. Certo possiamo affermare che tutti i bianchi americani siano discendenti di coloni europei, ma è importante ribadire che non tutti gli Europei ricadono nella definizione statunitense di “bianco”, e se così non è lessicalmente, di certo lo è stato nei fatti attraverso la lunga serie di violenze contro minoranze etniche di varii Paesi europei –  principalmente e specialmente i popoli cattolici.

“L’unico modo per gestirla”

La difficoltà, certo, è quella di comprendere a chi si riferiscono gli Americani con il termine white. Gli Stati Uniti nascono da colonie inglesi fortemente protestanti, nel periodo del più grande scontro fra Chiesa cattolica e protestante, il 17esimo secolo. Il fondamento protestante degli Stati Uniti è chiaro ed indiscusso, ma fu solo nella prima metà del 19esimo secolo, con l’arrivo di cattolici in massa dall’Europa, che la combattività anti-papale emerse fortemente all’interno della società americana con la corrente del nativismo, termine tristemente ironico ai nostri occhi, che al tempo significava la rivendicazione e riaffermazione dei discendenti inglesi protestanti sulla cultura statunitense, in contrapposizione alla moltitudine di Irlandesi, Polacchi, Italiani, Ungheresi, Tedeschi (fra cui molti cattolici) etc. che si stavano riversando nel Nuovo Mondo in cerca di fortuna. Di ciò sono testimoni gli scontri a Philadelphia nel 1844, diretti a cattolici irlandesi e che costarono più di venti vite; il movimento segreto Know-Nothing, divenuto poi il partito American Party; il concetto di Romanismo che quest’ultimo ha foraggiato, ovvero una teoria del complotto circa l’obiettivo della Chiesa cattolica romana di sovvertire la gerarchia statunitense attraverso l’immigrazione e la diffusione del suo credo e dei suoi valori. L’anti-Romanismo, fra le altre cose, si trova al cuore dell’ideologia del famigerato Ku Klux Klan.

Illustrazione da “The Ku Klux Klan in Prophecy”, Alma B. White, 1925. I patrioti del clan sono rappresentati all’atto di abbattere la minaccia cattolica romana dalla società statunitense.

In altre parole, il pericolo principale è che si crei nella nostra mente un gioco di due parti – i bianchi e i neri, una polarizzazione assoluta, o un oppressore o un oppresso, invece di osservare una scala di privilegi di cui sì, il bianco (i.e. Anglo-Germanico protestante) e l’Afro-Americano occupano rispettivamente il posto più alto e più basso, una scala però in cui esistono molti altri gradi intermedi – e in cui noi come popolo Latino e/o cattolico certamente non abbiamo corrisposto alla definizione di bianco europeo per la maggior parte della Storia, se mai lo fossimo adesso (assunto che personalmente non impugno).

E’ indubbio che gli immigrati e i discendenti di Paesi europei cattolici siano riusciti per la maggior parte a liberarsi della discriminazione razziale negli Stati Uniti, almeno per ciò che riguarda gli episodi di violenza sommaria e/o gratuita – e sempre che non si provenga, di rimbalzo, dall’America Latina. Ciò è dimostrato, fra le altre cose, dalle elezioni presidenziali del 1960: J.F.Kennedy è stato infatti il primo (e finora ultimo) presidente cattolico degli Stati Uniti. Per quanto riguarda gli Italo-Americani in particolare, la loro stessa croce si è rivelata nel tempo delizia: la mistica di ottuso tradizionalista e amante dei piaceri, per cui non esiste Stato ma solo famiglia, si è ben prestata alla creazione del brand che li ha portati ad essere conosciuti ed apprezzati in tutto il mondo. Quello di artisti della cucina e della vigna, geniali ma sconsiderati, appassionati ma con disordine, ignoranti e duri di comprendonio ma dalla grande sensibilità – un brand talmente espanso e riconosciuto da essere imitato e sfruttato sotto copertura da etnie che poco o nulla hanno a che vedere con la cultura Italo-Americana. Un brand il cui prezzo da pagare è che lo stesso popolo di artisti debba essere per forza associato ad abitudini violente e mafiose. 

“Direttamente dalle baraccopoli d’Europa, quotidianamente”. Lo “Zio Sam” si oppone a ratti (immigrati italiani) che portano mafia, socialismo e anarchia. 1903

Il controverso e poco velatamente dispregiativo fascino statunitense per la cultura italiana e la sua tendenza a creare complesse gerarchie parastatali ci ha portato, un po’ alla volta, a credere che noi apparteniamo e siamo sempre appartenuti a quel club di affaristi privilegiati con il vizio dell’apartheid che trova le sue radici nel colonialismo europeo. A questo contribuisce anche la nostra fondazione della e partecipazione alla comunità europea, che ci ha ulteriormente avvicinato ai temi e alle colpe delle potenze coloniali e schiaviste di un tempo (Paesi Bassi, Belgio, Regno Unito) e da cui abbiamo importato il relativo dibattito, nonostante sia tutt’ora ben chiaro il ricordo di un’Italia agraria e di sussistenza ai tempi delle potenze citate sopra; un’immagine che male si accosta alla narrativa di un Paese, gli U.S.A., in cui più del 10% della popolazione è discendente da etnie trasportate con la forza da un altro continente con il preciso intento di essere rese schiave dall’etnia dominante, il cui sfruttamento è alla radice di un distacco economico che perdura fino ai giorni nostri, più di un secolo e mezzo dopo l’abolizione della schiavitù.

Per quanto la maggior parte delle etnie europee siano state progressivamente americanizzate e certo la probabilità di episodi di discriminazione aperta e brutale verso alcuna di esse sia pressoché nulla, la nostra posizione nel sostenere il pieno riconoscimento delle minoranze etniche nella società americana non deve essere quella di un Trimalcione assalito tutto a un tratto da sensi di colpa. 

Piuttosto, la prospettiva più corretta è quella di una cultura che per la maggior parte della sua Storia è stato discriminata a sua volta da quello stesso Trimalcione che ora vuole alleggerirsi la coscienza distribuendo la colpa su chi fino a poco fa ha sempre considerato un pericolo pubblico. Osservare il conflitto autoidentificandoci nel bianco americano ci porta erroneamente a credere che quella cultura – coloniale inglese protestante – che a lungo ha oppresso e maltrattato tantissime etnie ed inclusa la nostra, ci avrebbe mai accordato un particolare privilegio. Un’illusione facilmente confutabile.

Il rifiuto di questo parallelismo ci è essenziale per mantenere coerente la comprensione dei fenomeni di discriminazione nel nostro continente ed agire di conseguenza; come Italiani, è infatti di vitale importanza allontanare la nozione di razzismo istituzionalizzato statunitense, derivato da oppressione razziale e sfruttamento sistematico e plurisecolare, se vogliamo imparare ad armonizzare e facilitare la convivenza di molte etnie che si ritrovano per la prima volta ad esistere insieme – che è invece la situazione del nostro Paese e più in generale dell’Europa.

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