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“Nonna, ti presento Caterina”: Storia di un (non) coming out

Quando avevo diciotto anni mi ritrovai di fronte a una scelta che, per svariato tempo, mise a repentaglio la mia salute mentale e l’equilibrio della mia famiglia: fare coming out.

Nottate intere passate a formulare il discorso su come l’educazione ricevuta e le solide basi morali trasmesse non sarebbero venute a mancare solo perché Caterina l’altra sera in discoteca mi aveva dato un bacio e io mi ero sentita come se finalmente qualcuno che mi faceva battere il cuore c’era e non ero nata con una malformazione al miocardio.

Per settimane mi svegliavo la mattina pensando che quello sarebbe stato il giorno giusto per dire a mia nonna che da quel momento appartenevo a quella comunità tutta colorata che a Giugno passano sempre al telegiornale, sì nonna, esatto, quella dove ci sono gli uomini con i tacchi e le gonne e le donne con le camicie a quadri e le gambe pelose. Finalmente, alla tenera età di diciotto anni, ero pronta per incasellarmi e apporre la tanto richiesta etichetta sul mio “life passport”.

Quanti pranzi della domenica passati a tamponare i sudori freddi, con lo stomaco chiuso e le parole bloccate in gola, nell’aspettativa di quel fatidico momento in cui mi sarei alzata, avrei preso la parola e avrei detto a tutta la famiglia, compresa la bisnonna ultracentenaria, che il fidanzatino non sarebbe più venuto a fare visita, perché in realtà quello non era il mio fidanzato, ma il mio migliore amico, e tutte quelle rose e i cioccolatini per San Valentino arrivavano da Caterina, la nipote della Paola che lavora in macelleria, quella che mi fa sempre lo sconto sul petto di pollo. Sì, sì, proprio quella Paola che ha perso il marito e ha la nipote tanto carina con il gioiello al naso. Insomma, un doppio dispiacere.

Che poi essere la prima persona della famiglia che, da tre generazioni a questa parte, avrebbe sventagliato le sue preferenze sessuali a un pranzo della domenica era una grossa responsabilità. Ma diciamocela tutta, al di là del pranzo della domenica, nessuno mai aveva avuto la necessità di dichiarare apertamente che preferiva il signor Piero alla signora Lavinia, ma d’altronde erano altri tempi e adesso se non volevi rischiare di essere una lesbica a metà, dovevi fare coming out. Se poi scappava di postarlo su qualche social eri ancora più completa.

Quel giorno, per mia grande fortuna, non arrivò mai. Caterina diventò l’invitata speciale ai pranzi della domenica, ma nessuno investigò mai sulla veste della sua presenza se non come nipote della Paola che, povera donna, aveva perso il marito. Erano sempre dei gran pranzi e la mia famiglia sorrideva anche se sotto il tavolo io e Caterina ci stringevamo la mano e poi andavamo a fumare le sigarette di nascosto abbracciate strette strette al finestrino della macchina.

Poi successe che Caterina venne a pranzo di martedì, a cena di mercoledì e il giovedì passò a fare un saluto. La nonna, guardiana del pianerottolo, che già da un po’ faceva strane domande sul gioiello al naso e quel taglio di capelli a maschietto, iniziò a sospettare e andò da mia madre a chiedere chiarimenti. Quella sera a cena la nonna venne a dirmi che la prossima volta che veniva Caterina glielo dovevo dire, almeno preparava le lasagne e non facevamo una brutta figura.

Oggi, quattro anni dopo, non ho ancora riprovato quel bisogno di approvazione. Neanche il mio primo giorno di lavoro.

A seguito della mia esperienza sono fermamente convinta del fatto che il coming out possa essere una modalità di accettazione e condivisione di una propria caratteristica e preferenza, un trampolino di lancio in una società altamente penetrante e invasiva nelle nostre vite private, il mezzo più condiviso attraverso il quale sentirsi parti unite di una grossa comunità nata per difendere e lottare per i diritti di chi ne fa parte. Dall’altro lato, credo che non debba essere un marchio di riconoscimento e, tantomeno, non dovrebbe essere il rito di passaggio per diventarne membri sicuri.

La sessualità è una delle massime espressioni della nostra personalità e della nostra libertà di essere umani. Impegniamoci per non essere i primi a tagliarci le ali, ma incoraggiamo gli altri a prendere il volo quando e come si sentono di farlo.

GINEVRA EMMER

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