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Myanmar e Cina: le conseguenze della fine della coalizione

Le strategie di Pechino nei paesi del sud est asiatico, come il Myanmar, ad esclusione di Singapore e Vietnam per questioni finanziarie e di rivalità storiche rispettivamente, sono state imperniate sulla via della seta, anzi la Belt and Road Initiative, o BRI voluta da Xi.

Funziona, rozzamente, così: la Cina propone un progetto a paesi che ne hanno disperatamente bisogno (per lo più porti, aeroporti e infrastrutture energetiche o di telecomunicazione,  raramente strade e ponti). La Cina ci mette i soldi, e come spesso accade in molti paesi in via di sviluppo, anche la parte che serve a “oliare gli ingranaggi”.

Il paese ospitante così è felice, non dovendo spendere per un qualcosa per cui spesso non hanno neppure il know-how, sperando inoltre che ciò comporti lavoro per alcune imprese locali e piccola manovalanza. La Cina usa imprese sue e personale suo, sia colletti bianchi che blu. Al paese ospitante rimangono meno delle briciole.

Fonte Today

La Cina detiene i diritti di uso dell’infrastruttura per un certo numero di anni e lo stato ospitante si trova a dover pagare l’infrastruttura che rimane controllata dai cinesi. Il malcontento locale cresce, vedendo che persino il lavoro meno specializzato è dato ai cinesi.  
Le PR dei Cinesi sono pessime, raramente capiscono le realtà dove si muovono e il personale tende ad ignorare usanze locali, risultando irritante e talvolta offensivo. Tutto ciò danneggia le istituzioni del paese che vedono il malcontento crescere.

Al cambio di governo, democraticamente o meno, nuovi partiti e players locali pensano di rivedere i piani attuati. I PR cinesi approcciano la nuova classe dirigente che non si sente in dovere di mantenere gli accordi pregressi. Spesso, a questo punto, spuntano altri coffee money se la compagnia cinese di turno ritiene l’investimento ancora importante, ossia se Pechino lo vede strategico. Ai cambi di governo però fa spesso seguito una campagna anti corruzione per tagliare le gambe al precedente, cosicché le infrastrutture cinesi si fermino.

Non è sempre così, ovviamente, ma spesso sì.
Questo modo di muoversi da elefanti in una cristalleria ha portato la Cina a favorire regimi autoritari e spesso militari, percepiti come elemento di stabilità.

La situazione in Myanmar

In Myanmar la situazione non era diversa. I militari al potere prima delle ultime elezioni (le prossime sono l’8 Novembre) si allearono strategicamente (e legittimamente dal loro punto di vista geopolitico) con la Cina. Diversi furono i progetti dati a compagnie cinesi e la longa manus di Pechino nel paese iniziò a farsi sentire pesantemente. La Special Economic Zone nel Rakhine iniziò a creare diversi problemi. Il nord est del paese divenne sempre più “Pechino dipendente”, il mandarino iniziava ad essere la lingua prevalente, il renminbi usato al posto della valuta locale e persino il fuso orario di alcune cittadine era quello cinese. Gli stessi militari myanmaresi non parvero gradire. Quando il partito di Aung San Suu Kyi vinse le ultime elezioni le cose iniziarono a cambiare.

Fonte TheASEANpost

Alla SEZ furono messi davanti degli impianti di sondaggio gas & oil indiani, americani e thailandesi, bloccando di fatto molto del movimento portuale. I confini tra gli stati del Kachin e Shan (il Myanmar è un’unione) con la Cina furono chiusi. Xi Jinping arrivò persino a visitare il paese per “chiedere” la riapertura dei confini. Aung San Suu Kyi rifiutò di farlo. Il flusso di droga (triangolo d’oro), armi per i gruppi ribelli, gemme, e così via, subirono un drastico crollo. A vantaggio di tutti nel paese.

Ma il Myanmar non aveva intenzione di limitarsi a chiudere i confini. Realisticamente si capì che i flussi di denaro sarebbero comunque continuati nelle infrastrutture. Scoraggiare i cinesi e, soprattutto, allontanarli da infrastrutture strategiche divenne importante. I progetti infrastrutturali vennero rivisti uno ad uno. Quelli ferroviari vennero dati al Giappone, nonostante la terribile storia della ferrovia costruita durante la WW2 dai nipponici (forza occupante), e quelli energetici sia alla Corea del Sud che al Giappone, che iniziò a definirsi ben presto come il partner principale.

Il mega progetto della New Yangon City Project, dapprima dato esclusivamente ad un colosso cinese, il China Communication Construction Co o CCCC, è stato smembrato in molteplici ed affidato ad una rinomata società tedesca per l’international bidding process. Sono arrivate 16 proposte, tra cui Singapore, Giappone, Spagna, Francia e Italia. Nel link fornito potrete trovare le accuse di frode e corruzione che la World Bank ha portato alla CCCC. Notate anche il numero in ettari del progetto 4745, per capirci, un campo da calcio sono 0.7 ettari. 

Fonte Global Construction Review

Scuole di formazioni specialistiche aprirono nel paese per avvicinare le persone al mercato del lavoro in Giappone. La Thailandia tornò a fare capolino sotto forma di iniziative private e non guidate da una strategia nazionale. Nonostante l’offerta di vaccino da Pechino, il governo decise di optare per contributi esterni (probabilmente Giappone) e del GAVI.

Il prossimo governo, uscente dalle urne l’8 Novembre, dovrebbe concludere la chiusura di tutti i casinò illegali messi in piedi da triadi e malavita cinese nello stato del Karen.

Per concludere, vorrei farvi notare nuovamente di cosa parliamo. Un ex progetto cinese viene assegnato ad una compagnia tedesca per completare il bidding internazionale. Niente corruzione possibile. Le società europee ci si fiondano.

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