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Libia ed Egitto scuotono il Mediterraneo

Libia ed Egitto insieme rappresentano al momento le aree più nevralgiche del Mediterraneo. Ma andiamo a capire a cosa siano dovuti questi conflitti e quali siano le posizioni dei player internazionali.

Per tentare di comprendere le principali dinamiche inerenti alla Guerra civile in Libia (dal 2011 ad oggi) e il ruolo che l’Egitto ha in questo conflitto è bene ripercorrere le trasformazioni di questi due attori negli ultimi anni. Piccola parentesi, perchè dal 2011? Perchè a tutti gli effetti esso rappresenta un anno zero per la maggior parte degli attori dell’area MENA (Middle East and Northern Africa).

La Guerra civile libica tende ad essere divisa in due fasi. La prima va dall’inizio delle proteste alla sconfitta dei lealisti comandati da Gheddafi, barbaramente ucciso nell’Ottobre del 2011 e in cui un ruolo fondamentale lo ebbe l’intervento, sotto l’egida della NATO, delle forze aeree inglesi e francesi (interessante notare che l’ex presidente francese Sarkozy, che tanto spinse per quell’intervento, oggi risulta coinvolto in uno scandalo legato a soldi libici volti a sostenere la sua campagna elettorale); interessante sottolineare nella faccenda il disinteressamento italiano nella protezione di uno dei suoi migliori alleati nel Nord Africa facendo apparire lo stato italiano, a quei tempi governato da Silvio Berlusconi, un vero e proprio voltagabbana (la diplomazia di Berlusconi non va confusa però con la diplomazia Italiana degli anni Ottanta anni in cui ebbe un ruolo dominante nel creare legami diplomatici col mondo arabo e che oggi invece ha totalmente perso a discapito della Turchia). Senza perdersi, questa prima fase, sponsorizzata in Occidente come un supporto per l’ottenimento delle libertà delle popolazioni locali, ha scoperchiato un vero e proprio vaso di pandora.

Gheddafi e Berlusconi durante una visita del dittatore libico in Italia
Gheddafi e Berlusconi durante una visita del premier libico in Italia

Perché, dopo la morte di Gheddafi, la Libia non è riuscita a trovare stabilità?

Questo perché la Libia, come nazione, non è mai esistita. Se non dal punto di vista del commercio di petrolio, la Libia è una creazione prima italiana, poi inglese ed infine di Gheddafi: esistono invece la Cirenaica (Tobruk), la Tripolitania (Tripoli) e il Fezzan (regione prevalentemente desertica in cui dominano tribù nomadi come i Tebu e i Tuareg).

Questa divisione interna la si vede infatti anche nei principali schieramenti nella seconda parte della Guerra civile (dal 2014- ad oggi) in cui due principali fazioni, quella di Serraj con forti connotazioni legate all’Islam politico, legittimata dalle Nazioni Unite e sostenuta militarmente da Turchia, Qatar e (in minor modo) dall’Italia e con sede a Tripoli, la quale si scontra con il militare Haftar, già membro delle forze armate di Gheddafi (partecipò infatti a svariate operazioni militari in Ciad negli anni Ottanta) e con forti connessioni con gli americani, tanto che ha cittadinanza americana avendo vissuto per svariati anni a Langley, Virginia (sede della C.I.A). 

Serraj e Haftar durante un incontro a Palermo con il Primo Ministro Giuseppe Conte a Novembre 2018
Credit: AFP Photo

Se tutto ciò non bastasse, a rendere complessa una situazione già assai difficile di per sé come una guerra civile, il ruolo delle milizie non è da sottovalutare (lo stesso fenomeno si è visto in Siria): milizia di Taruna, guerriglieri Tuareg, milizie legate all’Isis libico nella città di Derna (quest’ultime poi disintegrate da un secondo intervento occidentale, questa volta americano, nel 2015 che ha raso al suolo Derna, vera e propria roccaforte ISIS, e Sirte) ma la milizia più importante è senza dubbio Misurata, considerata la Sparta libica, il cui ruolo è stato fondamentale l’anno scorso quando Haftar stava per conquistare finalmente Tripoli. 

In Libia nessuno ha la forza per prendere il potere.

La situazione odierna

La cronologia degli eventi è complessa ed è forse poco utile da ripercorrere passo passo. Ma oggi? Oggi la situazione è la seguente: la Guerra civile libica è a tutti gli effetti una proxy war, ovvero una “Guerra per procura”, assai simile ad un altro conflitto civile nel Mediterraneo, quello siriano. 

Quindi se dietro Serraj stanno Turchia, Italia e Qatar (la Turchia ha recentemente inviato truppe di terra ritornando in Libia dopo più di cent’anni da quando proprio l’Italia la scacciò con la Guerra italo-turca di inizio Novecento), dall’altro lato vediamo Haftar sostenuto da Francia (che tuttavia ha ammorbidito il proprio ruolo dopo la sconfitta di Haftar alle porte di Tripoli), Egitto, Emirati Arabi, Arabia Saudita e Russia. I due fronti sono legati (soprattutto quelli legati al mondo musulmano) da uno scontro tramite guerre per procura per stabilire quale tipo di stato islamico riuscirà ad imporsi nel ventunesimo secolo: quello con venature confessionali e populiste di Baba Erdogan oppure quello delle monarchie conservatrici wahabite, anti sciite ed elitaristiche di Emirati e Arabia Saudita che gli Occidentali, in primis USA e Francia, hanno tutti gli interessi a sostenere visto il rischio di radicalismo islamico in terra occidentale. 

Serraj ed Erdogan durante un incontro ad Istanbul tra i due leader politici il 21 Giugno 2020
Fonte: Hürriyet Daily News

Dall’altro lato invece, come in Siria, in Libia si giocano i destini egemonici nella regione mediterranea dopo che gli americani, già con Obama, decisero di ritirarsi da Maghreb e Medio Oriente (MENA). Ecco che si capisce il supporto militare russo all’Egitto che ha inviato più volte militari russi nel paese dei Faraoni in addestramenti congiunti. Si capisce il ruolo francese, vero e proprio braccio armato europeo, che sta cercando tramite il supporto tedesco di risolvere i nodi interni alla NATO, primo tra tutti il nodo turco.

E l’Egitto?

L’Egitto è fondamentale poichè condivide un confine di migliaia di chilometri con la Libia e ha un ruolo centrale nei mercati globali (vedi la strozzatura di Suez). Proprio per questo, dopo il colpo di stato del 2013 che ha visto prendere il comando da parte del militare Al-Sisi, il suo ruolo naturale è quello di poliziotto del Maghreb, neutrale verso Israele, supportato dai paesi del Golfo (escluso il Qatar che invece con l’emittente Al Jazeera e svariati aiuti economici ha supportato molti gruppi confessionali islamici e che con l’Italia, tramite Leonardo e Finmeccanica, ha dei contratti importanti, vedi quelli legati al gas liquido assai importanti).

Haftar ed Al-Sisi durante un incontro al Cairo il 14 Aprile 2019
Fonte: ANSA

Tuttavia, l’Egitto si sente debole per due motivi: primo perché ha enormi problemi interni che sta risolvendo incarcerando ogni membro legato ai Fratelli Musulmani, secondo perché non vuole in nessun modo essere coinvolto in conflitti sia in Libia che contro l’Etiopia (paese che rischia di mettere a repentaglio le sue riserve d’acqua nella regione con una costruzione di una enorme diga a monte del Nilo), e infine perché ha interessi commerciali enormi verso l’Occidente (vedi i giacimenti di Zohr) che la rendono dipendente dai soldi occidentali. 

Le voci sono tante e la pace pare lontana in Libia. Il Leitmotiv dominante è il seguente: il Mediterraneo risulta uno dei mari più militarizzati al mondo ed è bene prepararsi a forti sconvolgimenti nella regione, come se le Primavere Arabe non fossero bastate. 

ALEKSEY SACHAROV

6 Comments

  1. […] Ripeto, la verità si saprà tra molti anni. Sicuramente il colpo di Stato ha stranamente rafforzato Erdogan e gli ha permesso di portare avanti politiche sempre più aggressive che oggi si materializzano con: l’invasione nel nord della Siria insieme ai Russi, posizioni sempre più aggressive per lo sfruttamento delle risorse energetiche mediterranee in barba ad ogni norma del diritto internazionale (gli speronamenti di navi italiane, greche e francesi negli ultimi anni sono diventati la prassi nei mari in cui tanti italiani vanno in vacanza) e infine l’intervento (prima indiretto e poi diretto) con forze militari turche nella Guerra civile libica. […]

  2. […] Ora, vi sono alcuni problemi tra Etiopia (da cui nasce il Nilo Blu), Sudan ed Egitto, in quanto il primo di questi tre paesi sta riempiendo progressivamente una sua diga a monte. Ciò rischia di azzerare l’approvvigionamento idrico degli altri paesi paesi, ma anche di tenerli con una sorta di pistola alla tempia. Il rischio di dominio etiope e di continue estorsioni è incombente. Aspettate solo che Sud Sudan e Uganda facciano lo stesso con il Nilo Bianco e auguri all’Egitto. […]

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