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L’estradizione di Assange è stata negata

Il giornalista australiano Assange non verrà estradato negli Stati Uniti, dove rischia 175 anni di carcere o la pena capitale a causa della diffusione di segreti di Stato legati alla guerra in Iraq

È recentissima la sentenza in merito all’estradizione di Julian Assange. Il giudice distrettuale Vanessa Baraitser nega la possibilità di estradare il giornalista, motivando la sua decisione evidenziando le possibili ripercussioni che questo potrebbe avere sulla sua salute psico-fisica.

Assange è un giornalista australiano, fondatore di WikiLeaks, un’organizzazione che ha come obiettivo quello di rendere disponibili al pubblico documenti relativi a segreti di Stato o aziendali.

Eppure, nonostante la “nobiltà” delle intenzioni e la stima da parte dell’opinione pubblica acquisita progressivamente, per Assange è cominciato un vero e proprio esodo, che avrebbe potuto avere un esito terribile.

Julian Assange

La vicenda

Tutto inizia nel 2010, quando Wikileaks diffonde un video di 17 minuti nel quale viene testimoniata la fucilazione di alcuni civili iracheni, fra cui dei giornalisti la cui telecamera era stata scambiata per un’arma. Alle rivelazioni relative ai crimini di guerra commessi in Iraq seguono la pubblicazione di quasi centomila documenti connessi invece con la guerra in Afghanistan, in cui vengono nuovamente portati a galla le uccisioni di civili da parte delle truppe americane e britanniche. Dall’altro lato, i file relativi all’Afghanistan non risparmiano neanche i “nemici”, rivelando il sostegno dell’Iran e del Pakistan ai talebani, che hanno causato la morte di numerosi soldati americani (molti di più di quanti ne conoscessero in patria). Per finire, a novembre viene pubblicata un’altra raccolta di documenti legati all’operato dei funzionari diplomatici statunitensi, il cui contenuto è relativo alla valutazione di diversi leader politici (non sempre particolarmente positivi come nel caso dei giudizi sull’ex Primo Ministro italiano Silvio Berlusconi: definito inaffidabile e poco serio, viene spiato a causa degli ambigui rapporti con Vladimir Putin). All’epoca, la pubblicazione di quest’ultima raccolta di documenti aveva portato alla diplomazia americana non poche difficoltà. La Farnesina aveva richiamato l’ambasciatore per chiedere spiegazioni, così come avevano fatto precedentemente la Francia e la Germania, che avevano definito lo spionaggio statunitense inammissibile ed era stato sottolineato dalla Merkel la possibilità che relazioni fra l’Europa e l’America avrebbero potuto incrinarsi.

Sempre nello stesso anno, viene emesso un mandato di arresto per Assange a causa dell’accusa di stupro presentata da due donne svedesi, per cui il giornalista, all’epoca residente nel Regno Unito, si consegna alla polizia arbitrariamente. Il giornalista nega che queste accuse siano effettivamente vere e che in realtà non rappresentino che un pretesto per poter successivamente essere estradato dalla Svezia agli Stati Uniti. Nonostante venga liberato poco dopo su cauzione, gli viene tolta la libertà di movimento e la corte britannica concede l’estradizione nel 2011. Segue un ricorso, che viene rigettato nel 2012 dalla Corte Suprema.

A quel punto, Assange si rifugia nell’ambasciata ecuadoregna chiedendo asilo politico, il quale gli viene concesso e in cui Assange è rimasto per 7 anni. La “prigionia” nell’ambasciata dell’Ecuador gli ha permesso di continuare la sua attività di giornalista e di parlare alla stampa. Le vicissitudini di Assange si diffondono, viene candidato assieme a Chelsea Manning (che ha fornito i documenti sui crimini commessi in Iraq) al premio Nobel per la pace, e diviene il simbolo della libertà di stampa.

Purtroppo, l’asilo politico gli viene revocato nel 2019 e gli viene sospesa anche la cittadinanza ecuadoregna conferitagli nel 2018. Questo permette agli agenti britannici di penetrare nell’ambasciata e di arrestarlo.

Il giornalista viene quindi condannato, ma non per le accuse di stupro, ormai decadute, ma per aver violato i termini prestabiliti dalla libertà su cauzione rifugiandosi nell’ambasciata dell’Ecuador e non presentandosi in tribunale. Nel frattempo, arriva formalmente la richiesta di estradizione da parte degli USA, che lo accusano di spionaggio, reato per cui, se venisse condannato, Assange potrebbe rimanere in carcere per 175 anni o addirittura finire sulla sedia elettrica.

Le condizioni a cui è sottoposto Assange all’interno della prigione britannica sono impressionanti. Non gli è concessa privacy nelle conversazioni con i suoi avvocati, le sue condizioni psico-fisiche sono gravi ed è in isolamento.

La sorte di Chelsea Manning

Non è particolarmente diverso quanto ha subito Chelsea Elizabeth Manning (nata Bradley Edward Manning), l’analista della CIA responsabile di aver trasmesso a WikiLeaks i documenti legati ai crimini di guerra commessi in Iraq.

Arrestata nel 2010 a seguito della denuncia di un hacker a cui aveva rivelato di aver trafugato i documenti, viene condannata a 35 anni di carcere nel 2013. Nel 2017 Barack Obama le concede una riduzione della pena. Nonostante questo, Chelsea Manning torna in carcere nel 2019 a causa del rifiuto di testimoniare al processo contro WikiLeaks. Nel 2020 viene poi nuovamente scarcerata a causa del tentato suicidio.

La prima foto pubblicata su Instagram da Chelsea Manning dopo la scarcerazione

La vicenda di Chelsea Manning ha innescato una serie di asprissime critiche nei confronti del sistema giudiziario americano, a causa delle condizioni di detenzione a cui la soldatessa è stata sottoposta. La donna si trovava in isolamento, dove è rimasta per dieci mesi dopo essere trasferita a causa delle reazioni dell’opinione pubblica, poteva camminare in giro per la stanza per un’ora al giorno per fare attività fisica e durante le visite veniva incatenata.

Attualmente Chelsea Manning ha deciso di entrare in politica, candidandosi con il partito democratico.

Una decisione spartiacque

La decisione relativa all’estradizione di Julian Assange è definita “spartiacque” per la portata che avrà nel mondo occidentale. Di fatto, se il giornalista fosse stato portato negli Stati Uniti con la possibilità di venire condannato per spionaggio, alcune delle libertà fondamentali stabilite dalla stessa Costituzione americana sarebbe state seriamente messe a rischio. Piuttosto ironico, considerato l’accento che i Paesi occidentali pongono sulla tutela delle libertà individuali, requisito indispensabile per essere definito un Paese “civile”. Proprio una settimana fa circa, la Cina ha ricevuto aspre critiche per la sentenza contro la giornalista Zhang Zhan, che per prima denunciò la diffusione del coronavirus.

Le vicende di Assange e di Chelsea Manning, per quanto entrambe si siano concluse in modo positivo, hanno portato una forte scossa in Occidente. La sentenza emessa dal tribunale britannico non cancella le persecuzioni che il giornalista e il soldato hanno vissuto per circa dieci anni e le condizioni di degrado e le torture subite durante la prigionia. Gli Stati coinvolti sono ben quattro: il Regno Unito, la Svezia, gli USA e l’Australia, quest’ultima colpevole di non aver fatto abbastanza per tutelare il proprio cittadino.

Gli avvenimenti di cui abbiamo parlato devono dunque essere visti in un’ottica più ampia: proprio a dicembre 2020, la Francia ha affrontato l’ira dei manifestanti a Parigi a causa di un controverso progetto di legge che prescriverebbe all’articolo 24 l’impossibilità di filmare la polizia durante le proteste (l’articolo sarà riscritto). Benché le due vicende sembrino apparentemente scollegate, in realtà rappresentano la crisi che le nostre democrazie occidentali stanno vivendo.

Eppure, l’esito del caso Assange non può che portare una ventata di positività: i dispositivi istituiti dai regimi democratici permettono evidentemente di resistere all’oppressione e alle tendenze totalitarie e di tutelare al meglio la libertà dei cittadini.

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