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Le relazioni economiche tra Italia e Libia: il caso Eni

Era il 18 marzo 1937 quando il duce Benito Mussolini sbarcò a Tobruk, in Libia, per inaugurare la famosa via Balbia, che percorre l’intera costa libica. Nasce così la presenza italiana in Libia, con un atto di rivendicazione di un territorio straniero su cui non avevamo e non abbiamo tutt’ora alcun diritto.

Dopo la caduta del fascismo verso la metà degli anni ’40, decine di migliaia di italiani risiedevano stabilmente in Libia, portando con sé alcuni simboli della loro cultura, quali moda, cibo ed espressioni linguistiche. Non a caso, l’arabo parlato in Libia conserva ancora elementi e parole tipiche della cultura italiana, anche se non si può paragonare alla pesante influenza che, per esempio, esercita la lingua francese in Marocco, Tunisia e Algeria.

Fonte Ilpalloncinorosso

Tuttavia, con la fine della colonizzazione, moltissimi nativi libici avevano il desiderio di trasferirsi in Italia, sperando che quest’ultima seguisse il modello francese di integrazione che permetteva ai cittadini Nord Africani di farsi chiamare francesi. Non fu così. I libici non furono mai accolti e considerati cittadini italiani, come se il processo di colonizzazione fosse stato un percorso unidirezionale, che aveva consentito agli italiani di autoproclamarsi governatori e residenti in Libia, ma non aveva dato libertà ai libici di integrarsi nel Belpaese.

Circa venti anni dopo, l’Italia sembra aprirsi di nuovo a quella Libia conquistata e così presto dimenticata. Nel 1959, il gruppo energetico Eni decide di espandere le sue tratte commerciali proprio in Libia, attraverso la creazione di nuovi giacimenti di estrazione di petrolio e nuovi gasdotti che collegano le coste libiche alla parte meridionale della Sicilia. L’attività di Eni in Libia è andata via via allargandosi. Attualmente la compagnia possiede sei aree principali di estrazione di idrocarburi:

  • Area A: è la zona situata nel deserto libico orientale, attiva dal 1984. La zona è adibita per lo più all’estrazione petrolifera, con sei giacimenti in attività.
  • Area B: attigua all’area A, comprende il giacimento petrolifero di Bu Attifel, attivo dal 1972, e un altro giacimento petrolifero di minore portata.
  • Area C: è la zona situata nel Mediterraneo di fronte a Tripoli e che comprende il giacimento petrolifero di Bouri, in attività dal 1988.
  • Area D: comprende due blocchi di produzione di idrocarburi, inaugurati a fronte del Western Libyan Gas Project.
  • Area E: è la zona situata a circa 800 kilometri da Tripoli che comprende il giacimento petrolifero di El Feel.
  • Area F: è la zona situata nel deserto libico occidentale e la più recentemente scoperta.
Fonte Qualenergia

Secondo i dati dell’Ambasciata Italiana a Tripoli, fino all’inizio delle turbolenze politiche in Libia del 2011, il Paese nordafricano era il quinto fornitore mondiale verso l’Italia, che era invece il primo Paese esportatore verso la Libia. Questo tipo di stretta attività commerciale si rifletteva anche a livello di investimento: l’Italia era diventata il terzo Paese europeo a investire nello sviluppo economico in Libia e il quinto a livello mondiale.

Per fornire alcuni numeri: il valore di interscambio commerciale tra Italia e Libia del 2017 è stato di 3,8 miliardi di euro, con un aumento del 36% rispetto al 2016. Questo tipo di sodalizio chiama in campo anche il settore energetico e di sfruttamento delle risorse petrolifere e di gas presenti sul suolo libico. Secondo i dati dell’Eni, nel 2019 la produzione di idrocarburi dell’azienda italiana in Libia ammontava a 37 milioni di barili di petrolio, 10,6 miliardi di metri cubi di gas e 106 milioni di barili equivalenti al petrolio, ossia di energia sprigionata dalla combustione di un barile di petrolio.

Le attività commerciali italiane in Libia sono regolate dall’EPSA (Exploration and Production Sharing Agreement), a cui si aggiunge una lettera d’intenti firmata nel 2018 con la National Oil Corporation libica e la BP. Nell’intento di limitare l’estrazione di idrocarburi per fare spazio alle fonti rinnovabili ed ecologiche, Eni ha realizzato il progetto GreenStream, il più lungo gasdotto sottomarino Mediterraneo che collega i giacimenti di gas naturale in Libia con le coste meridionali italiane.

Fonte Ilpost

Questi progetti di partnership economica si traducono in una cooperazione politica e di sviluppo socio-economico in Libia. Alcuni di questi progetti che Eni porta avanti in Libia seguendo le norme degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Onu, riguardano: l’energia elettrica (punto Sg7), lo studio e sviluppo di energie rinnovabili (che fa sempre capo al punto Sg7) e il miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie (punto Sg3).

L’impatto italiano sul tessuto economico libico è rilevante: circa 100 altre aziende italiane sono situate nella sola Libia. Ne consegue che l’impatto italiano in Nord Africa potrebbe essere rilevante e maggiormente sviluppato. D’altronde, l’Italia è la terza potenza economica europea più vicina alle coste nordafricane.

Un ulteriore sviluppo di trattati commerciali con Marocco, Tunisia e Algeria potrebbe rafforzare i legami economici e soprattutto politici che l’Italia già possiede con questi Paesi. Il caso dell’Egitto è a sé stante, dato il contenzioso tra Il Cairo e Roma a seguito della morte del ricercatore Giulio Regeni. L’Italia può essere un punto di riferimento economico e politico in Libia come in Nord Africa ed inaugurare così un nuovo capitolo nelle relazioni internazionali nel Mediterraneo, basate sulla cooperazione e non sullo sfruttamento e la dimenticanza.

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