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L’altra faccia della stand-up comedy italiana

Tra clientelismo sfrenato e barriere all’ingresso per le donne, la stand-up comedy in Italia sembra avere il suo lato oscuro.

Negli ultimi dieci anni in Italia sta prendendo piede un fenomeno che fino a poco tempo prima apparteneva al suolo americano. Stiamo parlando della stand-up comedy, una forma d’arte interpretata solitamente da un monologhista comico che si esibisce di fronte ad un pubblico infrangendo la quarta parete.

Tra gli anni ’20 e gli anni ’30 del secolo scorso, con la nascita dei locali clandestini durante il periodo del proibizionismo americano – tra la vendita illegale di alcolici e giri di prostituzione – compariva per la prima volta il Minstrel show. Con una struttura simile al cabaret, qua venivano eseguiti sketch comici e danze divenendo tristemente riconosciuto come il contesto in cui nacque la Blackface.
Durante questi spettacoli saliva sul palco il maestro di cerimonia, che aveva il compito di intrattenere il pubblico prima delle esibizioni. Ed è proprio in queste esibizioni che prese forma la stand-up comedy.

Manifesto pubblicitario di un Minstrel show

Nel frattempo in Italia, ciò che avevamo più vicino alla stand-up comedy era il teatro goldoniano, una struttura del teatro popolare già esistente da più di un secolo che non contemplava la sceneggiatura ma il canovaccio, ovvero struttura che verte sull’improvvisazione e sulla caratterizzazione del personaggio. 
Perciò in Italia, l’abbattimento della quarta parete (ovvero, il dialogo tra comico e pubblico) ce l’abbiamo avuta molto più tardi, anche se abbiamo sempre avuto dei monologhisti del popolo. Nel cinema, per esempio, Troisi e Benigni sono stati dei monologhisti del popolo in quanto entrambi utilizzavano il dialetto.

Con lo sviluppo della televisione, una grande perdita che abbiamo avuto tra gli anni ’90 e la fine dei primi anni 2000 è stata quella della satira nella comicità italiana: sia a causa della troppa attenzione da parte dei comici verso Berlusconi sia a causa degli enormi ascolti di programmi come Zelig e Colorado, la comicità ha subìto una sorta di fossilizzazione in cui il comico non puntava più a far riflettere il pubblico, ma solo a farlo ridere attraverso l’uso di un linguaggio ripetitivo e semplicistico.

“La risata è il mezzo, ma non il fine”

Perciò tra il 2008 e il 2009, il comico Filippo Giardina creò un manifesto chiamato Satiriasi, dove veniva fatta una dichiarazione di intenti in cui si sottolineava che la risata è il mezzo, ma non il fine.
Questo lo rese il primo stand-up comedian italiano: si definí così per rendersi diverso alla comicità che andava in televisione. A livello pratico, la sua comicità si avvicinava molto a quella degli anni ’70: non è una comicità nazional popolare, i comici che hanno dato supporto a Satiriasi fanno una comicità più collegata alla satira (quindi si contrappone al potere), ma spesso anche no.

Filippo Giardina

Concetto che prese piede negli anni successivi, i locali iniziarono a organizzare serate a tema Satiriasi in cui si potevano esibire 4/5 comici con 15 minuti di esibizione ciascuno. Partito dal circuito romano, nel 2014 Satiriasi arrivò anche in televisione, con il programma su Rai3 ‘Nemico Pubblico’ presentato dal comico Giorgio Montanini e con Filippo Giardina come autore.
Ma nel 2016, dopo tre stagioni la collaborazione tra i due finì dopo una serie di contrasti interni, portando non solo alla chiusura del programma, ma anche di Satiriasi. Da allora, la comicità all’interno della tv pubblica non viene più proposta. 

Negli ultimi quattro anni, si sono venuti a creare dei fenomeni di emulazione da parte dei più giovani che hanno dato origine ad una scena vera e propria di stand-up comedians italiani. Tra serate a tema e ritorno in televisione (su Comedy Central) stiamo assistendo ad un vero e proprio boom della stand-up comedy italiana, destinata a diventare ancora più popolare nei prossimi anni.
Ma in questo contesto, dove stanno iniziando a girare i primi soldi, allo stesso tempo si stanno sviluppando episodi di clientelismo e di sexual misconduct.

Esistono due tipologie di eventi nella stand-up comedy italiana: quelli organizzati da persone che non hanno interessi nel settore e quelli invece organizzati da comici professionisti. Il primo fenomeno è quello che ha più successo in quanto man mano sta portando sempre più entrate nei locali, mentre il secondo è quello più presente sul territorio. In quest’ultima circostanza, si ha una sorta di scambio di favori tra i comici che vengono invitati alle serate.
“Io ti invito alla mia serata e tu mi inviti alla tua”. Un processo fatto di referenze che non solo fossilizza un settore nuovo e fresco come quello che sta per emergere, ma anche abbassa la qualità degli spettacoli non dando il giusto spazio ai creativi più in gamba.

Sia chiaro, è un clientelismo che si sviluppa sia tra comici uomini che tra comiche donne. Non c’è una distinzione.
Distinzione che però bisogna fare nel momento in cui si mette la lente di ingrandimento tra la presenza di comici uomini e comiche donne nelle serate. Non a caso, nelle realtà dove c’è più clientelismo, allo stesso modo troviamo meno esibizioni da parte di comiche.
Manca una rappresentazione dovuta principalmente ad un problema culturale: se una comica è brava, non viene invogliata ad andare avanti in quella strada, ma viene invogliata ad intraprendere la strada professionale dell’attrice. Per via di questo squilibrio di sessi, le donne in questo contesto ricevono quindi delle pressioni per abbandonare il campo. 

In tutto ciò, l’alone di comicità semplicistica e banale del decennio precedente non è scomparsa e, nonostante Satiriasi, nel campo si tiene ad avere ancora la distinzione tra comicità per uomini e quella per donne: in quella per uomini la strada sessista è quella più battuta, per non parlare di caricature razziste e omofobe.  
Ancora, nel 2020.
Atteggiamenti esternati sul palco si ritrovano anche nei dietro le quinte, dove i comici in maniera passiva-aggressiva si rivolgono alle colleghe con battute sul loro aspetto fisico. Diverse sono le testimonianze di comiche che vengono dispregiativamente appellate quando vengono presentate poco prima della loro esibizione.

Questo è un atteggiamento che fa allontanare le donne dal campo, sia quelle entranti sia quelle che sono dentro al giro da più tempo. Salta all’occhio, per esempio, che nell’ultima stagione di ‘Stand Up Comedy’ di Comedy Central, su 35 comici c’erano solo 9 donne. 

La comicità è voce delle minoranze, degli emarginati che fanno riflettere il grande pubblico. Ma quando la comicità rispecchia uno stato d’animo culturalmente arretrato, ha ancora senso chiamarla comicità? Stand-up comedians italiani, è giunto il momento di lasciare alle spalle gli atteggiamenti del passato e di concentrarsi sul futuro rappresentando una fetta di popolazione a cui ormai questa comicità spicciola non fa più ridere.

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