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La pericolosa propaganda dei Pro-Life sul tema dell’aborto

La legge 194 risale al 1978 quando l’aborto volontario smette di essere un crimine e diventa un diritto tutelato per legge entro i primi 90 giorni di gravidanza. Nel 2009 viene introdotta in Italia la IVG farmacologica, consentita solo entro i 49 giorni dall’inizio della gravidanza e con obbligo di ricovero. Le nuove linee guida del Consiglio Superiore della Sanità e dell’Oms, però, fanno cadere l’obbligo di ricovero e il limite restrittivo di 49 giorni. L’interruzione di gravidanza diventa ancora più accessibile e meno invasiva, soprattutto in un paese in cui la percentuale di obiettori tra i ginecologici è pari al 68,4%.

Eppure, l’aborto è ancora un tema distorto nella percezione comune, soprattutto di molte donne: c’è chi lo associa alla colpa, chi al pericolo. I manifesti dei movimenti Pro-Life su cui compare una donna vestita di bianco distesa dopo aver morso la mela avvelenata di Biancaneve fa arrabbiare, stupire e perplimere per l’anacronismo e la palese falsità della rappresentazione.

Fonte Vice

I Pro-Life sono stati definiti dal The Guardiansexists in denial”: non credono che il sessismo sia un problema, sono contrari alla maggior parte delle rivendicazioni femministe. Secondo un’indagine del 2019, i facenti parte del movimento Pro-Life sono ostili alla parità di genere, non ritengono che la violenza di genere sia un tema di rilevanza sociale, non considerano il sessismo un problema. Il movimento italiano ultracattolico e anti-abortista Pro vita e famiglia che riempie le strade di molte città di Italia di informazioni tossiche e non veritiere sulla RU486 è misogino.

Ma è chiaro, soprattutto nel secolo in cui la comunicazione ha guadagnato un ruolo sempre più centrale nelle narrazioni politiche e sociali, quant’è nociva la rappresentazione che viene proposta della donna incosciente che viene avvelenata dalla RU486, ritenuta al contrario sicura dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nociva perché inevitabilmente la nostra mente, seppur conscia che si tratti di informazione antiscientifica, ne subisce l’influenza.

Siamo vittime di una cultura che ci ha formate e plasmate, seppur figlie delle “streghe”, che per la 194 hanno sudato e lottato. La narrazione tossica che ci bombarda fin da piccole, gli insegnamenti distorti durante la scuola dell’obbligo, la mancanza di un supporto educativo e psicologico che affianchi bambine e bambini in un percorso di educazione sentimentale e sessuale sono tutti fattori che non possiamo far finta di ignorare e che vanno ad alimentare i nostri bias cognitivi.

Fonte Internazionale

Ci sono dei pregiudizi involontari della percezione umana di cui siamo totalmente inconsapevoli e che sono riconducibili ad una narrazione e ad una cultura malata, che non è immediato riuscire a sradicare. Ed ecco che associamo l’aborto al dolore, alla paura, al senso di colpa, ad una macchia sulla nostra coscienza. Eppure, non è assolutamente certo, né scientificamente provato, che esista una sindrome post – abortiva e che la conseguenza inevitabile dell’aborto sia il senso di colpa. Può capitare in alcune donne, può non capitare in altre, che la vivono come una liberazione, piuttosto che una vergogna. Ed è assolutamente legittimo che le donne reagiscano a seconda della loro individualità e sensibilità ad una determinata esperienza, più o meno traumatica.

Per quanto scontato possa sembrare, anche chi, come me, non vede nell’aborto una colpa e lo considera come un’opzione valida e legittima anche per sé, può essere vittima di una narrazione che, quindi, va necessariamente riconosciuta come tossica e limitata il più possibile con una sola arma, l’informazione.

Al liceo ero solita cercare lo scontro con la docente di religione perché “non esiste che lei ritenga l’aborto un omicidio”, ma non mi rendevo conto di quanto importante fosse per me quello che stava accadendo nell’aula di quel liceo statale. Una persona che occupava un ruolo di superiorità rispetto al mio (le dinamiche docente – alunno sono, infatti, psicologicamente delicate) stava esprimendosi in termini invidiabili ad un post Facebook di Matteo Salvini su di un tema che una classe di sedicenni non conosceva davvero né legalmente né dal punto di vista medico. Le sue parole – seppur combattute aspramente da alcuni studenti, che già si stavano formando politicamente anche in altri contesti – erano incisive su ogni giovane mente che l’insegnante aveva davanti e sulle quali esercitava un potere inevitabile.

Fonte The Web Coffee

Non mi ero mai resa conto di quanto possa essere forte l’impatto di un episodio del genere sulla psiche di una ragazza di quindici anni, prima di arrivare all’età in cui l’aborto smette di essere solo una lotta politica ma diventa una realtà concreta, un’opzione valida.

La volontà di diffondere una campagna mediatica “violenta e aggressiva contro le donne”, nasconde una verità fondamentale: l’istruzione è necessaria e non può più partire solo dal singolo, o dalle famiglie, o dai luoghi alternativi del sapere, ma anche e soprattutto dagli istituti scolastici.
La scuola pubblica italiana non ha mai insegnato come è regolata la pratica dell’interruzione di gravidanza volontaria e perché, da un punto di vista laico e giuridico, è per una donna un diritto tutelato e non associabile ad un avvelenamento. Il buon proposito per l’anno nuovo è che finalmente, dai luoghi della formazione, si rafforzi e strutturi la cultura dei diritti e dell’uguaglianza.

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