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La guerra civile in Siria: 10 anni di conflitto

La Siria è tristemente giunta al suo decimo anno di guerra civile. Questo articolo vuole essere allo stesso tempo un riassunto dei fatti più salienti e un approfondimento per comprendere alcune tematiche.

Situata in posizione strategica in Medio Oriente, la Siria è uno dei pochi stati arabi mediorientali ad avere uno sbocco diretto nel mar Mediterraneo. Questa sua posizione l’ha resa per secoli un obiettivo interessante come via di comunicazione tra il Medio Oriente e l’Occidente. Tuttavia, è uno dei motivi che rende questo conflitto interessante dal punto di vista geopolitico.

Per comprendere infatti una delle cause dello scoppio del conflitto, è opportuno sottolineare la posizione geografica della Siria. Sebbene una buona metà del suo territorio sia composto da zone desertiche, la Siria è una via di collegamento tra la Penisola Arabica e il mar Mediterraneo. Nella Penisola Arabica si trova circa 1/3 delle riserve petrolifere del pianeta. Per poter trasportare il petrolio, la via percorsa è strettamente marittima, circumnavigando la Penisola Arabica per poi collegarsi al mar Mediterraneo tramite il canale di Suez. Tuttavia, una via più veloce è quella che passa in linea retta attraverso alcuni stati del Medio Oriente, tra cui la Siria: è automatico dunque che la Siria acquisisce un ruolo chiave nella gestione dei flussi petroliferi tra la Penisola Arabica e il mar Mediterraneo.

Middle East Eye

Un altro aspetto importante da considerare per comprendere l’origine del conflitto è il contrasto religioso all’interno del paese. La maggior parte della popolazione siriana è musulmana sunnita, mentre l’elitè dominante di Bashar al- Assad è sciita. Questo scisma religioso all’interno della fede musulmana ha avuto enormi ripercussioni politiche in Siria. Il governo di al-Assad è stato spesso accusato di violente repressioni della popolazione a maggioranza sunnita prima dello scoppio ufficiale del conflitto nel 2011. Le accuse più significative riguardano episodi di torture, ingiustizie sociali e gravi disparità economiche. Inoltre è opportuno ricordare che l’Iran è il paese in Medio Oriente a maggioranza sciita e attualmente uno dei più ferventi sostenitori di al-Assad. Gli interessi dell’Iran in Siria sono essenzialmente economici (per via del petrolio), religiosi (per via della popolazione a maggioranza sciita), politici (per via dello sbocco diretto sul mar Mediterraneo) e militari (le milizie iraniane sono attivamente impegnate nel conflitto).

L’ultimo tassello per chiarire le dinamiche del conflitto riguarda il ruolo della Primavera Araba in Siria. Le Primavere Arabe sono dei movimenti rivoluzionari pro-democrazia scoppiate in quasi tutti i paesi arabi in Medio Oriente e Nord-Africa tra il 2010 e la fine del 2011. In Siria, le rivolte pro-democratiche chiedevano al governo di al-Assad di dimettersi per mettere fine alle restrizioni economiche, agli arresti ingiustificati, agli episodi di violenze e torture nelle carceri e alla crescente disparità economica tra i vari ceti della popolazione.

Prima di riportare i fatti più salienti del conflitto, è opportuno notare come un conflitto interno ad un paese si sia negli anni trasformato in un conflitto internazionale con diversi attori e poste in gioco. Quello che era nato come un’evoluzione violenta di una serie di proteste pacifiche pro-democratiche si è evoluto in uno scenario complesso che vede contrapposti diversi interessi nazionali ed internazionali.

2011: l’inizio del conflitto

Nel marzo del 2011, una serie di proteste pro-democratiche si diffusero nella città di Deraa a cui le autorità di al-Assad risposero duramente. Alcuni manifestanti che si erano radunati per chiedere le dimissioni del governo dopo la notizia della cattura e tortura di un gruppo di minori sono stati uccisi dalla polizia. Entro giugno 2011, centinaia di migliaia di siriani si erano radunati in diverse città del paese per chiedere le dimissioni di al-Assad che non cambiò le sue politiche autoritarie. A causa dell’escalation di violenza, la Lega Araba fu chiamata in causa per cercare di sedare gli animi del governo di al-Assad. A dicembre, la Lega Araba inviò una delegazione per monitorare gli sviluppi della situazione in Siria e tenere le proteste e le repressioni sotto osservazione. Tuttavia, la Lega Araba non riuscì nell’intento e fu necessario un primo intervento delle Nazioni Unite.

2012: la nascita della coalizione d’opposizione in Siria

A seguito dell’intervento fallimentare delle Nazioni Unite, le manifestazioni presero sempre più la forma di un vero e proprio conflitto. Nel novembre 2012, chi militava contro il governo di al-Assad si riunì nella Coalizione nazionale siriana delle forze dell’opposizione e della rivoluzione. La coalizione fu presto riconosciuta da diverse nazioni come i veri rappresentanti del popolo siriano. Nello stesso anno, i ribelli della Coalizione attaccarono Aleppo, la città siriana più popolata, riuscendo a stabilirsi nella parte orientale della città.

2013-2014: entrano in gioco le armi chimiche e altri attori internazionali

Inizia a delinearsi il conflitto internazionale all’interno della guerra civile: il governo di al-Assad è sostenuto principalmente da Iran, Russia ed Hezbollah come attori principale, Corea del Nord, Egitto, Iraq, Cina e Cuba come attori secondari. I ribelli della Coalizione che combattono sotto il nome di Esercito Siriano Libero hanno come alleati Stati Uniti, Arabia Saudita, Francia, Turchia e Gran Bretagna. A questi attori si affiancano altri gruppi terroristici. I principali gruppi terroristici attivi in Siria sono Al-Nusrah, alleato di Al-Qaeda e dal 2014 lo Stato Islamico o ISIS (Islamic State of Iraq and Syria). L’obiettivo di questi gruppi è creare uno Stato Islamico unitario nel territorio di Iraq e Siria. Entrambi questi gruppi combattono sia contro il governo di al-Assad sia contro l’Esercito Siriano Libero. Nel nord della Siria, il popolo curdo sostenuto dagli Stati Uniti dà il via ad una resistenza militare efficace contro l’ISIS. Tuttavia è opportuno sottolineare che il popolo curdo è in conflitto con la Turchia che nel quadro del conflitto supporta i ribelli dell’Esercito Siriano Libero.

Nel corso del 2013 e 2014, al -Assad viene accusato di aver lanciato del gas sarin a Damasco. A seguito di queste accuse, il governo siriano punta il dito contro i ribelli. Si apre un dibattito internazionale che vede gli Stati Uniti che condannano l’operato di al-Assad e chiede la completa distruzione di tutti gli arsenali chimici siriani e la Russia che apertamente difende il governo di al-Assad dalle accuse di attacco chimico. Il numero delle vittime civili supera i 100.000.

Institute for the Study of War

2015-2017: il ruolo della Russia e l’indebolimento dell’ISIS

Tra il 2015 e il 2016 le forze armate russe colpirono una serie di obiettivi strategici per i ribelli siriani, tar cui la città di Aleppo. A fine 2015, le vittime civili sfioravano quota 250.000. Nel dicembre del 2016 i ribelli persero la città di Aleppo a seguito dei continui bombardamenti russi e del governo di al-Assad. Nel frattempo, l’ISIS inizia a perdere terreno, pressato a nord e a est dall’esercito curdo, dagli Stati Uniti e dalle forze alleate di al-Assad. Nel 2017, i curdi sconfiggono l’ISIS a Idlib e a Raqqah, una delle basi più importante dello Stato Islamico.

2018-2019: i ribelli nel sud-ovest e nord della Siria

Nel 2018, il governo di al-Assad lancia una serie di duri attacchi nel sud-ovest contro i ribelli nelle province di Darʿā e AL-Quanytirah. L’Esercito Siriano Libero perde i territori a sud-ovest ma guadagna il diritto di poter tornare nella città di Idlib nel nord della Siria. L’anno seguente, le forze armate di al-Assad e le forze alleate russe cercano di conquistare Idlib. Tuttavia, l’Esercito Siriano Libero riesce a respingere gli attacchi e a spostare il conflitto nella zona periferica di Hama.

Intervista a Giuseppe Acconcia

Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente di Geopolitica del Medio Oriente all’Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze Politiche all’Università di Londra, è stato Visiting Scholar all’Università della California (UCLA – Centro Studi per il Vicino Oriente), docente all’Università Bocconi e all’Università Cattolica di Milano (Aseri). Si occupa di movimenti sociali e giovanili, Studi iraniani e curdi, Stato e trasformazione in Medio Oriente. Si è laureato alla School of Oriental and African Studies di Londra, è stato corrispondente dal Medio Oriente per testate italiane, inglesi ed egiziane (Il Manifesto, The Independent, Al-Ahram), vincitore del premio Giornalisti del Mediterraneo (2013), autore del documentario radiofonico per Radio 3 Rai “Il Cairo dalle strade della rivoluzione”. Intervistato dai principali media mainstream internazionali (New York Times, al-Jazeera, Rai), è autore de Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), The Great Iran (Padova University Press, 2018), Liberi tutti (Oedipus, 2015), Egitto. Democrazia militare (Exorma, 2014) e La primavera egiziana (Infinito, 2012). Ha pubblicato tra gli altri per International Sociology, Global Environmental Politics, MERIP, Zapruder, Il Mulino, Chicago University Press, Le Monde diplomatique, Social Movement Studies, Carnegie Endowment for International Peace, Policy Press, Edward Elgar, Limes e Palgrave. 

Partiamo dalla primavera araba del 2011, che cosa chiedeva la popolazione?

Nel 2011, giovani, donne, classi svantaggiate, lavoratori, poveri, sostenitori dei Fratelli musulmani, venditori di strada chiedevano la fine di regimi corrotti, della violenza della polizia e giustizia sociale. “Pane, libertà e giustizia sociale” era lo slogan che echeggiava per le strade del Nord Africa e del Medio Oriente. Soprattutto in Tunisia ed Egitto le proteste, nelle loro fasi iniziali, hanno davvero ottenuto qualcosa: la fine dei regimi di Zine El-Abidine Ben Ali e di Hosni Mubarak. In Siria e Libia, le manifestazioni di protesta di Daraa e Bengasi sono invece sfociate in una guerra civile che continua ancora oggi.

Quanto è importante la dinamica sunnita e sciita in Siria nell’esplosione del conflitto?

Le minoranze hanno sempre avuto un ruolo importantissimo nella storia del paese. Lo stesso presidente Bashar al-Assad appartiene ad una minoranza quella alawita. Questo gli ha permesso di avere un canale preferenziale nell’intesa con la Repubblica islamica iraniana la cui popolazione è a maggioranza sciita. Eppure la maggioranza della popolazione siriana è sunnita. Nonostante questo le confessioni religiose, inclusi i cristiani, e le altre minoranze, inclusi i curdi, avevano convissuto pacificamente nel paese prima del 2011.

Quanto sono importanti gli interessi petroliferi per alcuni attori internazionali come Iran, Turchia, Stati Uniti e Russia?

Gli interessi petroliferi per i principali attori regionali sono centrali nelle dinamiche geopolitiche. Per questo i conflitti in corso in Nord Africa e Medio Oriente sono diventati conflitti per procura per gestire per esempio il controllo dei terminal petroliferi in Libia. Lo stesso discorso vale per gli ingenti interessi petroliferi presenti nelle regioni curde, in particolare nel Kurdistan iracheno, che ha sempre goduto di un ampio sostegno da parte degli Stati Uniti, a guida della coalizione internazionale contro lo Stato islamico (Isis) che nel 2014 aveva conquistato ampi territori tra Siria e Iraq. L’Iran è il paese più ricco di gas e petrolio della regione, per questo è centrale per Teheran mantenere alti i livelli di esportazione di petrolio, bilanciando l’altro grande produttore di petrolio della regione: l’Arabia Saudita. Purtroppo le sanzioni internazionali dovute al ritiro unilaterale dall’accordo sul nucleare con l’Iran, voluto da Trump, stanno creando gravi problemi all’economia del paese. 

Ci sono altri maggiori interessi geopolitici per questi attori internazionali sul territorio siriano?

Sì, l’altro grande tema è la questione del confederalismo democratico, teorizzata da Abdullah Ӧcalan. La sola possibilità che al confine meridionale con la Turchia si crei uno stato autonomo curdo o un’area senza confini, fa saltare i nervi al nazionalismo del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Per questo la Turchia si è impegnata negli ultimi anni in una serie di attacchi nel Kurdistan siriano e iracheno proprio per limitare la presenza del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) e dell’autonomia del Rojava nel Nord della Siria. Questo tema implica una seconda questione centrale per comprendere le dinamiche regionali: la gestione dei profughi, principalmente siriani. La Turchia ha garantito all’Unione europea di tenere nel suo territorio milioni di profughi in fuga dal conflitto, ottenendo fin qui 6 miliardi di euro e il sostegno soprattutto tedesco a politiche che spesso violano i diritti umani.

L’anno scorso l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opwc) ha ufficialmente certificato che Assad è responsabile di attacchi chimici contro la popolazione siriana avvenuti nel marzo 2017. Com’è riuscito a nascondere la sua colpevolezza per così tanti anni?

Assad ha le mani insanguinate per questo e per tanti altri motivi. Sono centinaia di migliaia le vittime della guerra civile siriana, a dieci anni dalle prime proteste giovanili di Daraa. Siti archeologici e città dall’incredibile bellezza, come Aleppo, sono andate parzialmente distrutte. Tuttavia, Assad ha goduto del sostegno di Russia e Iran che gli ha permesso di rimanere al potere, nonostante tutto questo. I crimini contro l’umanità commessi tra il 2011 e il 2017 sono sotto gli occhi di tutti. E anche Europa e Stati Uniti hanno le loro responsabilità: molto spesso i finanziamenti, provenienti da questi paesi e che sarebbero dovuti arrivare alle opposizioni in Siria, hanno finito per finanziare jihadisti sanguinari, incluso lo Stato islamico (Isis).

Come spiega il ritiro delle truppe americane dalla Siria?

Purtroppo, l’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha mai portato avanti una politica coerente in Nord Africa e Medio Oriente. Ha più volte annunciato il ritiro delle truppe Usa presenti in Siria, Iraq e Afghanistan per poi tornare sui suoi passi. Nel caso siriano, la completa assenza della coalizione internazionale lascerebbe i curdi delle Unità di protezione maschili e femminili (Ypg/Ypj), tra i principali fautori della sconfitta di Isis in Siria, completamente in balia dell’esercito turco. Le cose potrebbero cambiare con l’amministrazione democratica di Joe Biden che ha già fatto passi molto importanti in continuità con la politica estera dell’ex presidente, Barack Obama. Per esempio bloccando il Muslim Ban, cancellando la fornitura di armi all’Arabia Saudita, coinvolta nel conflitto in Yemen, e dicendosi pronto a tornare al tavolo negoziale con l’Iran.

A livello politico, l’Unione Europea è stata presente nel conflitto o avrebbe dovuto esporsi maggiormente?

L’Unione europea non ha mai avuto un ruolo univoco nel conflitto in Siria. Francia e Gran Bretagna hanno inviato milioni di euro e armi, nelle fasi iniziali tra il 2011 e il 2013, finanziando anche gruppi che hanno contribuito all’ascesa dell’islamismo radicale nel paese. I due paesi hanno attaccato, sotto l’egida della Nato, la Libia nel 2011 determinando il caos, la guerra per procura, il conflitto per il controllo dei teminal petroliferi e il business delle migrazioni che sono ancora in corso. L’Italia è stata una grande assente in questo senso, permettendo a Francia e Gran Bretagna di avvantaggiarsi della sua debolezza in politica estera.

Secondo lei come si può raggiungere un accordo pacifico tra Assad e l’Esercito Siriano Libero? La strada è ancora lunga? E’ auspicabile un ruolo attivo degli altri attori internazionali sopra citati per il raggiungimento di un accordo o pensa che gli interessi dei singoli stati siano troppo forti?

In questa fase del conflitto, è necessario un accordo tra le parti che permetta la ricostruzione del paese. L’ultimo baluardo di Isis, la città di Raqqa, è stata liberata nell’ottobre del 2017. Tuttavia, Iran e Israele hanno continuato a usare il territorio siriano per farsi una guerra per procura, culminata nell’uccisione di uomini chiave impegnati nel programma nucleare iraniano o a sostegno degli estesi interessi di Teheran nella regione. L’Iran ha goduto dell’appoggio russo essenziale in Siria e anche del disco verde turco in cambio della libertà d’azione in Rojava. D’altra parte, Russia e Turchia, dapprima divise sulla gestione del conflitto in Siria, hanno dovuto trovare un accordo anche per poter gestire i loro interessi in Libia, l’altro paese spaccato in due e nel quale Mosca e Istanbul ricoprono un ruolo essenziale. Tutto questo ha reso la Siria uno stato fallito, in cui qualsiasi accordo tra Assad, Esl, curdi e le frammentate opposizioni è subordinato agli interessi delle potenze regionali.

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