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In Italia più pensionati e meno occupati. È tempo del reddito universale

Non c’è più tempo, sotto il collasso delle società occidentali una soluzione può essere il reddito universale, soprattutto in Italia.

Il numero delle pensioni erogate in Italia ha superato quello degli occupati al termine del periodo di lockdown per la pandemia. Se nello scorso maggio coloro che avevano un impiego lavorativo sono scesi a 22,77 milioni di unità, le pensioni sono 22,78 milioni. La recente denuncia del quotidiano il Manifesto non è passata inosservata.
Al di là delle conferme in termini numerici, la situazione a cui siamo giunti in questi giorni è stata largamente predetta da decenni da numerosi studiosi e accademici.

Nel 1928, nella conferenza Prospettive economiche per i nostri nipoti tenuta a Cambridge, l’economista John Maynard Keynes provò a supporre come sarebbe stato il mondo cent’anni dopo, ovvero più o meno ai giorni nostri.
Formulò due ipotesi: la prima ipotesi era che, grazie al progresso tecnologico, la produttività del lavoro sarebbe potuta crescere almeno di otto volte; la seconda invece era che, a causa di questo aumento, ci sarebbe stata una drastica riduzione degli orari di lavoro: tre-quattro ore al giorno, per un totale di una quindicina di ore a settimana.

Keynes ci è andato vicino, in quanto al giorno d’oggi quello che è successo è stato sì, un abbassamento delle ore lavorate individuali per via dello sviluppo tecnologico, ma la conseguenza è stata che il lavoro tutt’oggi rimane molto più concentrato, cioè iniquamente ripartito, di quanto lo fosse un tempo.
In ciò, si è andata ad escludere un’intera categoria, ovvero i giovani (in particolare quelli più istruiti), che in questa situazione – accelerata prima dalla crisi economica del 2008 e adesso con il Coronavirus – si pongono in una situazione di disoccupazione (in)volontaria che fa crescere a dismisura l’esercito dei NEET.

Perciò, non è forse l’ora di istituire un reddito universale? Viviamo nel peggiore dei mondi possibili, nella peggiore situazione degli ultimi secoli in cui l’economia occidentale ha subito il peggior crollo degli ultimi secoli: è arrivato il momento di mettere l’uomo al centro e non più il mercato del lavoro. Una società evoluta è quella che permette agli individui di svilupparsi in modo libero, creativo, generando al tempo stesso il proprio sviluppo. Per fare ciò si deve garantire a tutti i cittadini lo stesso livello di partenza: un reddito universale per diritto di nascita, destinato a tutti, dai più poveri ai più ricchi, che vada oltre questa emergenza.

Come finanziarlo? Le fonti principali di finanziamento potrebbero essere varie. Si può andare dalla tassazione delle grandi big corp digitali e tecnologici (Mark Zuckerberg, Bill Gates e Elon Musk  sono sempre stati a favore del reddito universale), magari quelle a più alto tasso di automazione; o rivedere le imposte sui redditi da capitale e sulla proprietà intellettuale. Oppure le cosiddette “ecotasse”, come il Climate Income, Reddito dal Clima, con una tassa sui combustibili fossili come carbone, petrolio e gas; o come avviene in Alaska dal 1982 con l’Alaska Permanent Fund: un dividendo del rendimento economico di un capitale pubblico, che attinge dalle compagnie fossili. Ogni anno, una parte delle entrate derivanti dal petrolio statale è messa in un fondo. Il governo piuttosto che spendere quel denaro, lo restituisce ai cittadini residenti, giovani compresi, attraverso un dividendo annuale.

O questo, o rischiamo un accelerazione dell’invecchiamento della popolazione e lo spopolamento di intere aree geografiche da parte di “cervelli in fuga”, con la conseguenza di una fine repentina della società civile così come la conosciamo. Ci siamo vicini ed è per questo che un cambiamento radicale deve accadere adesso e questo può essere rappresentato dal reddito di base universale.

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