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La corsa alla ricchezza delle imprenditrici cinesi

La sfida delle donne cinesi tra brillanti risultati nel settore imprenditoriale e le lente scivolate della Cina nelle classifiche di tutela dei diritti della donna.

V. Lombardi

Studentessa di relazioni internazionali, appassionata di viaggi, letteratura e Medio Oriente.
Napoli

Di recente Forbes ha pubblicato l’annuale classifica dei “super ricchi”, non tralasciando uno spazio dedicato anche alle donne. È evidente la predominante presenza delle occidentali: Alice Walton (figlia unica del fondatore della catena di supermercati Walmart), Françoise Bettencourt Meyers (ereditaria di L’Oréal), Julia Koch (vedova dell’imprenditore David Koch), Mackenzie Bezos (ex-moglie di Jeff Bezos) e Jacqueline Mars (ereditiera della Mars Incorporated, azienda di dolciumi) si piazzano nelle prime cinque posizioni, seguite da Yang Huiyan, prima donna cinese nella classifica.

Dobbiamo raggiungere poi la nona posizione per ritrovare nuovamente una imprenditrice proveniente dal Paese Rosso. Si tratta di Zhong Huijuan, fondatrice della Hansoh Pharmaceutical, che pur non trovandosi ai vertici della lista raggiunge un altro fondamentale obiettivo: è prima, invece, nella classifica delle donne col più grande patrimonio costruito personalmente e non ereditato.

L’affermazione delle imprenditrici cinesi nel mercato globale sembra essere inarrestabile, la Cina “sforna” circa il 61% delle donne imprenditrici  le quali hanno personalmente fondato le aziende di cui sono a capo, senza dunque riceverle in eredità dai propri padri o mariti, superando addirittura il “Mondo Libero”, del quale si piazzano al secondo posto gli USA, con il 19% di donne con ricchezza self-made, e il Regno Unito al terzo con il 6%.

La Cina vanta dunque il più alto numero di donne imprenditrici (di successo) e i propri risultati in materia di parità di genere, raggiunti ancor prima del proprio rivale americano. Il trend sembra essere addirittura in aumento sia a livello nazionale che internazionale, il Paese Rosso, infatti, esporta le proprie smart women anche all’estero: negli ultimi anni anche l’Italia ha visto un incremento significativo di imprenditori stranieri, ed in particolare di donne cinesi, che costituiscono ben il 15% delle donne imprenditrici attive nella penisola.

Il fenomeno ha attirato negli anni diversi curiosi, fra cui lo svizzero Patrik Soergel che, tramite una produzione della televisione svizzera, ha prodotto un docufilm dedicato proprio a quattro businesswomen cinesi, “The Other Half of the Sky”. “Avevo notato che nella società cinese le donne sono molto intraprendenti e dinamiche. Sono capaci di fare molte cose e hanno molto potere decisionale” racconta Yang Lan, conduttrice, giornalista ed imprenditrice cinese. E un’altra delle imprenditrici intervistate, Zhou Yi, rincara la dose: “Penso che essere una donna manager sia una grande fortuna e non credo che in Cina vi siano forme di pregiudizio nei confronti delle donne che nel mondo del commercio”. 

Yang Lan, conduttrice, giornalista ed imprenditrice cinese.

Che le donne in Cina contribuiscano in maniera effettiva al lavoro retribuito non è una grande novità: secondo le statistiche dell’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) negli anni ‘90 il tasso di occupazione femminile superava il 70% e, dopo aver subito una decrescita conseguente ad un generale abbassamento dell’occupazione per entrambi i sessi , nel 2019 si è attestato attorno al 60%.

Ma qual è il segreto di questi brillanti risultati?

Un contribuito senz’altro fondamentale è stato dato dal Partito Comunista Cinese, che fin dalla sua nascita ha affermato la parità fra i generi e una volta al governo ha abolito diversi istituti maschilisti ereditati dalla tradizione; fu lo stesso Mao a definire le donne “l’altra metà del cielo”. Il modello comunista è sempre stato particolarmente attrattivo per i movimenti femministi. Diverse sono state le attiviste che vedevano nella rivoluzione la via per l’emancipazione. Negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale spiccava sicuramente la figura di Simone De Beauvoir, che, pur non avendo mai effettivamente aderito al comunismo, aveva affermato che solo l’evoluzione della società tramite una lotta di classe e il cambiamento dei rapporti di produzione poteva aiutare le donne a modificare la loro condizione e ad emanciparsi. Questa convinzione era il risultato di una attenta analisi del sistema sociale sovietico, che vedeva impegnate nel lavoro retribuito il 95% delle donne.

Sembrerebbe dunque essere proprio la base socialista del Paese ad aver permesso alle donne cinesi di raggiungere questi importanti obiettivi.

Nel 1972, però, la De Beauvoir pubblica “A conti fatti”, in cui contrariamente afferma che «Pensavo che la condizione femminile sarebbe evoluta contemporaneamente all’evoluzione della società… (Ma oggi) le donne hanno constatato che i movimenti di sinistra ed il socialismo non hanno risolto loro problemi. Cambiare i rapporti di produzione non è sufficiente a trasformare i rapporti degli individui tra loro e, in particolare, in nessun paese socialista la donna è diventata uguale all’uomo». L’analisi della filosofa francese, attuata tramite differenti viaggi in Unione Sovietica, aveva rivelato che, pur essendo le donne quasi totalmente impiegate, non occupavano posizioni lavorative di spicco e, al contrario, erano delegate a svolgere quei lavori considerati nello scomparso colosso comunista come umili o poco dignitosi.

Simone De Beauvoir, scrittrice e filosofa femminista.

La medesima situazione sembra presentarsi anche nella Repubblica Popolare Cinese. Di fatto, se la parità di genere fosse valutata esclusivamente sulla base del tasso di occupazione, la Cina avrebbe tutte le carte in regola per poter essere definita come il Paese più egualitario al mondo, ed è questo il tipo di propaganda e i dati statistici che il governo cinese preferisce mostrare. Eppure, scoprendo l’altra faccia della medaglia, vengono fuori politiche particolarmente anti-femministe in materia di diritto di famiglia e una sempre minore tutela della donna durante la maternità.

La prima grande problematica delle donne cinesi fu l’introduzione dell’obbligo del Figlio Unico, legge per la quale il Paese Rosso è divenuto celebre e che ha danneggiato le donne in modo significativo. Nato con la finalità di controllare la crescita sproporzionata della popolazione, la Cina è stata più volte ammonita per violazioni dei diritti umani e per le conseguenze che questa politica ha provocato: l’infanticidio femminile era una pratica già diffusa nella Cina pre-rivoluzione e, tramite la politica del figlio unico, il suo esercizio non ha fatto altro che passare dall’uccisione delle neonate all’aborto selettivo sulla base del sesso. Questo fenomeno ha provocato un forte squilibrio demografico fra uomini e donne, con successivo incremento della prostituzione. Lo strumento a tutela di questa legge era inoltre l’aborto forzato, che obbligava le donne in attesa del secondo figlio a sottoporsi alla pratica abortiva coattivamente.

La legislazione è stata modificata nel 2013 da Xi Jinping, che ha aperto il Paese alla politica dei due figli, la quale avrebbe dovuto metter fine alla discriminazione di genere e alle problematiche legate alla selezione delle nascite. Eppure, questo provvedimento (dichiarato fallimentare) ha cominciato a manifestare le sue controindicazioni a causa delle problematiche legate alla maternità. Le aziende cinesi cominciano a divenire invasive nei confronti della vita privata di una candidata donna e divengono sempre più frequenti le domande “ha intenzione di mettere su famiglia?”. Spesso le stesse aziende le obbligano a sottoporsi ad un accordo illegale, ma largamente utilizzato, che prevede il licenziamento in caso di maternità nei primi due anni dall’assunzione.

Continuano oltretutto a persistere l’esercizio da parte dello Stato dell’aborto forzato per il terzo concepimento e, nonostante il tasso di occupazione maschile e femminile non differiscano poi tanto, la disparità salariale si attesta attorno al 20%. Nel 2019 la Cina ha conquistato la triste posizione di 106esima su 153 nel Global Gender Gap Report.

La Cina presenta nuovamente un profilo ricco di contraddizioni ed è accusata da diversi tabloid di falsificare le statistiche. I risultati della Cina socialista erano stati lodati all’epoca anche dalla stessa De Beauvoir e nel 2000 le donne cinesi stanno riuscendo rapidamente a penetrare anche nei settori più “maschili” come l’high-tech. Il femminismo cinese, alla luce delle nuove politiche, dovrà affrontare la forte tensione fra progresso e rinascita di alcuni istituti patriarcali.

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