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Il ruolo dell’Asia nel cambiamento del mondo arabo

Molto si sta dicendo di come stia cambiando il mondo arabo e, con questo, anche i paesi non propriamente arabi ma, per tradizione religiosa e/o linguistica, a questo satelliti. Parlo di quei paesi musulmani dell’area Maghreb e nell’Africa del Nord Est, perché quelli a est della penisola araba, Bangladesh, Pakistan, Malesia, Indonesia e Brunei sembrano immobili sulle posizioni finora acquisite.

Non sto discutendo cosa sia giusto, in un mondo che cambia non esiste quasi mai il giusto in senso assoluto, esistono invece situazioni più o meno contingenti che portano a cambiare alleanze ed assetti, economici e politici. Come l’area del mondo arabo ci ha insegnato saper mutare anche all’improvviso nei millenni di religioni abramitiche. Si, perché di questo si parla, di un fattore unificante fortissimo, la religione, diventata ormai un concetto di società.

Questo più che la lingua araba, teoricamente insegnata ma spesso mai capita o così tanto contaminata da essere altro. Un marocchino parlerà un arabo che un malese non capirebbe, ancor meno un saudita. Ma è la logica della lingua. Quindi rimane il collante di una società che si fonda su principi musulmani nati nella penisola araba e per questo motivo, a questa e ai suoi assetti, decisioni e cambiamenti guarda con ansia, trepidazione e con mille aspettative.

Ma se con gli accordi tra UAE, Bahrain, Israele e USA abbiamo assistito a un terremoto assoluto, economico religioso e politico, si badi bene che ebrei musulmani e cristiani si sono variamente combattuti e variamente alleati in permutazioni gli uni con(tro) gli altri per secoli e secoli. Quindi non dobbiamo stupirci di cosa che, fino a pochi anni fa, avremmo pensato impensabili. L’amicizia tra Kushner, Mohammed Bin Salman (MBS) e Mohammed Bin Zayed (MBZ) è stata sicuramente importante.

Fonte Middle East Affairs

Leader, veri gli ultimi due, che rapidamente ed astutamente con il re del Bahrein e il premier Israeliano hanno saputo portare ad un angolo un leader presunto (Trump) e il suo inviato (il genero) senza che questi se ne accorgessero; anzi mettendo loro al collo medaglie al merito, che non hanno. Se non quello di aver lasciato che i bambini camminassero con le proprie gambe e senza che questi gli dicessero di saper già andare per la loro, perché forse il vero padre degli accordi gli aveva già insegnato tutto. Sto parlando del defunto Sultano dell’Oman, Qaboos.

Una figura storica gigantesca. Tutto in chiave anti Iran. Per dire come i più scafati leader stiano ottenendo tutto l’ottenibile dall’amministrazione americana uscente, si pensi che agli UAE sono arrivati gli F35, il Sudan e il Djibouti hanno o stanno riconoscendo Israele uscendo da liste di prescrizione USA (il primo) o stipulando accordi (il secondo). Israele ha la pace e la collaborazione di intelligence ed economica con i paesi del golfo e Djibouti vuol dire (per tutti) controllare il mar Rosso e “chiudere” lo Yemen (leggesi Houti e Iran). Etiopia ed Eritrea, cosi come l’Egitto sono già in ottimi rapporti con Israele ed ovviamente con i Sauditi e gli Emiratini.

Il Maghreb?

Parrebbe che il Marocco stia usando la tattica saudita, aspettando Biden per metterlo davanti ad un’offerta che non può rifiutare, ma già bella e cucinata negli anni. Come dirà qualcun altro in questo magazine, tra Marocco e Israele le cose stanno cambiando velocemente, mettendo nel calderone il Polisario e un’Algeria ormai per la sua strada. La Tunisia, a dirla tutta, non conta quasi nulla.

Nel mentre Kushner continua a viaggiare tra USA e Riyad con capatine a Doha, Qatar, uno dei paesi che assieme al Bahrain non entrò a far parte degli UAE quando furono creati. Un paese sede di basi militari USA, che strizza l’occhio e il borsellino alla Turchia (invisa a tutti gli altri players) e talvolta all’Iran. Qatar è un paese che non sembra essere molto prono ad allinearsi nel riconoscimento di Israele ma che forse sta optando per una strategia più semplice, ossia la non belligeranza.

Fonte Voice of America

Isolato dai sauditi, il paese ha i suoi interessi, tra cui parrebbe esserci quello di mangiarsi economicamente la Turchia, ormai sull’orlo del tracollo finanziario in stile Venezuela. Ha anche la capacità di far leva sul mondo arabo, precisamente fornendo aiuti nella striscia di Gaza, ma pare essersi stancato di avere i millemila middlemen di Hamas (e non), che fanno quello che vogliono con gli aiuti. Il paese ha anche un’incredibile leva sui paesi musulmani dell’Asia. In quest’ottica si può vedere l’assenza di movimenti di riallineamento dei e tra i paesi Asiatici, quasi tutti musulmani, quella Qatariota.

Se Pakistan e Bangladesh hanno ben altri problemi al momento, in Malesia l’ex governo di Mahathir era molto allineato con il Qatar e aveva organizzato varie conferenze “islamiche” a cui partecipavano Qatar, Turchia e Iran. Dal cambio di governo di questa “conferenza” annuale non si sa più nulla e Al Jazeera, qatariota, ha iniziato ad avere alcuni problemi. Per molti un modo politico di allontanarsi dai Qatarioti. Sinceramente non saprei.

L’assenza di un riallineamento pro Israele, seppur minimo, comprova che l’influenza Qatariota rimane forte, ma pur sempre sottotraccia. E ci dei vuoti che Doha potrebbe aver già riempito ma a cui non sembra essere prona. Il Re Saudita, Salman, andò in Indonesia, atterrò persino con una scala mobile dorata… fu ricevuto con tutti i riguardi e  si badi bene che fu uno dei suoi pochissimi viaggi… Le autorità parlarono di accordi e mille cose, ma quest’anno i progetti di raffinerie saudite e emiratine sono stati cancellati.

La Palestina?

In mezzo a milioni di giochi geopolitici, religiosi, economici… dopo gli accordi tra UAE Bahrain e Israele, Fatah e Hamas si parlarono e decisero di essere d’accordo su qualcosa (la condanna degli accordi) e che questo avrebbe portato ad elezioni condivise (non si fanno da 15 anni, e le due organizzazioni sono state in guerra tra loro), e degli esponenti pro candidato di Fatah in esilio negli UAE finirono agli arresti. Ma l’amicizia tra le fazioni non è durata. I Palestinesi di Fatah son realisti e pragmatici, sanno che stavano combattendo una guerra che non potevano vincere ma quando ci son aggiunti emiratini sauditi etc, beh… diciamo che hanno lasciato perdere Hamas in fretta.

Fonte The Times of Israel

Ai paesi musulmani, o per lo più musulmani in Asia, del mondo arabo e dei Palestinesi importa poco o nulla. Sono bandiere che gli vengono date da sventolare. Come i Rohingya. Quando poi c’è da affrontare la crisi, li rispediscono indietro senza porsi problemi (e in Bangladesh). Come ben sappiamo chi dice di sventolare una bandiera, fa leva sul tuo orgoglio nazionalista o meno che sia, e lo fa per non farti vedere qualche porcata. E diciamo che anche quei paesi hanno i loro problemi di diritti.

Prospettive

Per me una volta che, con Biden, i Sauditi riconosceranno Israele, gli altri paesi non potranno che fare lo stesso. Sia chiaro, avverrà con tempistiche e metodologie diverse, avendo cura di veicolare propriamente il messaggio alla propria popolazione, che hanno infettato per decenni di anti israelismo, diventato poi antisemitismo. Ma avverrà e velocemente. Il covid aiuterà a coprire il malcontento, che non sarà pro-palestina ma legittimamente correrà sulla falsa riga della presa di coscienza.

Una cosa potenzialmente pericolosissima in moltissime realtà locali, dove politici ed estremisti religiosi potrebbero cogliere la palla al balzo. Per i loro interessi, non certo per quelli del mondo arabo. Io faccio la mia previsione nell’ordine temporale: Marocco, Libano (lo so pare assurdo ma già si parlano per i confini navali e il fratello di Hariri, primo ministro, già ne parla, Hariri che beh a Riyad era stato “ospite”), Oman (una formalità, ma il nuovo Sultano deve andarci piano), Indonesia, Brunei, Tunisia, Malesia, Pakistan e Bangladesh devono solo ricevere l’ordine da Washington, nel primo caso tanto il popolo ragiona come vuole rispetto ad Islamabad.

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