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Il Post-Coronavirus: uno sguardo alla storia delle altre pandemie per capire cosa ci aspetta

Cosa ci hanno insegnato le grandi pandemie del passato e cosa potremmo aspettarci in Italia nei prossimi anni.

Cosa succede alla fine delle pandemie? La storia insegna, lo sappiamo. Il primo a riconoscerlo fu il filosofo napoletano Giambattista Vico, che nel XVIII secolo fu tra i primi ad evidenziarne l’importanza ritenendo che questa “rappresenta la scienza delle cose fatte dall’uomo e, allo stesso tempo, la storia della stessa mente umana che ha fatto quelle cose”. 
Di conseguenza, per capire cosa ci aspetterà nei prossimi anni, possiamo dire che questa ci può venire in soccorso, tuttavia senza tralasciare i tratti che si stanno delineando nel presente.
Come si è comportato l’uomo alla fine di un periodo destabilizzante come possono essere delle pandemie? I dati lasciati dagli storici sono abbastanza altalenanti.

Ce lo dicono gli storici fiorentini che – dopo la Peste Nera che ha colpito Firenze e l’Europa tra il 1348 e il 1350, in cui si ritiene che sia morta una percentuale compresa tra il trenta e il cinquanta per cento della popolazione (una delle pandemie più gravi mai viste nella storia dell’uomo) – sul territorio toscano uno dei primi fenomeni registrati è stato un cospicuo aumento di stipendi per i lavoratori rimasti in vita. Evento che di conseguenza ha portato i sopravvissuti diventati improvvisamente ricchi a sperperare gran parte dei loro averi in beni di lusso, consumo di averi e uso spropositato di sostanze lasciate in eredità dai cari che non ce l’hanno fatta. Si pensa infatti che ciò abbia creato i presupposti per il sorgere del Rinascimento: il complesso delle condizioni createsi fece sì che il denaro venisse utilizzato per l’acquisto di opere d’arte piuttosto che per finanziare attività produttive, mettendo così fine all’era medioevale. 

La Peste Nera raffigurata come scheletro in un affresco del XV secolo

Passando invece ad una altro grande evento pandemico, non si può non citare la Peste del Seicento, quella descritta dal Manzoni sui Promessi Sposi che colpì il Nord Italia tra il 1629 e il 1633 uccidendo un quarto della popolazione dell’area. A differenza della Peste Nera, le conseguenze della Peste Manzoniana furono di tutta altra specie: oltre al calo demografico, si registrò una crisi economica del settore agricolo che portò a seguire un periodo di carestia che fu la causa di varie rivolte sociali portate avanti da contadini e proprietari terrieri. Conseguenze che durarono per diversi anni.

L’ultima benedizione ad un defunto per peste bubbonica

Infine, l’ultima tra le grandi pandemie che ha colpito l’Italia è stata quella della Influenza Spagnola, scoppiata durante la Prima Guerra Mondiale e per la quale ancora oggi si fa fatica a distinguere i morti tra i due eventi (all’incirca sui 600.000 morti nella penisola). Come con la Peste Nera, al termine di essa si registrò un aumento importante degli stipendi in quanto essa andò a colpire maggiormente giovani e adulti – già molto destabilizzati dalla guerra – liberando moltissimi posti di lavoro. Ma allo stesso tempo bloccò i consumi portando le attività a guadagnare tra il quaranta e il settanta percento in meno rispetto agli anni precedenti, anche a causa della guerra che aveva impoverito la popolazione in generale. Se nel resto dell’Occidente, in particolare negli USA, ci fu lo scoppio dei ruggenti anni ’20, in Italia la situazione fu ben diversa e, considerate le conseguenze appena citate, quello che emerse fu una crisi sociale dalla quale prese vita con impeto il Fascismo.

Un ospedale di emergenza durante l’Influenza Spagnola

Considerato ciò, quello che ci sta lasciando il Coronavirus ha entità decisamente minori rispetto alla Peste Nera in quanto i morti sono molti di meno, questo di conseguenza ci fa considerare che è improbabile che ci sia un aumento degli stipendi in generale. Allo stesso tempo quindi l’investimento sulle varie arti sarà poco possibile, sia per il poco interessamento da parte del governo nei loro confronti con degli aiuti di stato (a quanto si è visto, ha altre priorità in questo momento) sia perché la recente crisi economica ha dimezzato i consumi portando ad una sorta di disinteressamento nei confronti di ciò che intrattiene e portando la priorità ai beni di prima necessità. 

Quindi, possiamo notare come probabilmente vivremo una situazione simile a quelle sorte dopo la Peste del Seicento e l’Influenza Spagnola: non vivremo una carestia in quanto l’apparato industriale alimentare sta reggendo bene, ma purtroppo la crisi economica scatenata da essa va già a sommarsi con la crisi del decennio scorso portando ad alimentare già la crisi sociale che stavamo vivendo negli ultimi anni. 
Perciò, non solo vedremo un ulteriore calo dei consumi, ma anche un’ulteriore accentuazione di tutte quelle dinamiche che stanno impoverendo il nostro paese: per i giovani sarà sempre più difficile entrare nel mondo del lavoro, per gli adulti che si sono già visti perdere una grossa percentuale di fatturato all’interno delle loro attività sarà difficile ritornare ai livelli pre-Covid nel breve periodo (i più colpiti rimangono quelli nel settore di cultura e turismo) e per i più anziani le conseguenze le ritroveranno con un welfare sempre più assente. 
Perdono tutti in questa situazione, e non può altro che sorgere ulteriore malcontento che verrà espresso in voti alle prossime elezioni.

Ottima iniziativa il Recovery Fund da parte dell’Unione Europea, volto a frenare questa situazione che si presenterà sempre più invadente nei prossimi mesi.
Tuttavia bisognerà vedere come verranno spesi quei finanziamenti che arriveranno a partire dal 2021: gli Stati Generali – evento, fortemente voluto dal Premier Conte, volto a pensare un piano di ristrutturazione del Paese assieme alle parti sociali da presentare all’UE – si sono conclusi ieri e soltanto nei prossimi giorni potremo sapere con più dettagli come verranno attuati prossimamente.

Si prospettano anni difficili, questo è certo, ma sembrerebbe che questa volta, forse, potremmo affrontarli preparati.

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