Press "Enter" to skip to content

Il caso Giulio Regeni: a breve la chiusura del processo

Il 4 dicembre è prevista la chiusura del processo per la tortura e omicidio di Giulio Regeni, studente dell’Università di Cambridge ucciso dai servizi segreti egiziani.

Era il 3 febbraio 2016 quando il cadavere di Giulio Regeni è stato trovato alla periferia de Il Cairo. Secondo quanto riporta The Times, Giulio aveva collo, polsi, dita dei piedi, delle mani e denti rotti. Sebbene questi siano stati identificati da subito come segni di tortura al fine di estorcere informazioni, le autorità egiziane hanno rivisto più volte la versione dei fatti.

All’inizio, l’Egitto negò di essere persino al corrente della morte di Giulio, per poi diedero la colpa ad una fantomatica banda criminale. Della possibilità che fossero stati i servizi segreti egiziani a ridurre così il ricercatore 28enne nemmeno l’ombra. Il governo di Abdel Fatah al Sisi si rifiutò in più occasioni di ammettere che Giulio fosse stato ucciso dalle sue forze segrete.

Tuttavia, ora si apre una possibilità di giustizia per Giulio e per la sua famiglia: il 4 dicembre a Roma si concluderà ufficialmente il processo contro cinque agenti egiziani sospettati della tortura e omicidio del giovane. In una telefonata tra il premier italiano Giuseppe Conte e il presidente egiziano al Sisi, quest’ultimo ha rinnovato la sua totale disponibilità a collaborare con la giustizia italiana, anche se il suo impegno finora è stato puramente formale e poco pratico.

La cronistoria

Facciamo un attimo il punto sulla vicenda: secondo Amnesty International, Giulio scompare il 25 gennaio 2016 a Il Cairo, Egitto, dove risiedeva per svolgere una tesi di dottorato sui sindacati indipendenti egiziani. Il ragazzo, originario del Friuli, era iscritto presso l’Università di Cambridge e aveva trovato un contatto sul posto con il quale collaborava alla stesura della tesi.

Nell’aprile dello stesso anno, l’ambasciatore italiano in Egitto viene richiamato in Italia in segno di protesta per la scarsa collaborazione dimostrata dalle autorità egiziane. Si apre un periodo di alti e bassi nelle indagini che durerà più di quattro anni. Il 14 settembre 2017, l’ambasciatore italiano fa rientro a Il Cairo accompagnato dalle proteste di migliaia di cittadini italiani.

Tuttavia, il suo rientro è simbolo di una nuova intesa tra governo italiano ed egiziano sulla prosecuzione delle indagini. Intesa che stenta a concretizzarsi. Pochi mesi prima del rientro a Il Cairo dell’ambasciatore italiano, uno membro della squadra egiziana del legali di Regeni a Il Cairo, Ibrahim Metwaly viene arrestato dal tribunale di sicurezza nazionale egiziano.

Un primo spiraglio di giustizia si intravede il 28 novembre 2018, quando la Procura di Roma accetta di inserire nel registro degli indagati alcuni poliziotti e agenti egiziani sospettati della morte di Giulio. Il 5 maggio 2019, l’Italia ottiene il racconto di uno dei funzionari dell’intelligence egiziana che ammette di aver picchiato Giulio più volte, in quanto ritenuto una spia inglese.

Quello che è successo a Giulio è l’ennesimo caso di abuso delle forze di sicurezza, una delle violazioni dei diritti umani riportato dalla Human Rights Watch. Secondo i dati del 2019, il Ministero degli Interni sulla Sicurezza Nazionale egiziana agisce in modo pressoché impunito. I funzionari del Ministero degli Interni sono raramente posti a giudizio per le loro azioni, in particolare in caso di tortura. Sono molti inoltre gli arresti arbitrari per chi protesta contro il governo di al Sisi.

Secondo Human Rights Watch, inoltre, l’Egitto è accusato di violare numerosi altri diritti umani fondamentali, come la libertà di espressione, di religione, di orientamento sessuale, di parità di genere e di diritto al lavoro. Dalla sua elezione del 2014, al Sisi ha instaurato un regime autoritario dove l’abuso di potere militare è dilagante e le elezioni non sono libere. Non stupisce dunque che le violazioni dei diritti umani siano dilaganti e che il governo centrale faccia di tutto per proteggere le azioni militari dei loro funzionari.

I rapporti commerciali tra Italia ed Egitto è un altro fattore da non sottovalutare. Secondo Limes, nel 2016 il netto degli export dall’Italia verso l’Egitto hanno fatturato 2 miliardi e 784 milioni di euro nei settori di metallurgia, produzione di metalli, produzione di meccanica strumentale e prodotti energetici raffinati. Di contro, abbiamo importato dall’Egitto le risorse petrolifere (maggiormente), turistiche e commerciali del valore di 2 miliardi e 369 milioni di euro.

A questo commercio va aggiunto anche l’export di armi dall’Italia verso l’Egitto dal valore di circa 1 milione di euro, avvenuto durante il periodo di assenza dell’ambasciatore italiano a Il Cairo. In Egitto inoltre sono presenti quasi 130 aziende italiane che, complessivamente, hanno un giro di affari che si aggira intorno a 2,5 miliardi di euro annui.

Verità per Giulio Regeni

È difficile prevedere i risultati dell’ultima sentenza, soprattutto prendendo in considerazione che l’Italia non si sta confrontando con un paese democratico e ha forti interessi commerciali da preservare. Quello che si è sempre chiesto per Giulio è la verità, capire perché un ricercatore universitario sia finito nel mirino dei servizi segreti egiziani e chi è il responsabile della sua morte.

Verità per evitare che altre persone subiscano lo stesso destino di questo studioso di soli 28 anni. Verità per far trionfare i valori della democrazia, di un processo trasparente e di una giustizia che deve essere uguale per tutti, come recitano le aule dei tribunali italiani.

Verità per la libertà di espressione, per la libertà di denuncia sociale, per la libertà di associazione sindacale.

Verità per Giulio Regeni.

Comments are closed.