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Cosa ne rimarrà della globalizzazione

La globalizzazione, quel processo nato con l’intensificazione degli scambi economici-commerciali tra Stati, sta mutando. A che punto è adesso? 

Con l’economia mondiale bloccata per emergenza Cornavirus, attualmente ci ritroviamo in un momento storico in cui la globalizzazione pare essere congelata. Ma prima del blocco allo spostamento di persone tra paesi, dei lockdown mondiali e dell’emergenza sanitaria, come si presentava il suo stato di salute? Non bene, e i macro-fattori sono principalmente due: il muro creato dagli Stati Uniti verso le economie emergenti e il ruolo politico assunto dalla finanza.

La Cina è il Paese che stiamo più vedendo crescere negli ultimi anni: una crescita non volta ad un fine offensivo (non ha lo scopo di conquistare l’Occidente, nella sua storia non ha mai avuto scopi del genere) ma a fine difensivo per far sì che i 100 anni di umiliazione (che vanno dall’inizio della Guerra dell’Oppio alla fine della Seconda Guerra Mondiale) non avvengano più. Un dato da sottolineare, per esempio, è che di tutte le potenze del mondo, la Cina è l’unico Paese che non ha fatto parte di una guerra negli ultimi 40 anni. 
Con le Quattro modernizzazioni (四个现代化) di Deng Xiaoping, leader cinese dalla fine degli anni ’70 all’inizio degli anni ’80, la Cina ha avviato un processo di innovazione – ancora in atto – che l’ha portata a divenire la seconda potenza mondiale. 

Gli USA – che nell’ultimo decennio si sono accorti dello sviluppo cinese – sentendosi con il fiato sul collo stanno cercando in tutti i modi di fare muro provando ad arrestare quel processo di apertura avviato con la globalizzazione della quale la Cina ne è stata il maggior beneficiario. 
In questa situazione, il dollaro, che è ed è stata moneta globale negli ultimi 70 anni, viene usata come arma stessa dagli USA per attuare quella politica di chiusura in atto. Non è un caso la nascita di trattati commerciali creati da Paesi Europei che vanno ad escludere il dollaro in quanto divenuto un ostacolo per le trattazioni (un esempio è l’INSTEX, il trattato commerciale tra Iran e l’Europa creato per aggirare le sanzioni americane). Questo evidenzia come il dollaro piano piano stia perdendo potere e, quando questo diventerà un fatto riconosciuto, può diventare un grosso problema per gli USA. 

globalizzazione
Trump e Xi Jinping

Intanto in Europa – e nel resto dell’Occidente – negli ultimi 12 anni abbiamo visto la nascita della finanza con un ruolo politico.
Questo è un mutamento non voluto dalla finanza ma bensì dalla politica stessa, la quale non è stata più in grado di reggere le pressioni di un elettorato diverso, di seguire i consensi e che si è praticamente auto-svuotata seguendo logiche di mercato. Eventi che alla fine l’hanno fatta uscire dall’arena pubblica.
Un processo questo che si è avviato con il fallimento della Lehman Brothers, dove gli Stati hanno iniziato ad indebitarsi per salvare le banche e in questo modo questo dettaglio ha permesso agli azionisti di possedere il debito di essi. Ma chi possiede il debito dello Stato, può chiedere qualche accorgimento come dei tagli o dei risparmi specifici.
Nel 2011, con queste logiche politiche, Germania e Francia sono arrivate alla conclusione che la Grecia poteva fallire: tutto questo perché se fossero stati fatti degli investimenti sui bond greci, non ci sarebbe stato un ritorno di interessi. Ed è qua che la finanza è divenuta un soggetto bio-politico, ovvero che ha iniziato ad avere un’influenza in grado di cambiare la vita delle persone.
E lo è tuttora: un esempio sono le banche centrali. Sono loro che hanno salvato il sistema dal Coronavirus stampando trilioni di dollari, non è stata la politica, la quale chiaramente soggiogata da vincoli burocratici che la hanno calcificata.
Con ciò, possiamo pensare al mondo odierno come un’enorme catena di montaggio: le banche hanno salvato questa catena di montaggio-mondo, dove si costruiscono pezzi da tutte le parti.

Ma quando è che la finanza è stata pensata come soggetto politico?
Negli anni ’70 c’erano due scuole economiche, quella Keynesiana e quella di Chicago. La prima pensava che lo Stato doveva essere presente nell’economia, la seconda invece sostanzialmente sosteneva che lo Stato doveva essere un fantoccio del mercato per fare in modo che il mercato prosperasse.
Questa seconda scuola trovò approvazione soprattutto dalle destre dei regimi sud americani inizialmente, fino ad arrivare a Reagan e Thatcher. Non a caso, la Thatcher diceva “non esiste la società, esistono i singoli individui”.
Infatti, fu la Thatcher a dare la piena fiducia al singolo individuo devastando il welfare inglese: da lei, la singola scelta del singolo individuo prevale sullo Stato-fantoccio. Mette nelle condizioni all’uomo di poter decidere tutto: perciò negli anni successivi, grazie a tassi di interesse molto bassi, le persone poterono iniziare ad acquistare tutto ciò che desideravano tramite prestiti appunto con i tassi di interesse molto bassi. Idea che piacque anche a Berlusconi, e che applicò quando prese potere, e successivamente anche alle sinistre mondiali. Questo successe fino al 2000.

Reagan e Thatcher

Dopo il 2000 il mondo cambiò: arrivò la globalizzazione grazie anche alle riforme avvenute con la vittoria del capitalismo dal 1989, ponendo il capitale nella situazione migliore per proliferare. Quindi, i cittadini in Occidente si ritrovarono disoccupati in quanto il lavoro iniziò ad essere utilizzato dove costava meno, per esempio in Cina, e le aziende iniziarono a spostare le sedi fiscali nei paesi in cui si pagavano meno tasse; ma in tutto questo i cittadini occidentali non se ne sono accorti perché grazie a quei tassi di interesse bassi potevano mantenere una qualità di vita persino più alta di prima comprando abbigliamenti e oggetti prodotti a bassissimo costo.
Quindi le persone hanno continuato ad indebitarsi fino al 2008, fino a quando non è fallita una banca e di conseguenza tante altre. Praticamente una favola lunga 40 anni che si spezza con l’indebitamento degli Stati e l’approvazione a far fallire la Grecia.
Tutta questa liquidità enorme messa in campo per l’emergenza Coronavirus dal sistema non ha un effetto politico, ma ha un effetto cortisonico

E c’è anche da dire che adesso la finanza è diversa da ciò che era 10 anni fa, in quanto essa adesso ha abbracciato la tecnologia, divenendo quindi tecnofinanza. Con questa enorme bolla di liquidità, la tecnofinanza sta continuando un lavoro iniziato già da qualche anno, ovvero invoglia investimenti sulle tecnologie: tecnologie che svuotano completamente l’economia reale. Come?
Tramite la nascita di case in affitto che diventano beni di investimento, perché grazie ad una piattaforma che non paga le tasse è possibile gestirle per affittarle gonfiando e sgonfiando prezzi come se fossero un materassino. Nascono piattaforme che ti portano il cibo a casa grazie a lavoratori che non hanno più diritti sociali e civili, dominati dagli algoritmi. E ciò fa sentire più ricco il consumatore, giustamente. Non in termini reali, ma in termini percettivi, che alla fine è quello che conta realmente per chi consuma.
Per non parlare poi della nascita dei social che invece di creare valore, lo estraggono. Estraggono dati senza dare nulla in cambio, estraggono valori all’uomo per bypassare diritti civili per il quale l’uomo ha lottato centinaia di anni per ottenerli. La Brexit ne è un esempio.

Tutto ciò è il risultato della tecnofinanza con il ruolo politico. 
Per colpa di scelte che potevano anche sembrare giuste: dare l’opportunità ad ognuno di studiare, comprarsi una casa, di scegliersi la sua assicurazione sanitaria. Però ciò ha portato alla nascita di una legge della giungla da cui non riusciamo ad uscire.
La tecnofinanza, con i dati raccolti tramite le sue piattaforme riesce a capire cosa pensiamo, ed è grazie a questo meccanismo che riesce poi a farci pensare cosa vuole lei, incidendo sul voto e sulle propensioni al consumo.
Quindi la tecnofinanza non è nient’altro che un mezzo invincibile che controlla la locomotiva impazzita chiamata mondo. La politica non conta più niente da circa 15 anni in Occidente.

Detto questo, possiamo dire che la globalizzazione con il Coronavirus è praticamente finita: sicuramente verrà ripensata, ma questo non è positivo perché verrà ripensata o meglio o peggio di come lo è stata negli ultimi anni. Ovvero, la catena di montaggio mondo è ferma con l’emergenza pandemica, mentre la tecnofinanza con le sue piattaforme sta avendo sempre più potere riuscendo a vincere sull’economia reale: le tecnologie inventate negli ultimi 10 anni non sono state quasi per niente attaccate dal Coronavirus, considerata la distruzione del settore alberghiero, dei ristoranti, parchi divertimenti. Vincerà la tecnofinanza e l’economia reale tenderà a perire ancora.
Da questa situazione, emerge una cosa importante: che i singoli cittadini possono far poco per sconfiggere questo mostro, tranne se non con il voto e la consapevolezza della situazione in cui si trovano, quindi capire che il pagare un vestito pochissimo avviene perché c’è stato uno scambio di merci al posto dei diritti. E come avviene questa consapevolezza? Tramite la cultura. Si deve tornare a leggere e a capire.
In tutto ciò, la politica non può uscire dalla gabbia in cui si è ritrovata perché per farlo deve attuare scelte impopolari, che vanno contro l’elettorato: c’è bisogno di una veduta a lungo termine, di una politica che pensi a stare accanto alla gente rischiando anche di fare scelte impopolari. E questo è ciò che sta avvenendo in Cina, bisogna riconoscerlo.


Fonti

  • Has China Won? The Chinese Challenge to American Primacy, di Kishore Mahbubani (2020)
  • Tutto è in frantumi e danza. L’ingranaggio celeste, di Edoardo Nesi e Guido Maria Brera (2017)
  • La guerra di tutti. Populismo, terrore e crisi della società liberale, di Raffaele Alberto Ventura (2019)
  • La Cina in dieci parole, di Yu Hua (2015)

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