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Gli effetti della futura amministrazione Biden: intervista

Intervista a Fabrizio Tonello, professore di Storia degli Stati Uniti d’America all’Università di Padova, sugli effetti della futura amministrazione Biden sul mondo intero, specialmente sul nostro continente

Con questa vittoria di Biden possiamo dire di star assistendo alla parabola discendente del populismo nazionalista americano?

Se guardiamo i numeri sicuramente no: Biden ha avuto oltre 78 milioni di voti e Trump circa 73 milioni. 73 milioni di voti non sono certo una fine, casomai una battuta di arresto. Ricordiamoci che in questo momento Biden è il vincitore, ma il “trumpismo” non è stato affatto sconfitto e con ogni probabilità i repubblicani manterranno il controllo del Senato (ci sono due seggi da attribuire in Georgia, ma sono in vantaggio) e hanno anche migliorato la loro forza alla Camera. È quindi una forza ancora rilevante.

Come ha fatto Biden a vincere?

Trump ha fatto del suo meglio per farsi detestare da tutti quelli che non lo amavano già dal 20 Gennaio 2016. Trump è percepito come particolarmente odioso e misogino da una maggioranza di donne americane: negli Stati Uniti c’è un fortissimo gender gap nei comportamenti di voto. Mentre tra i maschi bianchi il candidato repubblicano è in vantaggio di circa 8 punti percentuali, tra le donne ci sono 15 punti di differenza a favore dei democratici. 

Donald J. Trump., 45esimo presidente della storia degli Stati Uniti d’America

Non dimentichiamoci però che le donne, oltre a essere donne, sono anche proprietarie di case e contribuenti che non vogliono pagare troppe tasse e quindi da questo punto di vista non dobbiamo cadere nell’errore di un’analisi che si basi unicamente sul voto etnico. Le questioni di classe negli Stati Uniti esistono eccome.

Nello stesso tempo Trump ha mantenuto e ampliato la sua constituency. Sicuramente una parte degli ebrei americani che tradizionalmente votavano democratico è stata entusiasta che Trump abbia riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, cosa che nessun altro presidente americano aveva voluto fare. Inoltre il taglio delle tasse ha avvantaggiato i miliardari ma anche chi guadagna più di 100.000 dollari l’anno, quindi la classe medio-alta, che ha votato per lui. Natualmente ci sono anche parti della sua coalizione formate da lavoratori manuali non laureati fortemente nazionalisti, che lo percepiscono come qualcuno che difende i loro valori più che i loro interessi.

Quest’anno c’è stata una grande mobilitazione delle donne e delle minoranze, in particolare delle donne nere. Già avevamo avuto un’anticipazione della vittoria di Biden quest’anno, quando c’erano state le elezioni per il governatore in Georgia nel 2018 e una candidata nera, Stacey Abrams, aveva sfiorato la vittoria in uno Stato tradizionalmente repubblicano e fortemente razzista.

Quali ripercussioni ci saranno a seguito di questa vittoria sull’Italia e anche sull’Europa dal punto di vista politico?

Dobbiamo aspettare dicembre per capire esattamente le misure di questa vittoria, dovremo aspettare la certificazione dei voti e la nomina dei delegati nel collegio elettorale e anche il fatto che i delegati votino come dovrebbero votare: la presidenza Biden sarà molto diversa a seconda del controllo o meno sul Congresso. Se il Senato rimane in mano ai repubblicani sarà sicuramente una presidenza dimezzata: il Senato ha un ruolo estremamente importante: sta nelle sue mani l’approvazione di tutti i funzionari dell’alta burocrazia, dei giudici e dei membri del governo, quindi, ad esempio, se Biden volesse fare Elizabeth Warren ministro del tesoro, in realtà verrebbe difficilmente confermata dai repubblicani, quindi probabilmente dovrà scegliere un altro candidato.

Elizabeth Warren, ex contendente alle primarie democratiche per la corsa alla Casa Bianca

Possiamo prevedere una retocessione populista anche nel nostro paese?

Dal punto di vista mondiale, l’uscita di scena di Trump dovrebbe dare un po’ più di stabilità alla politica estera degli Stati Uniti. Ricordiamoci che Trump non aveva una politica estera prevedibile: sicuramente l’Europa e la Nato tirano un sospiro di sollievo.

I leader nazionalisti europei saranno ridimensionati non avendo più un esempio forte come Trump: il presidente brasiliano Bolsonaro sarà molto indebolito. Da questo punto di vista è un intero movimento mondiale che subisce un duro colpo. Anche se Trump era stato eletto un po’ per caso e con l’aiuto dei russi, comunque la sua vittoria nel 2016 ha sicuramente favorito e trascinato con sé Boris Johnson, Jair Bolsonaro, Matteo Salvini.

Quanto ha influito la presidenza di Barack Obama su questa vittoria?

Obama, mentre personalmente aveva un grandissimo carisma, ha però lasciato il partito democratico in pessime condizioni dopo due mandati in cui non era riuscito a mantenere la promessa di miglioramento delle condizioni di vita degli americani timorosi di scivolare verso il basso nella scala sociale. 

Barack Obama (a destra), 44esimo presidente nella storia degli Stati Uniti d’America

Sostenendo Hillary Clinton aveva presentato un candidato estremamente vulnerabile agli attacchi di Trump e, comunque, il suo bilancio non era stato affatto soddisfacente.
La vittoria di Trump nel 2016, da un certo punto di vista, è stata un’eredità di Obama.

L’elettorato americano, come anche in Europa, è molto polarizzato: cosa può fare Biden per ridimensionare questa spaccatura?

Cercherà di fare di tutto, ma non credo che ci riuscirà. Anche Obama era partito con il programma di ricucire la spaccatura dell’America, ma non è questione di buona volontà o di ripristinare le buone maniere nel gioco politico; il vero problema è la disuguaglianza, la profonda crisi di alcune fasce sociali: teniamo conto che adesso ci sono stati alcuni referendum nei singoli Stati per aumentare il salario minimo a 15$ l’ora, ma il salario minimo federale è oggi, a parità di potere d’acquisto, inferiore a quello del 1968, il che significa che dopo 50 anni le condizioni dei lavoratori manuali sono andate indietro piuttosto che avanti.

Da questo punto di vista si sommano delle condizioni di lavoro e di vita che sono obiettivamente peggiorate poi con pulsioni xenofobe e razziste che esistono, ma che non sono l’unica causa della diffidenza dei lavoratori manuali nei confronti dei democratici.

In questi ultimi giorni successivi alla chiusura delle elezioni Trump è stato protagonista di una serie di dichiarazioni false che hanno, da un certo punto di vista, ulteriormente danneggiato la sua immagine. Se gli USA andassero a votare domani per una seconda volta, riuscirebbe comunque a raccogliere così tanti consensi? Qual è la base su cui lui è riuscito a fidelizzare i suoi elettori?

In realtà penso che le sue dichiarazioni abbiano aumentato i consensi tra i suoi elettori. Dobbiamo tenere presente che Trump prima di tutto è un grandissimo uomo di spettacolo che “sente” il suo pubblico e ha capito fino al momento in cui ha partecipato alle primarie che esisteva una fascia di spettatori cha apprezzava più il suo stile brutale e violento che le sue proposte politiche. Il suo sostegno è sempre stato minoritario, non ha mai superato il 43% di consensi nei sondaggi. Lui ha sfruttato il fatto che negli Stati Uniti si può vincere anche con un consenso minoritario. Dopo di che, in questo caso, è stato un briciolo troppo minoritario, ma ricordiamoci che parliamo di poche migliaia di voti su oltre 150 milioni di voti scrutinati.

Quale sarà il destino dei trattati che sono stati fatti fino ad adesso: rimarranno in vigore o ci sarà un cambio di linea?

Biden non rovescerà tutta la politica di Trump, ma farà degli aggiustamenti: sicuramente farà delle cose più di stile che di sostanza e gli aspetti più inaccettabili delle politiche trumpiane, in particolare per quanto riguarda l’immigrazione, saranno attenuati, ma Biden non ha né la personalità né il sostegno politico per una svolta politica profonda, senza contare che senza la maggioranza in Congresso potrà fare poche cose. Non ci possiamo neanche aspettare una svolta politica verso sinistra, sicuramente Biden ripristinerà una politica più tradizionale anche dal punto di vista della politica estera. Resta il fatto che Biden è il frutto di un’operazione dell’establishment democratico per bloccare Sanders.

Lo smussare gli angoli di Biden sarà anche in ambito cinese sui dazi imposti dagli Stati Uniti dato che, non essendo la Cina un’economia di mercato, per arginare anche il dumping cinese anche molti democratici hanno visto bene la linea dura? Biden continuerà con il pugno duro o ammorbidirà visibilmente l’approccio con la Cina? 

Il pugno duro è un’espressione che difficilmente corrisponde alla realtà: la realtà è che la Cina è la fabbrica del mondo. Gli Stati Uniti non possono fare a meno della Cina e viceversa. Si possono rivedere le clausole degli accordi commerciali, io mi aspetto che il negoziato vada avanti e che Biden lo riprenda con miglior stile, ma i cinesi non si sono fatti intimidire da Trump e non credo che vorranno stendere il tappeto rosso al nuovo presidente.

Un accordo è inevitabile per come le due economie si sono integrate negli ultimi quarant’anni, la retorica delle guerre commerciali e dell’autarchia può andar bene per raccogliere consensi, ma l’autarchia non ha mai funzionato da nessuna parte, il commercio a lunga distanza era già significativo nel 1500. Non dimentichiamo che il tenore di vita della famiglia americana media negli ultimi 50 anni, visto che i salari non aumentavano, è stato garantito dalla disponibilità di merce a basso costo che arrivava dalla Cina.

Fabrizio Tonello, professore di Storia degli Stati Uniti d’America presso l’Università di Padova.
Ha scritto “Democrazie a rischio, La produzione sociale dell’ignoranza”.

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