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In Italia abbiamo ancora un problema con il gioco d’azzardo

Il gioco d’azzardo: un mondo percepito come magico e incantato quando invece è una realtà dura e intricata. Quanto è importante che se ne cambi la narrazione?

Roberto Duca

Umbro lacustre, ascoltatore e suonatore seriale come gli assassini. Nel tempo libero studio Sociologia e politiche sociali – ma ancora per poco, pare.
Paciano, Perugia.

In una sera invernale di qualche anno fa, io e i miei amici eravamo tranquilli e beati al baretto di paese a fare la colletta per comprare più Moretti da 0.66 possibili. In quel momento, arrivò un finto Lorenzo, finto nel senso che Lorenzo non è il suo vero nome, coetaneo nato altrove ma cresciuto nello stesso paesello. Ordina un caffè e ci mettiamo a chiacchierare come fanno le persone che si conoscono ma che non hanno nulla in comune; essendo un sabato, la conversazione verte, con spiccato qualunquismo, su cosa fare in quella serata. Alla fine, Lorenzo parte col dire che sarebbe andato a giocare in sala slot. Quando è effettivamente andato via ci siamo detti: “ammazza che sfigato, questo a 24/25 anni, di sabato sera, va a giocare alla sala slot, ma come è ridotto?”. Di base, insomma, ci abbiamo riso su, per poi sentirci un po’ colpevoli.

Non è difficile trovarsi davanti qualche habitué del gioco d’azzardo, perché in fondo c’è un prodotto per tutti: dalle sale slot ai giochi con le carte, per arrivare a cose percepite come più innocue come i Gratta e Vinci o il gioco del Lotto, chiunque abbia più di 18 anni può tranquillamente trovare pane per i suoi denti. Lo si trova nei bar, nelle tabaccherie, in sale gioco apposite; lo si trova online, anche. Questa ampiezza di offerta, naturalmente, spiega anche la trasversalità demografica a cui si riferisce. In fondo, il meccanismo è semplice: basta investire qualche spiccio per poter vincere tanti soldi. Il problema è che spesso quegli spicci si uniscono e diventano tanti soldi, a fronte di vincite che invece sono, paragonate all’investimento, qualche spiccio. Ma proprio con la stessa logica del prosciutto che costa 1,99 euro all’etto e tu dici che l’hai pagato 1 euro, al malcapitato di turno sembra, momentaneamente, di aver speso poco. E si arriva, in casi estremi ma più frequenti di quel che si pensa, a sviluppare un disturbo che si è delineato negli ultimi anni: la ludopatia.

Una sala slot

La ludopatia, anche conosciuta come Gioco d’azzardo patologico, è una dipendenza comportamentale, come possiamo leggere sul DSM-5 del 2013: un disturbo psicologico, quindi, riconosciuto. Della sua prevenzione e del suo trattamento se ne occupano, almeno in prima linea, i SeRD/SeRT, il Servizio per le Dipendenze Patologiche. In materia, abbiamo un rapporto del 2017 a cura dell’Istituto Superiore di Sanità che rivela come, nei SeRD/SeRT che hanno risposto all’inchiesta, ci siano, disseminati in tutto il territorio nazionale, 24000 persone che sono state prese in carico in seguito ad una diagnosi di ludopatia – un numero spaventoso, che non si riferisce comunque alla totalità effettiva dei casi. A riprova della sua crescente importanza, anche la legislazione è in continuo mutamento: senza pretesa di ricostruire in modo esaustivo la storia delle normative sul gioco d’azzardo, basta ricordare quanta importanza ha avuto l’approvazione del decreto-legge 12 luglio 2018 n.87, conosciuto come Decreto dignità, nella storia politica della XVIII Legislatura. Un decreto che, dopo vari tentativi moderati susseguitisi negli anni, ha vietato la possibilità di pubblicizzare il gioco d’azzardo in contesti generalisti che vedono la partecipazione di un pubblico anche di minori. Insomma, questo per dire che la ludopatia è ormai un disturbo ampiamente conosciuto, almeno in teoria.

“Fra agosto-dicembre 2018 e agosto-dicembre 2019 c’è stata una crescita del business del gioco d’azzardo del 15,8%; nel solo mese di gennaio 2020, gli italiani hanno speso 197,5 milioni di euro. “

Poi però esiste la pratica, fatta di persone. I numeri ci dicono, anno dopo anno, che il gettito fiscale proveniente dal gioco d’azzardo è sempre più alto. Fra agosto-dicembre 2018 e agosto-dicembre 2019 c’è stata una crescita del business del gioco d’azzardo del 15,8%; nel solo mese di gennaio 2020, gli italiani hanno speso 197,5 milioni di euro. Come si legge in un articolo di Adnkronos, all’Ice di Londra, la principale fiera internazionale sul gioco, si è fatto notare come il divieto di pubblicità non sia funzionale alla sua ratio, in quanto una larga percentuale di giocatori d’azzardo patologici in realtà non hanno iniziato dopo aver visto o sentito qualche reclame. Al massimo, dicono, ha avuto il (de)merito di favorire l’ampia componente illegale che si muove in questo ambiente. Chi scrive pensa che a valutare il decreto n.87 come totalmente inutile gli si faccia un torto ingiusto: è comunque un passo importante nel riconoscere la dannosità di determinati comportamenti patologici. Ma credo che sia comunque carente in un aspetto: le linee guida dell’AGCOM, che chiariscono agli esercenti come applicare le direttive rilevate nel dl n.87, permettono alle attività di esporre eventuali vincite importanti: dai, li abbiamo visti tutti quei fogli con la fotocopia del Gratta e Vinci vincente e scritto, con un pennarello di qualche colore improbabile, “QUI VINTI XXXXX EURO”. Ecco, io credo che quella sia una pratica più dannosa di ogni singola pubblicità diretta.

Pubblicità gioco d’azzardo

La forza del gioco d’azzardo non va rilevata, almeno non del tutto, in quella delle imprese che vi hanno forti interessi economici e quindi possono permettersi ingenti campagne pubblicitarie per invogliare il consumatore a spenderci su; no, la forza del gioco d’azzardo sta nel contesto locale, sempre più pervaso dal disagio. Sta nella tabaccheria dietro casa in cui sono stati vinti diecimila euro con un biglietto da due, o in cui il vicino di casa di nostro cugino ha vinto al Lotto tantissimi soldi. E l’esposizione delle vincite al bancone del bar, rende il tutto ancora più reale e tangibile, invogliando l’avventore a provarci: in fondo se ce l’ha fatta Tizi* x, posso farcela anche io. E magari, mentre gioco il mio biglietto, dalla vicina saletta slot che puzza di alcol e fumo, un pensionato ha appena sbancato: le monete sbattono contro il ferro della bocchetta da cui escono, e continuano a farlo.
“Ha vinto mille euro. Come, ha vinto mille euro? Ma la puntata della macchinetta è massimo tre euro! La fortuna, mannaggia. Magari potrebbe baciare anche me”. Solo che il biglietto vincente era l’ennesimo acquistato, e quei diecimila euro vinti sono, se tutto va bene, poco più di quelli spesi negli anni senza vincere nulla. Così come la vincita al Lotto, che verrà usata per pagare i debiti causati dal gioco ossessivo. E il pensionato che ha vinto mille euro ci ha solo ripreso la pensione che si era appena giocato. Un mondo che viene percepito, in modo malsano, come magico e incantato se non addirittura rituale si rivela invece una realtà dura e intricata, ma per rivelarsi tale è importante che se ne cambi la narrazione.

Questo per dire che più che lavorare sulla repressione, momento comunque fondamentale nella necessaria strategia di contrasto, bisogna operare a monte: concentrarsi, cioè, sulla prevenzione, e farlo a livello locale più che nazionale, anche in virtù di quel principio Costituzionale di sussidiarietà che tanto spesso viene richiamato. Bisogna lavorare sulla percezione delle persone, su due fronti: il primo è quello che riguarda la credenza secondo cui non si rischia molto perché la spesa è esigua e non ci sono danni tangibili per la salute, a fronte invece della possibilità di vincere molto; il secondo, è invece relativo all’educazione sociale.

Sul primo fronte pesano molto sia la concezione secondo cui, in un mondo a capitalismo avanzato come il nostro, si possa vivere la vita dei sogni senza faticare tanto, mutuata sia dalla stessa tradizione del gioco d’azzardo che da un’ossessione malcelata per i giochi a premi sia televisivi che non, che la scarsa considerazione che si continua ad avere per le componenti non biologiche della salute, che dovrebbe ormai essere intesa, come indicato dall’OMS, come stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia. Proprio questo punto credo sia fondamentale: la ludopatia viene poco percepita come un qualcosa di grave perché non prevede una forma di malattia fisicamente tangibile, pur essendo fonte di un intenso disagio sia psicologico che sociale, avendo grosse ripercussioni sulla vita quotidiana delle persone. Questo secondo fattore si collega direttamente alla necessità di una più ampia attività educativa in materia: il ragazzo che fa 130 in autostrada dopo aver vinto trenta euro alle macchinette ci strappa un sorriso, ma non può essere divertente. Non possiamo permettere che una questione così seria venga inserita nell’ampio patrimonio culturale del trash italiano. Quindi, bisognerebbe lavorare anche per togliersi dalla mente lo stereotipo del pensionato ubriaco che si gioca tutta la pensione e poi viene ripreso malamente dalla moglie, perché questo stereotipo, come tutti, non farà altro che innestare continue profezie autoavveranti. Inoltre, bisogna uccidere la retorica della fortuna, spinta anche dai media: dalla rivista locale al telegiornale nazionale, in caso di vincite importanti non si fa altro che parlarne in modo positivo, rendendo l’aspetto quantitativo nettamente preponderante rispetto a quello qualitativo.

Insomma, nonostante i continui e apprezzabili passi avanti in materia, c’è ancora molto da fare. Bisognerebbe lavorare molto più sulla prevenzione e sull’educazione, rafforzando magari i presidi che si occupano di questa sfuggente quanto grave dipendenza e mettendo in atto dei veri e propri piani locali che tengano conto della situazione specifica. Lorenzo, invece, non lo vedo da tantissimo tempo. Pur non considerandolo un amico, spero se la stia passando bene.

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