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Freeda è solo un altro strumento del capitalismo?

Probabilmente avete già sentito parlare di Freeda, la start-up editoriale italiana fondata nel 2016 da Gianluigi Casole e Andrea Scotti Calderini, che si pone portavoce delle donne, in particolare nella fascia 18-34 anni, target che si rispecchia nella grafica in stile pop e nella scelta dei canali di comunicazione.

“Non esiste un solo tipo di donna. Freeda – come freedom, al femminile – è un progetto editoriale che celebra la libertà e i tanti modi di essere di una nuova generazione di donne”: così si definisce nella pagina Facebook. Le intenzioni sono buone, peccato che non vengano messe in pratica.

Homepage di freedamedia.com

Partiamo dall’inizio

Non ci soffermeremo a lungo sul dettaglio palese del sesso maschile dei due fondatori, sebbene il progetto editoriale voglia offrire un punto di vista femminile. Di per sé sembrerebbe un’informazione un po’ superficiale che non dimostra nulla, a parte l’incoerenza di base dalla quale hanno astutamente sviato l’attenzione assumendo Daria Bernardoni come redattrice capo (attualmente ricopre il ruolo di CCO); tuttavia non è così se uniamo le altre tessere del puzzle.

Entrambi i fondatori, prima di Freeda, hanno lavorato per aziende di proprietà della famiglia Berlusconi: Gianluigi Casole per Holding Italiana Quattordicesima e Andrea Scotti Calderini per Publitalia ’80. Nel 2016 hanno creato la Ag Digital Media, una compagnia che opera nel settore dei media e produce principalmente contenuti per i social; considerando ciò, non sorprende il fatto che Freeda sia di proprietà della Ag Digital Media e che sia stata fondata nello stesso anno.

Come è riportato nel Modello di organizzazione, gestione e controllo ex D.Lgs. 231/2001, “I valori perseguiti da AG Digital Media, tramite Freeda, sono la realizzazione femminile, intesa come libertà di decidere qual è il proprio obiettivo nella vita e di raggiungerlo, lo stile personale ovvero non imporre alle donne come vestirsi o comportarsi, ma invitarle a tirare fuori il meglio di sé e la collaborazione tra donne”. Sembrerebbe, dunque, che l’obiettivo sia quello di promuovere la quarta ondata del movimento femminista, quello più inclusivo, aperto, al cui centro c’è un nuovo tipo di attivismo politico guidato e sostenuto dalla spiritualità; una fusione di spiritualità e giustizia sociale. Ma è davvero questo ciò che vogliono incoraggiare?

Com’è realmente la situazione

Guardando i contenuti che vengono pubblicati, possiamo constatare che la situazione è ben diversa. Quello che emerge dai profili social di Freeda è un femminismo pop, concetti spiccioli e approssimativi creati solo per attirare facili consensi. È estremamente banalizzato, si riduce alla promozione della femminista-tipo descritta come una donna che non si depila, non si trucca, che arriva sempre in ritardo, che non ha voglia di indossare il reggiseno, che si sente realizzata solo se fa carriera e rigetta l’idea del matrimonio; inoltre, per Freeda, nella lotta al patriarcato è fondamentale sottolineare che le donne fanno la cacca esattamente come gli uomini.

Il problema non è tanto il femminismo pop in sé, anzi: forse sarebbe un bene se il femminismo smettesse di essere visto come un fenomeno di nicchia e diventasse popolare, così che l’importanza di questo movimento storico possa essere conosciuta e compresa da molte più persone. Il problema è che viene stereotipato e Freeda non propone alcuna soluzione ai problemi legati al patriarcato che viviamo ancora oggi; all’atto pratico, in quattro anni non ha apportato alcun miglioramento sotto questo punto di vista.

Quello che emerge, invece, è soltanto la promozione di un ideale di donna che nella vita ce l’ha fatta grazie alla sua forza di volontà e alla sua intelligenza; un ideale legato a una visione distorta della realtà dove tutto è possibile sempre e comunque, in cui tutti siamo uguali e veniamo trattati allo stesso modo, e che rimanda al principio tossico del “se ci credi ce la fai”, dal quale ne consegue che è solo colpa tua se non sei realizzata, perché non l’hai voluto abbastanza.

Non contemplano l’idea che tu possa fallire, quando invece ci sono fattori che possono influenzare in maniera determinante le possibilità che ti si presentano nella vita: il contesto culturale in cui nasci e vivi, le risorse a disposizione, le persone che incontri, il carattere personale, il genere, l’orientamento sessuale, il colore della pelle, solo per citarne alcuni. Paradossalmente, quella di Freeda, è una logica tipicamente patriarcale.

Nella realtà non tutti abbiamo gli stessi mezzi per raggiungere i nostri obiettivi, non basta volere qualcosa per ottenerla. Se ce l’ha fatta qualcun altro a raggiungere il mio stesso obiettivo, non necessariamente ne consegue che ce la farò anch’io, perché magari quella persona aveva maggiori risorse e si trovava in un contesto che facilitava il raggiungimento di certi traguardi. Non sempre è colpa mia ed è normale andare incontro a qualche fallimento. Va bene così. Ma non per Freeda: tutto è bello, tutto è fattibile, tutto è colorato di rosa, come potresti non farcela? Sei una donna forte e indipendente, il fallimento non è contemplato.

Il peggio deve ancora venire

Ma non è tutto. C’è di peggio. Con la scusa dell’inclusività e del principio secondo cui tutti dovrebbero obbligatoriamente essere interpellati su qualsiasi tematica, Freeda prende in considerazione situazioni legate all’universo femminile ma punta i riflettori su ciò che ne pensano i maschi, come se già non dovessimo combattere ogni giorno contro uomini che sentono l’impellente bisogno di esprimere la loro opinione e prendere decisioni in merito al corpo della donna. Tra i contenuti più discutibili che si possano citare, prendiamo questo come esempio:

Nel caso specifico di questo post si parla di aborto spontaneo, sebbene non sia ben chiaro solo dalla sequenza di immagini pubblicate (un errore di comunicazione voluto per generare polemica?). Premesso che, anche volendo empatizzare con gli uomini che soffrono la perdita di un figlio che volevano davvero, possiamo realmente mettere sullo stesso piano i punti di vista della donna e dell’uomo?

Ancora una volta, Freeda pecca di superficialità. Affronta un tema delicato come l’aborto spontaneo ponendo l’attenzione solo su alcuni aspetti, senza approfondire la questione, senza proporre soluzioni concrete. Sostiene che è un “diritto ancora troppo fragile”, quello dell’uomo, di poter soffrire apertamene della perdita di un figlio mai nato. E in parte è vero. Anche questo è uno stereotipo promosso dal patriarcato stesso, l’uomo forte che non piange né soffre mai, il capofamiglia la cui virilità viene espressa solo tramite la generazione di una discendenza, di cui però non è chiamato a occuparsi in prima persona; il problema, però, è che Freeda fa venire a galla solo la punta dell’iceberg.

Per quanto possano essere gravi le conseguenze psicologiche di evento così traumatico, sia per l’uomo che per la donna, non si può omettere il fatto che la donna lo viva anche a livello fisico, costringendola quindi a una sofferenza non solo emotiva. Per non parlare delle aspettative culturali e della colpevolizzazione: essendo la donna quella che porta avanti la gravidanza, nel caso di aborto spontaneo la tendenza è quella di accusarla di aver condotto uno stile di vita sbagliato, di aver in qualche modo compromesso la situazione, o semplicemente si dà per scontato che non sia biologicamente in grado; difficilmente si mette in discussione il ruolo dell’uomo nell’atto del concepimento e la sua storia genetica. Lo stigma dell’incapacità di diventare madre è ancora predominante nella nostra società, una società in cui il ruolo della donna è ancora prevalentemente legato alla maternità.

Donne e uomini non vivono l’aborto allo stesso modo, non sarebbe neanche possibile per ovvie ragioni. Ma ecco di nuovo la retorica del “siamo tutti uguali” che Freeda ci propina fino alla nausea, una retorica che funziona solo in teoria, perché in realtà è approssimativa e superficiale; del resto, però, è coerente al femminismo spicciolo che c’è dietro. Siamo tutti uguali, sì, ma esistono situazioni che non possono essere comprese del tutto da chi non le vive sulla propria pelle.

Quindi qual è il vero obiettivo di Freeda?

Vendere. Sembra che tutto si riduca alle sponsorizzazioni. Freeda non è altro che un canale, una vetrina per raggiungere la fascia di consumatori che senza tutto questo becero teatrino sarebbe molto più difficile da coinvolgere, ovvero donne occidentali di età compresa tra i 18 e i 34 anni.

Facciamo un esempio pratico: tu, ragazza giovane che utilizza spesso i social, compreresti una costosa crema per il viso se la vedessi in un anonimo post sponsorizzato direttamente dal brand o in uno spot televisivo simile a quelli di tante altre creme viso? Forse, ma più probabilmente non saresti convinta. La compreresti, invece, se a consigliartela fosse qualcuno che rispecchia (o finge di rispecchiare) i tuoi valori e il tuo modo di pensare, qualcuno che senti più vicino alle tue problematiche quotidiane e del cui giudizio ti fidi? Sicuramente sarai più propensa a prenderla in considerazione.

E questo è quanto. Come mai Freeda non approfondisce le questioni legate al femminismo e non propone qualcosa di concreto al fine di demolire il patriarcato? Perché non è nel suo reale interesse. Non lo è mai stato. Si limita a usare qualche parola chiave cavalcando i trend del momento, abbellendo il tutto con una grafica accattivante, soltanto per attirare potenziali consumatrici per i prodotti che sponsorizza.

È un male che chi c’è dietro a Freeda voglia avere un tornaconto economico? No, o meglio: non lo sarebbe se lo facesse in maniera trasparente, senza fingere di avere a cuore certe questioni soltanto per accaparrare consensi da un certo target.

In conclusione: se volete seguire Freeda fatelo, purché abbiate la consapevolezza che non è un movimento femminista né è interessata a esserlo.

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