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Erdogan e le sue mire espansionistiche pungono l’Occidente

Erdogan è al momento la più pungente spina nel fianco per il mondo occidentale. Ma vediamo la storia della Turchia e i possibili risvolti

Prima impero e poi Repubblica a causa di una Guerra mondiale persa. Ataturk, padre della patria, che per rimettere in discussione i trattati di Sèvres, porta avanti una campagna militare contro la Grecia tra il 1919 e il 1922 per riabilitare il nome della patria, vittoria che sarà poi decisiva per fare della Turchia l’esperimento più grandioso di secolarizzazione nel mondo musulmano. 

Mustafa Kemal Ataturk dominerà la scena politica turca fino al 1938, anno della sua morte. 

Mustafa Kemal Ataturk, ex presidente turco

Poi la seconda Guerra mondiale in cui la Turchia avrà un ruolo marginale, rimanendo neutrale ma simbolicamente schierata con gli alleati. 

Dopo la seconda Guerra, il dato più rilevante è il seguente: 1960, 1971, 1980, 2016, quattro i colpi di Stato, ognuno con una storia e motivazione unica e non spiegabile brevemente con un breve articolo. Monografie enormi sono state scritte, per citarne una un classico come “Storia delle Relazioni Internazionali” di Ennio Di Nolfo, per i più curiosi. 

Ecco però che per capire l’oggi e forse anche il domani della Turchia, qualche nozione in più sul colpo di stato del 2016 pare rilevante.

Partiamo da lontano

La Turchia si riappropria lentamente a partire dagli anni Sessanta di tematiche relative al pensiero hanafita (sunnita). In questa corrente di predicazione si distingue Fethullah Gulen il quale negli anni, sulla falsa riga dei Fratelli Musulmani che dall’Egitto si spostarono in Arabia Saudita per predicare liberamente il loro credo, fonda scuole religiose ovunque nel mondo. Non solo scuole ma anche associazioni e media alle quali si avvicina un personaggio che risulta decisivo negli assetti odierni: Erdogan. 

Fethullah Gulen

La società turca però resta secolarizzata e Gulen riesce a trovare spazio solo all’estero, al contrario di Erdogan che, oltre ad essere un ottimo oratore, è forse uno dei primi populisti (insieme a Silvio Berlusconi) che il XXI secolo abbia mai visto. Prima sindaco di Istanbul, poi portatore di idee nazionaliste laiche che lo porteranno a fondare l’AKP (Partito di Giustizia e Sviluppo) nel 2001, vincendo ogni elezione a partire dal 2002.

Erdogan, ricordiamocelo, è stato eletto democraticamente dal popolo turco. Si rafforza con i negoziati per l’ingresso nell’unione, oggi totalmente abbandonati, ma che furono un cavallo di battaglia di Erdogan soprattutto per rafforzare la sua posizione internazionale, dando l’immagine di un leader sì conservatore ma comunque laico.

Gulen, dopo il rafforzamento della leadership di Erdogan, riesce a portare avanti una nuova missione espansionistica del suo movimento religioso in patria. 

La svolta della linea di Erdogan dal 2010

La storia a partire dal 2010 inizia a farsi confusa. Il mondo musulmano sta per entrare nel suo anno zero, i negoziati con l’Unione tramontano, la crisi economica si fa sentire anche in Turchia. Nel 2013 Erdogan viene travolto da uno scandalo legato a mazzette tra importanti esponenti politici turchi e iraniani (Iran colpito dalla sanzioni americane). Lo schema era il seguente: la Turchia esportava miliardi di dollari in oro in Iran direttamente o attraverso gli Emirati Arabi, e in cambio riceveva le risorse energetiche iraniane.

Elemento non da sottovalutare: la Turchia è economicamente debolissima, ma ha una posizione geograficamente strategica; non a caso Istanbul è la “sublime porta” d’ingresso (e uscita, aggiungo io) di traffici internazionali di armi e ricchezze, vedi anche il tran tran di miliziani ISIS nella seconda parte del conflitto siriano, raccontato da Gabriele Del Grande in “Dawla”.

Ma torniamo al punto: lo scandalo ha portato ad una rottura tra Gulen ed Erdogan. Senza indagare le ragioni principali, Erdogan, poi uscito pulito dallo schema “gas per l’oro”, ha visto in Gulen, ma soprattutto nei suoi infiltrati nel Sistema turco specialmente nel Sistema giudiziario, la volontà mettere Baba Erdogan KO.

Molti soggetti coinvolti nello scandalo si sono misteriosamente suicidati, vedi Abdi Altinol o Hakan Yuksekdag, entrambi legati ai dipartimenti di polizia.

Abdi Altinol, Recep Tayyip Erdogan e Hakan Yuksekdag

Gulen, che dal 1999 era stabile in Pennsylvania, diventa nemico dello Stato a partire dal 2013. Se fino ad ora tutto sembra già abbastanza complicato, ricordiamoci che nella regione MENA scoppia il caos. In Turchia si risveglia il movimento curdo, specialmente quello organizzato nel PKK. Bombe, stragi e rivolte con anime e nature poliedriche. Sempre nel 2013, e in risposta allo scandalo della corruzione, le proteste di Gezi Park (poi represse brutalmente) causano 9 morti, 800 mila feriti e oltre 2000 arrestati.

La situazione odierna

La Guerra civile siriana risveglia l’incubo di uno Stato curdo e quello del dramma dei rifugiati siriani (la Turchia è ad oggi uno degli stati che ospita più rifugiati al mondo, il fatto che poi li usi come arma a doppio taglio contro l’Unione è un’altra storia).

In tutto questo la leadership di Erdogan è ai minimi storici fino al tentato colpo di stato del 2016. Qui la storia si saprà solo tra decenni. Di fatto parte dell’esercito tra il 15-16 luglio del 2016 cerca di prendere il potere. Le forze speciali, dalla narrativa dominante, mancano per minuti Erdogan. L’aeronautica, la marina e svariati corpi dell’esercito risultano golpisti e si fronteggiano contro la polizia e organizzazioni locali.

Immagine del tentato colpo di Stato del luglio 2016

Qui sta una lettura chiave: le forze armate turche hanno preservato la natura laica dello Stato dal secondo dopoguerra ad oggi. Il repulisti seguito al colpo di stato fallito ha riportato la Turchia ad un nuovo Stato, rendendola de facto una repubblica islamica, simile in certi sensi all’Iran, se non che uno è sunnita e la Repubblica Iraniana un emblema sciita.

Erdogan, che vede come organizzatori del colpo di Stato Gulen, i gulenisti infiltrati nelle forze armate e soprattutto gli americani che, sempre secondo Erdogan, hanno pilotato tale colpo di Stato.  La trama perfetta per ritornare sulla cresta dell’onda.

Gli effetti del presunto colpo di Stato

Ripeto, la verità si saprà tra molti anni. Sicuramente il colpo di Stato ha stranamente rafforzato Erdogan e gli ha permesso di portare avanti politiche sempre più aggressive che oggi si materializzano con: l’invasione nel nord della Siria insieme ai Russi, posizioni sempre più aggressive per lo sfruttamento delle risorse energetiche mediterranee in barba ad ogni norma del diritto internazionale (gli speronamenti di navi italiane, greche e francesi negli ultimi anni sono diventati la prassi nei mari in cui tanti italiani vanno in vacanza) e infine l’intervento (prima indiretto e poi diretto) con forze militari turche nella Guerra civile libica.

Tutto ciò è preoccupante, soprattutto considerando la leva che i turchi hanno sul continente europeo: i già citati migranti siriani da rilasciare sul fronte orientale balcanico dell’Ue e che potrebbe scatenare una nuova ondata di movimenti nazionalisti in Europa e secondo il dossier energetico visto che la Turchia è uno stato transito per le fonti presenti nel Mar Caspio, Mar Nero, adesso in Libia e a breve anche nel Mediterraneo dell’est. 

I player europei

Per ora nessuno, fuorché i francesi, sta rispondendo ad uno Stato sempre più aggressivo. Tuttavia i francesi si devono anche ricordare che muoversi singolarmente, vedi il dossier Libia in cui hanno fallito miseramente, porta incertezze e problematiche. La Germania, preoccupata sia per la diaspora turca in casa che per la non volontà di portare avanti una politica estera aggressiva, mai gradita dall’elettorato moderato che supporta il governo attualmente in carica di Angela Merkel, comunque ultimo baluardo della democrazia europea (vedi dossier Navalny e vedi gestione Covid e migrant siriani). 

Infine l’Italia, che ha enormi interessi in Turchia e che si trova davvero in mezzo a svariati fuochi. Come reagiremo? Si starà a vedere. Sicuramente i posteri avranno da ridire su come abbiamo deciso di affrontare i vari dossier, ovvero innalzando muri, supportando milizie che in Libia stanno facendo stragi ogni giorno ed infine facendo diplomazia considerandola solo come un business as usual.

Chi vivrà vedrà.

Aleksey Sacharov

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