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Diario di una quarantena | Giorno 1

Arrivo in Hotel, casa per i prossimi 14 giorni, in una stanza di qualche decina di metri quadri. La porta si chiude. Ci metto le valigie davanti. 25/28 metri quadri: bagno, letto e una piccola scrivania che non basta per me e mia moglie e relativi pc. Ma amen, ci dobbiamo arrangiare. Accendiamo la televisione per riempire la testa di qualcosa che ci faccia dimenticare, o quantomeno alleggerisca questa volontaria clausura, anche detta quarantena.

14 giorni di quello che chiamano SHN Stay Home Notice, ossia la quarantena in una designated facility. Un anno di covid e questo è il nostro primo viaggio. Caso vuole, simpatico strafottente, che in TV la CNN passi l’intervista all’infermiera che ha fatto la prima vaccinazione in UK. Il sottopancia è più o meno “Prima persona riceve il vaccino autorizzato nel mondo occidentale”, ma non ricordo potrebbe essere stato anche “Prima donna occidentale vaccinata dal primo vaccino che non sia validato da un rigoroso processo scientifico e non da porcate propagandistiche”. Ma forse sono io a leggerci troppo.

Anche se un cinese o un russo potrebbero argomentare che anche questa è propaganda. Almeno questo vaccino non è roba cui fase 3 è fatta sulla popolazione in maniera “coatta”. Ad ogni modo i russi potrebbero anche aggiungere che loro fanno parte del mondo occidentale. Vero. Ormai è tardi, quella che sarà più o meno casa per la quarantena delle prossime 2 settimane va sistemata velocemente per creare il massimo spazio. Un sospiro di sollievo per essere dove siamo, una doccia veloce e a nanna. Domani davvero ci si renderà conto dell’impresa psicologica davanti a noi. E’ l’una di notte in fondo. Fuori regnano il silenzio e l’oscurità. Mentre dormiamo vi racconto meglio.

Viviamo a Jakarta, dall’inizio di Aprile viviamo la quarantena (o volontaria reclusione) nel nostro domicilio, ampio eh, non ci si lamenta… ma il posto ha tutti i problemi di un paese in via di sviluppo, e la pandemia è un problema che raddoppia e moltiplica i problemi pregressi e gli endemici. I numeri dei contagi salgono sempre, i pochi test rivelano una impossibilità strutturale anche solo nell’appiattire la curva (vi manca sto termine eh?), quindi noi stiamo, per quanto possibile, nel nostro piccolo universo.

Però ci sono cose che bisogna fare, bisogna andare dal medico per questa o quella ragione e per molti mesi in nessun posto del mondo gli ospedali facevano le visite normali in tranquillità, if any at all. Volare, magari per tornare in Italia avrebbe voluto dire esporci ed esporre a rischi, quindi alla fine siamo sempre rimasti a Jakarta difendendoci dal nemico invisibile come potevamo tra una quarantena e l’altra. Nel frattempo se la mia bella Italia era in preda ad avventati, squinternati e incompetenti sbruffoni che pretendevano di aprire discoteche e non pagare pegno di vite, aprire le celebrazioni religiose e non pagare pegno di vite, risolvendo a loro dire il tutto con un bonus monopattino e quattro banchi con le rotelle per la didattica, beh a Singapore, paese di mia moglie, il numero di contagi si azzerava.

A noi saliva sempre più la voglia di partire. Così abbiamo fatto. Abbiamo deciso di immetterci nella estenuante burocrazia per permettermi di avere un visto, in periodi non pandemici sarei entrato senza problemi, ma ora? Ora Singapore è sigillato in quarantena. Entrano solo i cittadini, ormai quasi tutti rientrati in patria, i residenti permanenti e chi ha un visto di lavoro. Hanno qualche green lane, travel bubble con altri paesi, ma alla fine della fiera le restrizioni sono tali che non viaggia nessuno. Chi torna finisce in un hotel per 14 giorni. Per viaggiare, se non sei cittadino devi avere un tampone naso/bocca negativo fatto nelle 72 ore precedenti. Molte? In effetti si, ma le dinamiche e le tempistiche dei paesi limitrofi sono tali che alla fine bisogna sempre essere realistici.

Si mia moglie, essendo cittadina non ha dovuto fare il test. Ma domenica scorsa siamo andati assieme a 500m da casa in un enorme ospedale privato, alle 7 am per evitare possibili assembramenti. Abbiamo fatto in nostri passi in un ospedale tra persone in PPE che testavano. Ci siamo registrati e abbiamo atteso il nostro turno. Fatto il test. Io ero il secondo. Prima di me c’era un tizio che all’uscita sembrava aver fatto una colonscopia senza anestesia e con i carboni ardenti. Mia moglie ha sudato freddo. Io ridevo.

Fatto il mio test, lo fa anche mia moglie. Due giorni di attesa. Arrivano le 21:04 e con il ritardo l’ansia di mia moglie cresce, la mia è curiosità. Ma perché l’ha fatto se per le non era richiesto? Beh perché se fossi stato positivo sarebbe stato logico per lei farlo. Da sola sarebbe stato un problema. Viceversa, se lei fosse stata positiva ed io negativo era meglio saperlo. Perché non saremmo partiti. Ma se ci pensate fossimo stati positivi saremo stati asintomatici. Ma alle 21:04 arriva l’email. Negativi. E vai a fare la valigia.

Il martedì andiamo in aeroporto con enorme anticipo. Bene. Appena apre il check-in inizia il casino di 1 ora e mezza. Praticamente non mi volevano far partire perché nel mio certificato di negatività con tutti i dati richiesti dalle autorità di Singapore non c’era il numero di passaporto (non richiesto). Poi il problema divenne il passaporto italiano poi qualcos’altro. Alla fine voce grossa e amen. Check-in fatto e passato i controlli. Via verso il lounge.

L’aeroporto internazionale di Jakarta è relativamente nuovo, un paio di anni. Era vuoto. I negozi chiusi e desolanti annunci. Il lounge in fondo. Nel silenzio. Di aerei poche tracce. Persone veramente poche. Nel lounge ci riposiamo. Mando qualche foto a qualche amico. Poi verso il gate. Oggi volo relativamente pieno, mi dicevano, quasi un centinaio di persone. Volo che era sempre strapieno, uno dei tantissimi. Ora è il solo. Da Dicembre hanno provato a metterne due, due volte alla settimana. Pare che lo toglieranno. Mah…Il volo tranquillo, igienico al massimo, guardiamo Radioactive, il film biografico su Marie Curie… non granché direi. Ovviamente non lo finiamo perché il volo dura 1 oretta e mezza.

In aereo occasionalmente ripenso alla camminata per 5/10 minuti nell’ampio aeroporto, con i negozi chiusi, i bar con “sorry for the inconvenience, we are closed” le sedie sui tavoli a prendere polvere. Gli annunci, eccetto un volo per Addis Abeba, che mi ha sorpreso, erano per ricordare le norme igienico sanitarie anticovid. Anche i money changer sono chiusi. Emblematico. 
Le luci spente, o raramente soffuse. Surreale, e calava la sera. Il tramonto è alle 18 e il volo era alle 19:00.

Arriviamo a Singapore, ci stringiamo le mani nelle mani. Eccoci. Respiriamo mentalmente. Da dietro le mascherine sappiamo che ci stiamo sorridendo. Sbarchiamo. In realtà pare che molti siano solo in transito. Noi che sostiamo a Singapore siamo in pochi… entro nel grandissimo aeroporto di Changi. Il più grande hub asiatico. Luci spente, pochissime persone, massimo una quarantina a vista d’occhio. L’oscurità ovunque. Ancora peggio che Jakarta. Per chi lo conosce è una scena spettrale da fine del mondo.

E’ come se fossimo stati decimati. Andiamo alla dogana. Siamo sbarcati al gate davanti. Pochissimi voli in effetti. In due minuti su un bus, distanze, mascherine e via verso un hotel. Arriviamo, aspettiamo nel bus che le procedure per il check-in alberghiero del bus prima di noi finiscano e poi tocca a noi. C’è qualcuno che aspetta qualche amico/familiare a bordo del bus, si salutano via app e via finestrino. Lasciano cose, non gli viene permesso, ovviamente, di avvicinarsi.

Eccovi la vostra chiave per la stanza per la quarantena, le regole le avete per email e stampate… e byebye. Ed eccoci alla scorsa notte. 14 giorni. Stamani è andata bene, abbiamo fatto esercizi fisici, mio cognato ha portato delle lettere per mia moglie che ci hanno recapitato. Lasciano tutto su una sedia fuori e suonano il campanello.

Fanno cosi per la colazione, il pranzo, la cena e hanno fatto lo stesso per questa busta. Tre pasti al giorno. Poco movimento. Non è certamente una quarantena sanissima. Ma devo dire che la giornata è passata velocemente. Scrivo che sono le 20:10, abbiamo cenato e non voglio ricordare che per colazione mi hanno propinato il porridge… non dico nulla va che è meglio. A mia moglie è toccato del pane con dentro un wurstel e della glassa in cima. Agghiacciante. A lei non è dispiaciuto. Abbiamo acceso la televisione. Gireremo qualche canale e poi a nanna. 

Nella testa rimane un’immagine. La finestra sul mondo. Grande per fortuna. Grandissima. Non si apre ed è perfettamente insonorizzata. Nel pomeriggio ha piovuto, era bello guardare fuori il verde equatoriale e la pioggia cadere sul vetro davanti alla stanza (siamo sopra un ingresso), ma la mancanza di quel suono di pioggia era… stonato, anzi afonico. Disturbava.
Takeaway of the day?

-13.

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