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“Democrazia al limite”, il processo alla Senhora K.

Un documentario della giornalista e filmmaker brasiliana Petra Costa prova a far luce su una democrazia che ha cambiato quattro presidenti negli ultimi nove anni, fino a vedere Jair Bolsonaro – un ex-capitano dell’esercito che non fa mistero di essere innamorato della dittatura militare – prendere le redini del più grande Paese dell’America Latina.


Mattia Giusto Zanon

Classe 1994, ½ Veneto ½ Venezuelano, nato e cresciuto in quel Nordest spesso ingiustamente ricordato solo per la piccola media impresa e per le sue velleità secessioniste. Ha vissuto per un anno negli Stati Uniti esorcizzando così il suo “sogno americano” e per un anno nel Brasile regno di Samba e saudade. Giornalista praticante, ha scritto per varie testate nazionali tra cui il manifesto eLeft Avvenimenti, e lavorato per un periodo a RAI 3. Parla Inglese, Portoghese e Spagnolo e si occupa soprattutto di Cultura, Letteratura e Americhe. 
Roma

«Immaginate un Paese in cui morivano più schiavi di quanti ne nascessero. Era più economico portarne altri dall’Africa. Un Paese in cui ogni ribellione è stata brutalmente repressa e la Repubblica ottenuta tramite golpe militare. Un Paese che dopo 21 anni di dittatura ha stabilito la propria democrazia diventando fonte d’ispirazione per il resto del mondo. Sembrava che il Brasile avesse finalmente spezzato la sua maledizione. E invece ci risiamo. Con un presidente incriminato, un altro in carcere e una nazione di nuovo diretta verso il suo passato autoritario». 

La dolce voce dell’autrice, la giornalista Petra Costa, trasporta subito dentro alle immagini di “Democrazia al limite”, il racconto di un Paese «che porta il nome di un albero», il Pau Brasil e della sua tensione verso una democrazia «che sembra sia stata appena un sogno effimero».
Il documentario, distribuito da Netflix, ricostruisce la fine del periodo di governo del Pt, il Partido dos Trabalhadores (2003-2016), raccontando gli epiloghi di ben due presidenze consecutive: Lula e Rousseff. Con il potere che passa di mano in mano fino a spostarsi dalla sinistra alla destra più estrema, con l’elezione di Jair Bolsonaro nel gennaio del 2019.

Immagini riprese da "Democrazia al Limite"

L’occhio che indaga è curioso: da una parte, gli avvenimenti pubblici, una lunga serie di colpi di scena che portano fino all’impeachment della presidente Dilma Rousseff e dall’altra, la fase di governo del Pt vista attraverso la lente della famiglia della regista, che è a sua volta specchio della complessità delle anime che compongono un Paese come il Brasile. 
I nonni di Costa sono tra i fondatori del Grupo Andrade Gutierrez, una delle imprese costruttrici più importanti del Paese. Questo non le impedisce di essere, al medesimo tempo, figlia di una coppia di militanti di sinistra, attivisti vicini al PCdoB, il Partito Comunista del Brasile. 

Il documentario, al pari dei saggi di V. S. Naipaul – in cui si raccontavano vizi e virtù dei gauchos Argentina e Uruguay – è uno dei più lucidi spaccati per comprendere, dall’interno, il continente del realismo magico, quello per cui tutto ciò che è impossibile in qualunque altro lembo di mondo, qui accade. 
Uno Stato in cui i procuratori di un processo, l’accusa, possono essere anche i giudici chiamati ad emettere una sentenza su quello stesso caso, così, al medesimo tempo. Un Paese in cui si può accusare e condannare qualcuno sulla base di prove che non ci sono e convincere che l’assenza di prove a testimonianza di un reato sia la prova stessa della colpevolezza dell’imputato, e in cui due processi politici consecutivi, per imputazioni altrettanto simili, possono avere esiti completamente differenti.

La situazione, le modalità, gli esiti hanno dell’incredibile e non possono non portare alla mente i pensieri di un autore che così a fondo ha indagato le dinamiche dell’assurdo, senza il quale non esisterebbe nemmeno molta della letteratura sudamericana e il suo famoso realismo magico: Franz Kafka. 
Il genio dello scrittore boemo sta nella naturalezza con cui riesce a mettere in pagina “cose dell’altro mondo” che però avvengono in questo, con cioè tutti quei crismi, tic, modalità ed effetti che questo mondo ci offre. Come avveniva nel Processo, anche in questo caso al processo non si sfugge, e, anche se non sappiamo bene perché l’imputato sia sotto giudizio, né sono chiari i capi di imputazione o vi sono prove schiaccianti a disposizione, il processo si farà, ormai è deciso. 

Di qui il morboso interesse del lettore, del pubblico, nei confronti delle sorti del fantomatico Signor K., l’imputato per antonomasia, la cui andatura claudicante sotto i colpi delle accuse e la tensione verso una fine ormai certa, verso la catastrofe imminente, sovrastano ogni cosa. Gli avvenimenti del quotidiano divengono sempre più insignificanti, e sotto questa luce spettrale, stranamente plastici.
Plastici come lo sono le lunghe carrellate della cineasta Petra Costa, fluidi movimenti di macchina che costellano la narrazione di “Democracia em Vertigem”, che decide di indagare l’anima di un Paese, il suo, etereo, calandolo nel concreto, che poi in portoghese altro non è che la letterale traduzione di “cemento”, ed è una città-simbolo su tutte, la capital federal Brasilia, a fare da tela e da scenario privilegiato all’intera opera. 

Nei giorni delle discussioni parlamentari sul suo impeachment, Dilma Rousseff si confida con l’autrice in compagnia del suo legale. «È così kafkiano tutto questo». «Signora presidente, si è sentita come il personaggio di Josef. K.?» «Sentita? Io sono la signora K. in persona, ma almeno ho la fortuna di avere un avvocato, lui era da solo» dice la politica di Belo Horizonte, mentre l’auto solca le calde strade di Brasilia.

Immagini riprese da "Democrazia al Limite"

La Capital Nova, «la città del futuro», con la sua architettura e i suoi simboli, viene indagata a fondo. Visioni a volo d’uccello sui lunghi viali del Planalto, sui verdi prati intonsi, macchiati solo da incursioni di protestanti e forze dell’ordine, voyeuristicheincursioni domestiche nella residenza presidenziale del Palacio da Alvorada, indagato qui anche negli aspetti più pratici e feticistici, come le complessità di un trasloco presidenziale, il dover mollare casa a fine mandato, con tutti gli aspetti prosaici che ciò comporta. Mobili, suppellettili, oggettistica kitsch e personalissima che viene fatta scivolare in scatoloni anonimi da squadroni della limpieza, intenti, nel frattempo, a stirare, lavare e detergere tutto, in attesa del nuovo che arriva. Impiegati delle imprese di pulizia con cui l’autrice si ferma a conversare per estrapolarne riflessioni, paure, e pensiero politico, quello do povo, del popolo, che tanto aveva riposto, delle proprie speranze, nelle sorti del Pt. 

Brasilia, la città-sogno, sorge a circa 1000 metri sul livello del mare, sull’altopiano di Goiás e “sorge” nel senso che materialmente fino a metà degli anni ‘50 non c’era. Era il periodo di JK, monogrammi che dicono poco al lettore internazionale, ma assecondano quella tendenza brasilianissima di masticare i nomi dei presidenti riducendoli a codici fiscali. Per i brasiliani, un’abbinata di consonanti che proiettano nella mente il volto di uno dei presidenti più famosi della storia del Paese, il già governatore di Minas Juscelino Kubitschek, colui che più si spese per la creazione di una capitale moderna. La costruzione della città fu improntata su progetto del miglior urbanista che il Paese potesse offrire all’epoca, Lucio Costa. Le architetture curate dalla stella più brillante del firmamento verdeoro dell’epoca: Oscar Niemeyer, uno che aveva conosciuto Le Corbusier, succhiando avidamente la lezione del modernismo per importarla al di sotto dell’equatore. 

Il posto era troppo secco e via, presto detto, si fermò il corso di un fiume gigantesco, il Paranoá con una diga. Un lago artificiale, con una profondità massima di 38 metri e un perimetro di circa 80 chilometri, così, come fosse nulla. Si creò nel bel mezzo del niente uno specchio d’acqua artificiale, non solo bello per guardarci i tramonti, ma anche con funzionalità pratiche, lungo il quale si distendono, ancora oggi, spiagge come la Prainha o la Piscinão do Lago Norte, e solcato da un audace ponte ad arco, che fu battezzato con il nome del padre spirituale di quell’avventura in cemento armato, Ponte Kubitschek

Il trasferimento della capitale rispose all’esigenza di spostare il centro decisionale del Paese dalla fascia costiera, Rio de Janeiro – o Rio, per i brasiliani, con tanto di articolo determinativo, unica eccezione toponomastica –, la costa a sud del Paese, gli antichi porti della colonizzazione europea, verso le regioni dell’interior, allora praticamente spopolate, proiettando il Paese verso i territori settentrionali, con l’obiettivo di incentivarne la crescita economica e sociale. 

I lavori di costruzione vennero portati a termine in quattro anni. Nel 1960 la città venne letteralmente consegnata nelle mani dei nuovi abitanti, che arrivarono quasi tutti in blocco, su autobus, aerei e mezzi più o meno di fortuna. Di colpo un insediamento vuoto, nel bel mezzo del niente, prendeva vita, anzi vite, le vite di quasi mezzo milione di abitanti. 

È la città simbolo del Brasile, delle sue aspirazioni, costruita nella parentesi democratica tra due dittature militari, e che nemmeno i regimi riescono a cancellare, perché troppo ingombrante, imponente, ambiziosa. È una capitale che assiste stoica al passaggio di altri tre presidenti democratici e a una parentesi infinita di dittatura militare, che dura dal 1964 fino al 1985, anno del ritorno della democrazia e inizio della cosiddetta Nova República. Dopo anni di sostanziale bipartitismo e oligarchia delle vecchie dinastie politiche del Paese, un soggetto nuovo sembra affacciarsi sulla scena. 

Immagini riprese da "Democrazia al Limite"

Petra cresce con gli ideali di una democrazia trasparente e giusta, quella che sembra delinearsi nel 2003 con l’elezione del presidente Luíz Inacio Lula da Silva detto Lula, fondatore del Pt. Una vittoria sudata, dopo tre tentativi falliti, rispettivamente nel 1989, 1994 e 1998. Una conquista dal sapore agrodolce, perché, per poter essere eletto, Lula è costretto a numerosi compromessi. Viene eletto con il 61%, anche grazie al primo voto di Petra, accompagnata fieramente dalla madre alle urne. La speranza che le numerose ingiustizie presenti nel Paese fossero finalmente affrontate inizia a crescere.

Durante la sua presidenza, Lula aiuta circa 20 milioni di persone ad uscire dalla povertà con il programma Bolsa Família che permette alle famiglie più povere di ricevere un sussidio mensile per poter migliorare la propria condizione. L’economia galoppa e il leader diventa un esempio per molti. «Ecco il mio beniamino. Io adoro quest’uomo», lo accoglie così l’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama, durante un incontro alle Nazioni Unite. 

Immagini riprese da "Democrazia al Limite"

Uno dei maggiori successi a lui attribuiti è la scoperta di una delle più grandi riserve di petrolio del pianeta e la conseguente istituzione della Petrobras, finanziatrice di programmi sociali che si rivelò, negli anni, più una maledizione che una benedizione. Dopo due mandati consecutivi, decide di lasciare il posto a Dilma Rousseff. Militante clandestina che, come la madre di Petra, fu arrestata e torturata consecutivamente per 22 giorni dalla dittatura militare. 

Il primo mandato di una presidente donna, di sinistra, crea un moto di orgoglio ed entusiasmo, che riecheggia nel Paese, ma rimane accompagnato da una sfumatura amara. Durante la cerimonia di insediamento, alla destra di Dilma, che sfila davanti alle telecamere per la despedida, l’addio metaforico a Lula e a sua moglie, cammina il vicepresidente Temer, un politico conservatore e leader del partito PMDB, che per tutta la durata dell’evento, a differenza degli altri protagonisti, è privo di entusiasmo, fa gesti controllati, con le mani strette che misurano ogni cosa, rigido, come stesse dentro ad una scatola. L’attenzione dell’autrice cade su quel dettaglio, rivelando agli occhi degli spettatori le avvisaglie di un’azione che si sarebbe rivelata, a breve, simile ad una congiura. Lula, quando gli venne chiesto il perché di quella alleanza con un partito che poco o nulla aveva a che fare con le istanze del suo, rispose: «Se Gesù fosse venuto in Brasile, sarebbe stato costretto ad allearsi con Giuda». 

Tutto sembra andare per il verso giusto, fino a quello che la regista definisce «un cambiamento sismico». La protesta per l’aumento del prezzo dei mezzi pubblici, gonfiata da una profonda campagna virale condotta mediante i social media, come accadrà per l’elezione di Bolsonaro, si trasforma in una delle più grandi dimostrazioni nella storia del Paese. 

Le strade sono in tumulto e la società inizia lentamente a dividersi. Bandiere e simboli del Pt vengono vandalizzati e derisi, anche da molti che prima erano loro grandi sostenitori. Dilma decide di dichiarare guerra aperta alla corruzione, in un tentativo disperato di salvare la credibilità del governo, dopo un rallentamento dell’economia dovuto alla riduzione dei tassi di interesse delle banche. Tramite l’approvazione di una serie di leggi anti-corruzione, si dà il via all’indagine Lava-Jato, letteralmente “Autolavaggio”, che coinvolge anche la Petrobras. Presto viene scoperta una fitta rete di corruzione tra la società petrolifera, le maggiori ditte di costruzioni del Paese e i principali partiti politici. Arresti, condanne e indagini vengono condotte da un rampante giudice di Curitiba, Sérgio Moro, che sostiene di essersi ispirato all’operazione italiana Mani Pulite, indagini in cui Dilma decide di non interferire. Inazione che finirà per decretarne la fine.

Inizia un rocambolesco processo lampo nei confronti di un governo. Un processo politico, non giudiziario, fatto di insulti, tradimenti, dichiarazioni affrettate e, non ultime, intercettazioni.
Undici giorni dopo la fine del processo di impeachment e l’insediamento del suo ex vice-presidente Temer, spunta un’intercettazione telefonica. La chiamata, datata settimane prima delle votazioni per il processo, è tra il senatore Romero Jucà, braccio destro di Temer e un ex imprenditore del settore petrolchimico, Sergio Machado. «Romero, le testimonianze si fanno toste, qui non si scappa». «Quel giudice, Moro, è come la Torre di Londra, fa confessare tutti». «Vuole incastrarci tutti, questa merda va risolta». «Dobbiamo cambiare il governo, tamponare l’emorragia». «Ci vuole uno scandalo politico, e in fretta». «La cosa più semplice è mettere al potere o Michel». 

Con le vere motivazioni dell’impeachment esposte così pubblicamente molti si sarebbero aspettati lo scandalo, il ribaltone che rovesciasse anche il nuovo esecutivo. Ma le cose andarono molto diversamente. 
Uno dei rimpianti più grossi di Lula, come ammette in confidenza all’autrice, è quello di non aver portato a compimento, nell’epoca in cui il suo governo era ai massimi storici di gradimento, una riforma dei mezzi di comunicazione. Un Paese con più di 220 milioni di abitanti, in cui nove famiglie governano l’intera galassia dell’informazione: tutto quello che viene trasmesso, guardato, scritto e letto. Un Paese in cui un’oligarchia è ancora in grado di spostare voti e ingigantire idee, tendenze, ed estremismi. 

Immagini riprese da "Democrazia al Limite"
Immagini riprese da “Democrazia al Limite”

Il Guardian, in un recente articolo, lo ha inserito nella rosa dei venti documentari da vedere per capire il mondo nel 2020, definendolo «A hard-hitting cautionary tale of the far-right takeover in Brazil – with international resonance». «Un duro colpo di avvertimento sulla presa di potere dell’estrema destra in Brasile – dalla risonanza internazionale».

Il documentario, narrato in prima persona dalla regista, offre una visione personale e riflessiva dei fatti filmati. L’autrice non nasconde ad esempio le proprie simpatie e i propri ideali politici, affermando di aver votato per Lula alle elezioni del 2002. La vicinanza con figure politiche legate alla sinistra, come la Rousseff, le permette di osservare le vicende da dietro le quinte, consentendole di cogliere anche le sfumature più inedite e personali. 

Il racconto del mondo politico delle destre è invece molto più basato su documenti, intercettazioni e battute rubate con domande furtive a esponenti dei principali partiti nell’equivalente carioca del nostro “Transatlantico”. Un micidiale non-luogo tappezzato di moquette verde pisello che collega le camere del Congresso che dà su Praça dos Três Poderes. Una scelta di campo, ma spesso anche una scelta obbligata, dal momento che più volte il suo sguardo investigativo si scontra con la mancata disponibilità dei diretti interessati, come il politico Aécio Neves, del PSDB, che nega varie richieste di intervista nonostante sia stato invitato più volte dall’autrice a dire la sua. 

Ogni documentario possiede una sua epica, una sua visione del mondo di cui si fa promotore, e come ogni altra cosa, una sua parzialità. Il professore universitario e critico cinematografico di Rio de Janeiro Pedro Butcher considera l’imparzialità nella produzione di documentari «semplicemente un mito», affermando che «esiste sempre una visione del mondo ed è possibile impiegare strategie per ridurre questo pregiudizio, ma funziona meglio quando questo viene assunto, all’interno di un obiettivo razionale». Secondo Butcher, “Democracia em vertigem” affronta «una questione controversa in Brasile, che il docu-film è riuscito a portare alla luce nei confronti del mondo esterno, che potrebbe capire meglio cosa sta succedendo qui leggendola come una situazione comune a livello internazionale». 

Nel bene e nel male, il documentario riesce ad unire fili, a fare emergere parallelismi con molte situazioni internazionali, dall’elezione di Trump negli Stati Uniti all’ascesa delle nuove destre – vicine alla definizione di estrema destra – in varie parti del mondo. I critici possono attaccare il film, le basi da cui muove, ma non ignorare questa denuncia. Costa ci ricorda che non dobbiamo mai abbassare la guardia, perché non sono le costituzioni che garantiscono la democrazia, siamo noi.

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