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Data vs. COVID-19

In concomitanza delle dure settimane di quarantena che il mondo sta vivendo, credo sia opportuno compiere alcune riflessioni.  Guerre, povertà, crisi economiche, cambiamenti climatici ed epidemie, hanno sempre rappresentano le più grandi preoccupazioni per l’essere umano, che teme la propria estinzione anche in un momento come quello che stiamo vivendo ora. Ma questi periodi di crisi hanno sempre rappresentato l’occasione da parte dei potenti per esercitare un maggiore controllo sulla popolazione e imporre cambiamenti sociali necessari. Noah Yuval Harari ha recentemente scritto un lungo articolo sul Financial Times nel quale afferma che l’uomo si trova ora di fronte a due scelte da compiere. La prima vede da un lato la sorveglianza totalitaria e dall’altro la responsabilizzazione dei singoli. Solo alcuni giorni fa in Italia, abbiamo sentito sempre più parlare dell’utilizzo di droni per poter controllare quelle persone non responsabili che decidono di uscire per motivi futili. La seconda scelta, invece riguarda l’isolazionismo o la solidarietà internazionale, punto sicuramente rilevante ma che all’interno di questo articolo non ricopre notevole importanza.

Le più grandi paure dell’uomo molto spesso diventano paure “comode” poiché permettono una serie di accorgimenti sociali che mutano il modo di pensare e vedere le cose delle persone. Con riferimento particolare alla situazione che stiamo vivendo tutti in queste settimane credo sia importante menzionare alcuni casi che sono passati sotto gli occhi di tutti e che riguardano l’applicazione di nuove tecnologie digitali con lo scopo ultimo di poter controllare la popolazione in una situazione di emergenza e di crisi.

 In primo luogo, credo sia doveroso citare il caso del Paese all’interno del quale l’epidemia è potuta partire fino a diffondersi in tutto il mondo. La Cina è una nazione che non ha mai nascosto il suo potere di sorveglianza e controllo nei confronti della sua popolazione, ma ciò che è avvenuto in queste ultime settimane ha mostrato al mondo come un’alleanza tra Stato e industrie tech sia possibile e generi una potenza sorvegliante che fino ad ora era inimmaginabile. Più di un mese fa, infatti, il Presidente Xi Jinping operava una vera e propria chiamata alle armi per tutte quelle imprese di tecnologia, perché mettessero sul tavolo alcune innovazioni che potessero aiutare il Paese in questa situazione di crisi. Tra le applicazioni meglio riuscite vi sono, ad esempio, il nuovo sistema diagnostico che grazie ad un’intelligenza artificiale, sviluppata da Alibaba, colosso dell’e-commerce cinese, identifica il virus COVID-19 in 20 secondo con una TAC. Ma è intorno allo smartphone che l’attenzione si deve concentrare, infatti, grazie all’applicazione AliPay Health Code, sviluppata dalla già citata Alibaba, ad ogni cittadino è assegnato un colore tra verde, giallo e rosso, come i colori di un semaforo, che indicano chi può accedere agli spazi pubblici, chi ha problemi di salute o chi deve restare in quarantena. Un ulteriore innovazione è stata lanciata dagli sviluppatori di WeChat, popolare app di messaggistica cinese, che avvisa gli utenti se sono entrati in contatto con persone che sono state registrate come portatrici del virus. Tutti questi apporti tecnologici, fusi insieme alla quarantena parziale o totale, cui sono state sottoposte alcune città della Repubblica Popolare, stanno portando il Paese ad uscire lentamente da questa crisi. I dubbi sull’utilizzo di queste nuove pratiche di dataveillance, utilizzate per poter monitorare la situazione sanitaria del Paese sorgono, soprattutto all’estero, ma per molti questa sembra essere l’unica strada per poter impedire un continuo aumento dei contagi.

In secondo luogo, reputo interessante analizzare il caso di un Paese asiatico che ha deciso di affrontare il virus in maniera differente rispetto alla Cina, ma che è riuscita comunque a limitare il numero dei contagi: la Corea del Sud. La “Tigre Asiatica” da un lato ha applicato una metodologia che prevedeva tamponi a tappeto, andando a testate la positività o la negatività di una grossa fetta di popolazione. Questo sicuramente ha aiutato ad evitare i contagi, mettendo in quarantena gli infetti, ma dall’altro lato un nuovo utilizzo dei big data ha permesso di sviluppare un’applicazione, dal nome Corona100m, che utilizzando la tecnologia GPS e le telecamere di video-sorveglianza, permetteva agli utenti di sapere se fossero entrati in contatto con persone portatrici del nuovo virus.

Infine, ritengo necessario affrontare un tema che ci riguarda molto più da vicino, in quanto si tratta di una partita che si gioca sul nostro territorio nazionale ed ha che fare alcuni episodi di sorveglianza che si sono verificati in alcune regioni italiane al fine di controllare al meglio i movimenti delle persone che, per ordine del Decreto in vigore, non sarebbero dovuti uscire per motivi futili. Per quanto riguarda l’Italia diverse sono le questioni che risultano rilevanti da smuovere. La prima fa riferimento a quanto è accaduto nella Regione Lombardia intorno al 18 marzo 2020, lo staff istituzionale, infatti, avvisò i cittadini lombardi che gli spostamenti era ancora troppo massicci e molto spesso di gruppo, nonostante il regime di quarantena che era stato richiesto di osservare. Queste informazioni vennero tratte, quasi a sorpresa, richiedendo ed analizzando i dati relativi gli agganci alle celle telefoniche dei cellulari. 

La seconda questione che è necessario sollevare riguarda l’utilizzo di droni con il fine di sorvegliare la città in maniera più efficiente e veloce per evitare che vi siano persone fuori casa o assembramenti per motivi di poca rilevanza. Già molti comuni hanno adottato questa tecnologia, come quello di Forlì, in Emilia-Romagna, e quello di Marina Julia, in Friuli Venezia Giulia, e molti altri comuni stanno pensando di adottarli al fine di rendere più efficiente il lavoro già svolto dalle forze dell’ordine. 

Ma ciò che più di ogni cosa sarebbe importante fare nella situazione in cui il nostro Paese si trova, è utilizzare le tecnologie e le innovazioni di cui ormai disponiamo per adottare una serie di app e soluzioni che possano assistere tutta quella parte di popolazione portatrice di COVID-19 ma che, per mancanza di posti letto e si sintomi così gravi da necessitare il ricovero, si ritrovano ad essere in quarantena a casa propria. È proprio l’assistenza domestica che manca più di ogni cosa per molti pazienti contagiati da questo nuovo virus e sarebbe possibile grazie all’implementazioni di app o chatbot che grazie ad un’intelligenza artificiale possano fornire risposte alle molte domande che gli italiani si pongono in merito alla situazione attuale.

Ciò che possiamo comprendere dall’analisi di questi tre casi, presi a titolo esemplificativo, per permettere una corretta comprensione del confronto tra virus e nuove tecnologie, è che i mezzi e gli strumenti di cui oggi disponiamo, frutto anche di rivalità e guerre, ci offrono oggi la speranza di poter uscire velocemente da questa crisi. Fatalmente occorre ricordare come cento anni fa il mondo conosceva l’Influenza Spagnola, la più grande pandemia della storia dell’umanità che portò con sé più di 50 milioni di morti e più di 500 milioni di contagiati. La Spagnola si diffuse in tutto il pianeta a causa della Prima Guerra Mondiale ma rimase con noi dal 1918 al 1920. Oggi, grazie alle moderne tecnologie, quali possono essere l’intelligenza artificiale, il data mining o il self tracking, possiamo uscire in tempi rapidi da questa pandemia. Ma per fare ciò, credo sia necessario fare un appello. Ritornando alle parole di Noah Yuval Harari, è necessario però operare una seconda scelta, che vada verso la solidarietà mondiale, che lasci da parte le rivalità e le discordie economiche, e che ci si occupi in primo luogo di un problema che risulta essere davanti agli occhi di tutti, ma che non tutti, non disponendo di un’assistenza sanitaria efficiente o gratuita, possono permettersi di risolvere da soli.

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