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Come sradicare la cultura della violenza di genere

Il tasso di femminicidi è in aumento, segno che i provvedimenti presi di recente non bastano a contrastare il fenomeno della violenza

Risale al 27 settembre la triste notizia dell’ennesimo femminicidio ai danni di una 45enne, ricoverata a Genova, a cui il marito (anche lui in ospedale per ustioni) ha dato fuoco a seguito di un litigio. Al 31 agosto le vittime di violenza di genere nel 2020 erano 95, il 15% in più rispetto al 2019, e analizzando i dati relativi agli anni precedenti è piuttosto evidente che il fenomeno risulta essere in progressivo aumento dal 2016.

In Italia è stato recentemente approvato il codice rosso, una misura che modifica il codice penale e alcune procedure, con la finalità di velocizzare i provvedimenti di protezione nei confronti delle vittime. Eppure l’incremento del numero di femminicidi è un chiaro segnale che l’inasprimento delle misure di coercizione non bastano per arginare il fenomeno, e che il Paese ha bisogno di una massiccia rivisitazione delle politiche legate alle pari opportunità.

Laura Boldrini, responsabile dell’emendamento sul revenge porn

L’intervento “post-violenza” non è sufficiente se non ci si impegna a sradicare la cultura della violenza cominciando ad attuare provvedimenti che riescano effettivamente a prevenire gli abusi nell’ambito domestico. Ed un contesto chiave nella quale è obbligatorio intervenire è quello dell’occupazione, perché non potrà avvenire nessun cambiamento culturale se non vi è innanzitutto una metamorfosi economica. Nel 2019 l’Italia ha ottenuto l’ultima posizione per tasso di occupazione femminile all’interno dello spazio europeo: solo il 56% circa di donne ha un lavoro e un terzo su tre sono a contratto part time, per non parlare dell’ambito imprenditoriale in cui vi è una scarsa presenza di soggetti femminili in ambito dirigenziale.

Una delle principali proposte è l’introduzione di una “paternità” obbligatoria (che in Italia corrisponde a solo 7 giorni di congedo) che si equivalga temporalmente alla maternità. Il provvedimento è stato introdotto già da diversi Stati come la Svezia, la quale legge prevede 90 giorni per le donne e 90 giorni per gli uomini. I benefici sarebbero molteplici: la possibilità per il padre di essere maggiormente coinvolto nell’attività familiare e nella cura del neonato e la mancanza di scuse per il datore di lavoro che decide di non assumere una donna.

Un altro elemento discriminante è la mancanza di servizi socio-educativi per bambini al di sotto dei 3 anni, per cui in Italia risulta essere coperta solo il 24% della domanda, con il 76% dei bambini obbligati a rimanere a casa. In aggiunta allo scarso numero di posti effettivi va poi sottolineato che la maggior parte delle strutture è a gestione privata e l’iscrizione prevede costi che non tutte le famiglie hanno la possibilità di coprire.

Dal punto di vista sociale, invece, l’Italia scarseggia negli investimenti legati all’igiene mentale. In media, le Regioni spendono in servizi psichiatrici in percentuale solo il 3,49% della spesa sanitaria, ignorando che la violenza si perpetua e che chi ne è stato precedentemente vittima o proviene da un contesto domestico estremamente instabile ha più probabilità di ritrovarsi incastrato in meccanismi psicologici simili a quelli che hanno contraddistinto la relazione tra i genitori.

La correlazione fra traumi precedenti e relazioni abusive è stata dimostrata da diversi studi (come la ricerca del King’s college) i quali evidenziano che un passato caratterizzato dall’esser stati testimoni di abusi in famiglia, dipendenze da alcool o droghe e modelli socio-educativi mirati alla sottomissione aumentano esponenzialmente le probabilità di divenire poi vittime di femminicidio o di diventarne carnefici.

Per questa motivazione è fondamentale fornire tutta l’assistenza possibile sia alle vittime sopravvissute che ai loro figli, i quali (questi ultimi in particolar modo) presentano solitamente un’innumerevole gamma di problematiche sanitarie, legate in particolar modo alla sfera dell’igiene mentale.

Gli orfani di femminicidio di violenza ne vivono più di una, a partire dagli abusi fisici e verbali, i litigi e le tensioni all’interno del contesto domestico e successivamente il trauma del lutto, continuamente rivissuto a causa del processo che vede coinvolto l’intero nucleo familiare. Infine, l’infinita burocrazia che i famigliari della vittima devono affrontare per potere ottenere la custodia degli orfani sicuramente non aiuta.

Il dramma di questi bambini è stato oggetto di attenzione da parte de “La Stampa”, la quale ha intervistato una coppia di zii affidatari di due orfani di femminicidio con 8 e 10 anni rispettivamente. “Grandi difficoltà di concentrazione e di memoria, isolamento, irritabilità, instabilità, aggressività, distacco emotivo, forte conflittualità tra fratelli, sensi di colpa e di ingiustizia, vergogna di sentirsi diversi, trattati con compatimento, guardati con pietà o curiosità. Sopra ogni cosa, anche di giorno, tanta, tanta paura: innanzitutto che il padre fugga dal carcere e uccida anche loro, paura della confusione, dei rumori, del sangue, degli odori di quel giorno, paura delle ombre, dell’imprevedibilità.”

Campagna di UN Women contro la violenza sulle donne

La legislazione italiana ha iniziato solo di recente a dedicare attenzione a questa categoria di orfani, emanando un decreto che finalmente sblocca 14,5 milioni per il rimborso delle spese sanitarie e per borse di studio finalizzate all’inserimento lavorativo dei figli delle donne uccise dai propri partner.

Nonostante i piccoli passi, il cambiamento risulta essere davvero lento e l’atteggiamento della classe politica piuttosto riluttante. L’Italia è uno dei tre Paesi europei a non avere attualmente una figura responsabile delle politiche di pari opportunità e le stesse proposte di legge spesso vengono approvate dopo aver attraversato diversi ostacoli (l’emendamento sul codice rosso che avrebbe introdotto il reato di revenge porn fu inizialmente bocciata alla Camera dei Deputati con i voti contrari della Lega e dei Cinque Stelle).

In conclusione, le proposte ci sono, così come i virtuosi modelli da poter seguire, ciò che manca è probabilmente la capacità della classe politica italiana di guardare leggermente oltre le prossime elezioni e di intraprendere una politica economica realmente capace di portare ad un cambiamento sociale effettivo.

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