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Serraglio, chiuso altro locale storico della Milano culturale

Come muore la musica indipendente dopo l’abbandono degli ambienti culturali da parte delle istituzioni e di una società sempre più distratta.

“Ce ne saranno altri”, “Non arriveremo a settembre di questo passo” e “Sto pensando di cambiare professione”. Queste sono le frasi che si sentono dire di più dai professionisti del settore culturale, in particolare in quello della musica indipendente. Soprattutto oggi, dopo la chiusura del Serraglio, locale di Via Guido Priorato a Milano, annunciata così dagli organizzatori su Facebook:

Luogo di culto per molti appassionati di musica indipendente, il Serraglio è stata la location che negli ultimi cinque anni ha ospitato concerti di artisti internazionali e non. Tra questi: Giorgio Poi, Yak, Toy, Ninos Du Brasil, A Place To Bury Strangers e tanti altri.

Già la chiusura a inizio giugno del Circolo Ohibò – altro locale calamita per realtà musicali emergenti – aveva attirato l’attenzione e la rabbia di tutti. Ma con quest’ultima notizia il sentimento che più sta emergendo è lo sconforto.
Uno sconforto che è molto più profondo di quanto sembri: lo sradicamento dei luoghi di appartenenza è un fenomeno che era già in atto dapprima della pandemia, e questo dimostra come l’Italia non è più quel paese interessato all’arte come tanto viene mistificato tramite le campagne promozionali turistiche. Con questa consapevolezza, le persone che lavorano in questo settore lasciato allo sbando, si sentono confuse e amareggiate per un futuro che, se prima era incerto, ora risulta buio. Ed è così che chiudono i locali.

Il Circolo Ohibò

Ma, come citato dal post del Serraglio, un altro problema di fondo che ha portato a questa situazione – e che possiamo considerarlo il problema principale – è la sempre più mancanza di curiosità da parte del pubblico: la qualità di un’artista non viene più decisa in base alla musica che produce, ma in base alla quantità dei followers che possiede sui propri profili social e a quanti ascolti su Spotify riesce a tirare fuori. Perché quello che conta nella società della disattenzione di massa non è quello che fai, ma come lo comunichi.

A fomentare questa situazione, sono tutte quelle organizzazioni che hanno creato un hype senza sostanza verso artisti che non avevano niente di indie, se non l’apparenza. Perciò si è venuta a creare una sorta di speculazione che ha portato a un aumento spropositato dei cachet, abbattendo di fatto la possibilità per i piccoli club di perpetrare una proposta culturale remunerativa e quindi di crescere come community, portando tante persone in posti senza identità solo per una sera.

In ciò, quindi, si è venuto a creare un abbassamento culturale fomentato non più da logiche di appartenenza, ma da logiche di mercato che hanno reso gretto anche l’ascolto da parte dei singoli.

Possiamo dire che sta finendo un periodo storico per i locali dei concerti, e il coronavirus non ha fatto nient’altro che velocizzare questo processo.

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