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La posizione dell’Europa sulla Bielorussia

La situazione in Bielorussia potrebbe rappresentare l’ennesima crisi del fragile rapporto che lega l’Europa e la Russia. Putin, che rischia di perdere uno degli ultimi alleati nel continente, chiede ai Paesi occidentali di non interferire

V. Lombardi

Studentessa di relazioni internazionali, appassionata di viaggi, letteratura e Medio Oriente.
Napoli

Non servono parole” è quanto riportato dalla videomaker Christina Ivashina, la quale ha pubblicato su YouTube un video che testimonia le violenze subite dai manifestanti in Bielorussia, in piazza per protestare contro la disonestà delle elezioni tenutesi il 9 agosto.

In realtà ne servirebbero moltissime, di parole, per spiegare il caos scatenato dalle presidenziali bielorusse 2020, che hanno riportato brutalmente l’interesse dei media e della comunità internazionale verso Occidente dopo che il Coronavirus e gli scontri diplomatici USA/Cina hanno catalizzato l’attenzione per i primi mesi di quest’anno.

Quante volte sarà apparso il termine “guerra fredda” dall’inizio del 2020 in relazione a quanto avviene tra i due giganti economici? Eppure, il trionfo di Aljaksandr Lukašėnka (Lukashenko) obbliga l’Europa a tornare a rivolgere lo sguardo verso un vecchio ed ingombrante vicino. Stavolta lo scontro si svolge a Minsk, il cui regime è stato definito da diversi giornali occidentali come l’”ultima dittatura” in Europa e dove si respira ancora un clima sovietico: è in vigore la pena di morte, i servizi segreti bielorussi mantengono il nome di KGB ed è stato avviato un processo di unificazione fra Russia e Bielorussia tramite un accordo siglato nel 1999 ed entrato in vigore nel 2000, che ha portato alla nascita di una organizzazione sovranazionale denominata Unione Statale della Russia e della Bielorussia.

bielorussia
Putin e Lukashenko

La Bielorussia risulta essere attualmente punto di incontro fra interessi contrastanti e riaccende il conflitto fra i Paesi occidentali, che avevano tentato un riavvicinamento con i russi per la costruzione del nuovo gasdotto, e la Federazione Russa, al centro delle polemiche per i recenti tentativi di espansione.

La volontà di Putin di mantenere allineata la Bielorussia è piuttosto comprensibile se si guardano i nuovi sviluppi del contesto geopolitico europeo e l’evoluzione dei rapporti internazionali: la maggior parte dei Paesi che precedentemente appartenevano all’Unione Sovietica intrattiene fitti rapporti con l’Occidente, che ha “strappato” quelle aree strategiche tramite il loro ingresso nelle organizzazioni sovranazionali. Dal 2004 i Paesi Baltici fanno parte dell’Unione Europea e della NATO, di cui invece Georgia e Ucraina sono osservatori.

L’Unione Europea aveva avviato, a metà degli anni ‘90, delle trattative finalizzate a sviluppare rapporti stabili e duraturi con la Bielorussia, naufragate a causa di una condizione che ai Paesi occidentali è particolarmente a cuore: la tutela dei diritti umani. Contrariamente, l’Europa si è trovata a dover sanzionare e a prorogare di continuo le sanzioni stesse nei confronti del regime di Lukashenko a causa delle violazioni nel diritto delle elezioni e dell’oppressione dell’opposizione democratica.

Lukashenko stesso si era opposto al progressivo allargamento della NATO, costruendo di conseguenza un regime particolarmente prossimo al vicino russo, scelta motivata dalla debole economia e dalle condizioni sociali in cui versava il Paese a metà degli anni ‘90, quando il Presidente ha ottenuto il primo mandato. La sua forte disapprovazione nei confronti delle democrazie occidentali era culminata, proprio durante il primo governo, nell’espulsione di diversi ambasciatori accusati di cospirazione, compreso quello italiano.

La chiave del rapporto fra il leader bielorusso e quello russo stava proprio nell’unificazione tra i due Stati, cominciata a partire dal 2000 ma attualmente in una lunghissima fase di stallo a causa di posizioni divergenti in merito ad alcune riforme proposte. Ciò che fa particolarmente discutere i due leader (Putin in particolar modo) sarebbero le cessioni relative al rifornimento di risorse energetiche, da cui la Bielorussia è completamente dipendente dal vicino.

Nello scorso anno si è dunque parlato di una crisi. Lukashenko, fortemente associato ad uno dei molteplici capi di Stato lasciati al potere da “mamma Russia” con la finalità di mantenere il controllo su determinati territori strategici nell’Europa post-sovietica, si è rivelato contrariamente un uomo capace di tenere testa all’alleato russo. La posizione dell’Europa si è fatta dunque meno severa negli ultimi anni e, nel 2018, sono state ammorbidite le sanzioni causate dalle violazioni dei diritti umani ed è stato implementato un piano che ha come obiettivo quello di accelerare l’ingresso della Bielorussia nello spazio Schengen. Anche gli Stati Uniti si fanno finalmente avanti: giugno 2020 è culminato con l’arrivo di petrolio grezzo fornito da Washington, evento rimarcabile nella storia delle relazioni estremamente tormentate che legano i due Stati.

Il Segretario di Stato USA Mike Pompeo

L’interesse mediatico per la crisi bielorussa è strettamente legato con la nuova potenziale crisi che rappresenterebbe per i rapporti che l’Europa intrattiene con la Russia, cominciata a causa dell’annessione illegale della Crimea avvenuta ormai nel 2015. Si teme che in Bielorussia Putin possa decidere di intervenire di nuovo militarmente, benché alcuni ricercatori – come la stessa Eleonora Tafuro Ambrosetti (ISPI) – negano la possibilità che ciò possa accedere. La ricercatrice afferma contrariamente in una intervista a Fanpage che “è facile, quando si parla di queste rivoluzioni colorate, pensare all’esempio dell’Ucraina e temere un coinvolgimento militare della Russia. Però queste proteste non hanno carattere geo-politico, questa è una forte differenza rispetto al caso ucraino”, aggiungendo anche che “non credo che Putin abbia particolare interesse a mantenere Lukashenko, che si è dimostrato un alleato molto volubile e non ha esitato a giocare la carta dell’Occidente”.

E mentre Putin, in una telefonata con Angela Merkel, afferma che le interferenze e le pressioni su Minsk sonoinaccettabili, proprio nel giugno di questo stesso anno la polizia bielorussa ha arrestato 33 cittadini russi che apparterebbero al gruppo Wagner, una compagnia militare privata alla quale la Russia si è appoggiata per lo svolgimento di alcune missioni sia in Siria che in Ucraina.

Nel frattempo, Lukashenko ha schierato l’esercito al confine, manifestando preoccupazioni per una possibile reazione militare da parte di Mosca: “Sarete messi in una catena che va da Vilnius a Kiev per dimostrare la necessità di formare un cordone sanitario tra la Russia e l’Occidente, ossia un cordone che è contro la Russia. Volete che la Russia reagisca a questo?”, ha detto il Presidente durante un discorso dinanzi agli operai in sciopero all’interno di una fabbrica di trattori.

Ma è l’Europa l’attore che affronta gli ostacoli maggiori. Il popolo bielorusso avanza la legittima richiesta di terminare con questa finta democrazia e di poter finalmente eleggere un nuovo governo che potrebbe modificare completamente la direzione della politica estera, magari proprio a favore dell’Occidente, rischiando, in questa maniera, di scatenare una violenta reazione da parte della Russia. Dall’altro lato, il sostegno a Lukashenko presenterebbe una Europa poco coerente con i suoi ideali di democrazia e di tutela dei diritti umani.

La questione bielorussa non fa altro che sottolineare nuovamente quanto sia sottile il filo che lega l’Europa e la Russia e, soprattutto, quanto sia semplice aprire il vaso di Pandora per tirar fuori le profonde contraddizioni che costituiscono questo rapporto.   

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