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La crisi del neo-colonialismo cinese in Africa

La Cina detiene circa il 63% del debito contratto dall’Africa, e nonostante la pandemia, rivuole i soldi indietro

La Cina ha visto una progressiva apertura alle relazioni internazionali, processo culminato con la Belt Road Initiative nella quale anche l’Italia è coinvolta. L’obiettivo di Xi Jinping è quello di ricostruire nuovamente l’antica Via della Seta (metaforicamente parlando) tramite la costruzione di due reti di infrastrutture che si snoderebbero su due percorsi, uno via terra ed uno via mare.

Mentre la politica estera cinese sembrerebbe dunque molto proiettata al raggiungimento del Vecchio Continente, Xi Jinping ha, negli ultimi anni, silenziosamente sviluppato una fitta rete di accordi con diversi Paesi africani, portando la Cina ad essere il primo Paese al mondo per ammontare di prestiti bilaterali per gli Stati del continente africano.

In realtà il Paese rosso ha una lunga storia di relazioni con l’Africa, ma gli accordi si sono intensificati a partire dal 2010 e oggi, dopo circa dieci anni, la Cina fra i Paesi del G20 possiede circa il 63% del debito contratto dai Paesi africani. Pechino ha prestato al continente circa 143 miliardi di dollari, occupando settori particolarmente strategici. Di fatto, analizzando i destinatari degli investimenti cinesi, spicca il campo delle infrastrutture, dell’estrazione di materie prime e dell’energia; fanalini di coda invece la sanità, l’istruzione e gli aiuti umanitari.

Se questa strategia permette ai cinesi di accumulare i fondi necessari alla realizzazione della Belt Road Initiative, per gli africani invece rappresenta un’arma a doppio taglio. Diversi Paesi che hanno accumulato debiti con la Cina hanno visto la propria situazione economica aggravarsi a causa della pandemia e attualmente rischiano il default. A lanciare l’allarme è il Fondo Monetario Internazionale, a cui il gruppo di Stati appartenenti al G20 ha risposto con il DSSI (Debt Service Suspension Initiative), un programma che permette ai Paesi in difficoltà di sospendere il pagamento dei prestiti concessi. Per gli Stati africani, ovvero i principali beneficiari del programma, la prospettiva sembra essere rassicurante, se non fosse che la Cina ha accettato parzialmente la soluzione, pretendendo ugualmente il saldo di alcuni debiti contratti. Nel circuito di prestiti, infatti, la Cina fa riferimento a differenti compagnie statali e soltanto ad alcune può applicarsi il DSSI. Ciò significa che i debiti contratti con una agenzia cinese non aderente al programma promosso dal G20 dovranno comunque essere ripagati.

I rappresentanti degli Stati che fanno parte del G20 mentre discutono in merito al DSSI. La foto è stata pubblicata su Twitter

Angola

L’Angola, ex colonia portoghese, è stato uno degli Stati che è riuscito a beneficiare maggiormente degli aiuti provenienti dal Paese rosso. A seguito di una sanguinosa guerra civile, dalla quale il Paese è uscito dopo all’inizio del nuovo millennio dopo circa trent’anni di conflitto, l’Angola ha trovato nella Cina un buon partner e i due Stati hanno sviluppato una serie di relazioni bilaterali. Di fatto, l’Angola è il secondo produttore africano petrolio, preceduto dalla Nigeria, ed è ricco di diamanti. Grazie ai prestiti cinesi, l’Angola è riuscita a costruire “ben 2800 km di ferrovie, 20 mila km di strade e 250 mila tra abitazioni, scuole e ospedali”, come afferma Gong Tao, ambasciatore cinese in Angola.

Questo perché la Cina utilizza un modello definito “Angola mode”, che consiste nella stipula di un accordo commerciale nel quale la possibilità di ottenere il prestito viene “scambiata” con la partecipazione alla produzione. Attualmente la Cina detiene circa il 70% dei contratti legati a progetti infrastrutturali, assorbe il 46% dell’export angolanoe il Paese africano ha addirittura sospeso alcune leggi sul lavoro, permettendo alla Cina di portare in Angola i propri operai (prima della pandemia, l’Angola accoglieva circa 260mila cittadini cinesi).

A causa della pandemia, l’Angola vedrà una riduzione della crescita economica stimata al 4% dal Fondo Monetario Internazionale (benché il governo angolano si ostini a pubblicare previsioni molto meno catastrofiche), il prezzo del petrolio è crollato di circa il 55% (dato di giugno 2020) così come è diminuita la produzione dei barili. L’Angola deve comunque restituire alla Cina ben più di 6 miliardi di dollari.

Zambia

Lo Zambia è senz’altro uno degli Stati più colpiti dallo “strozzinaggio” cinese, nonché il Paese a più alto rischio di default. Esattamente come altre nazioni in difficoltà, lo Zambia godrà della possibilità della sospensione di una parte dei debiti accumulati, ma l’opposizione di Pechino rischia di mettere in seria in difficoltà una delle economie più colpite dalla pandemia: la Cina, che detiene circa un terzo del debito pubblico zambiano, minaccia di bloccare le trattative per la ristrutturazione del debito se lo Stato non pagherà un arretrato di 200 milioni di dollari.

Le tensioni tra i due Paesi, così come le difficoltà dello Zambia nel ripagare i propri debiti, non sono una questione recente, e sono culminate in uno scontro verbale nel 2018, in cui il Presidente zambiano ha definito i cinesi come degli “scarafaggi” perché si infilano dappertutto. Eppure, è stato lo stesso Presidente Lungu a stipulare la lunga serie di accordi commerciali, di cui alcuni esponenti dell’opposizione avevano già colto la pericolosità.

(James Lukuku era il principale leader dell’opposizione zambiano. È deceduto qualche giorno fa giovanissimo: aveva soltanto quarant’anni. In basso una sua intervista in merito all’indebitamento dello Zambia con la Cina )

Kenya

Il Kenya è uno dei Paesi che parteciperà alla Belt Road Initiative. Recentemente ha accresciuto esponenzialmente il proprio debito pubblico, attirando l’attenzione del Fondo Monetario Internazionale che ha disposto un piano per aiutare lo Stato in difficoltà. Sono stati una serie di maxi prestiti concessi proprio dalla Cina (in particolar modo dalla banca cinese Exim) a peggiorare la situazione del Paese,che adesso si trova nella condizione di non poter restituire quanto preso. La conseguenza potrebbe essere catastrofica: la Exim assumerebbe il controllo del porto di Mombasa.

I rapporti Nairobi/Pechino non hanno mai convinto l’opinione pubblica, che ha da sempre criticato il continuo indebitamento del governo. Prima della pandemia il Kenya era uno stato con una crescita piuttosto veloce, che non è né bastata a sostenere gli effetti della pandemia. La minaccia cinese di acquisire il controllo del porto hanno portato a nuove critiche nei confronti del Presidente Kenyotta, il quale nega che questa possibilità si avveri e accusa l’opposizione di diffondere false voci in merito al suo operato. Peccato che quanto detto sia nero su bianco nel contratto stipulato fra il governo e la banca cinese Exim. Se una parte del debito non verrà restituita, la Cina prenderà il controllo del porto.

Nigeria

Come abbiamo precedentemente evidenziato, la Nigeria è il primo produttore africano di petrolio nonché il Paese col prodotto interno lordo più elevato all’interno del continente. I rapporti con la Cina sono sempre stati piuttosto fitti, infatti il maggior numero di prestiti alla Nigeria provengono proprio dalla banca cinese Exim. Lo Stato ha ricevuto dalla Cina quasi 20 miliardi di dollari e i prestiti del Paese rosso rappresentano circa il 3% di tutto il debito pubblico nigeriano.

Recentemente il coronavirus ha portato i due Stati ad una crisi diplomatica, non soltanto a causa di questioni finanziarie, ma innanzitutto per motivazioni legate al razzismo. Alcuni video pubblicati in rete hanno rivelato che i cittadini cinesi abbiano accusato gli africani di essere i responsabili della seconda ondata del virus. Il fenomeno si è concentrato principalmente nella città di Guangzhou, dove effettivamente dei nigeriani sono stati trovati positivi. A quanto si evince dalle immagini, però, la risposta cinese non sembra essere stata particolarmente calorosa: i video mostrano bagagli gettati in strada e nigeriani cacciati dagli alberghi, le testimonianze aggiungono addirittura che per alcuni la quarantena sia durata oltre i 14 giorni e che li siano stati sequestrati i passaporti.

Per quanto riguarda la questione dei prestiti, la Nigeria ha attualmente aperto una inchiesta e osserva con timore la sorte dei vicini intrappolati nel debito, temendo che il Paese possa rimanere invischiato nel meccanismo dello strozzinaggio cinese. Addirittura alcuni contratti stipulati per ottenere un maxi prestito dal Paese rosso potrebbero svelare un retroscena di ambiguità e corruzione.

Il premier cinese e il premier nigeriano dopo la stipula degli accordi con le rispettive First Ladies

Conclusione

Da un punto di vista storico la politica estera cinese ha sempre tentato di presentarsi appetibile ai Paesi del Terzo Mondo e i recenti sviluppo dei rapporti commerciali mostrano che l’obiettivo è pienamente realizzato.

L’atteggiamento cinese ha ricevuto molteplici critiche, in particolar modo legate ad un approccio definito come “neo-coloniale”. Senz’altro la Cina non è l’unico Paese ad offrire prestiti agli Stati africani né l’unica ad investire nel continente, è evidente però come l’Europa finanzi maggiormente progetti di cooperazione e sviluppo, mentre la Cina si focalizza su settori strategici come le materie prime e l’energia. Un partner silenzioso, che offre soluzioni pratiche (come la costruzione di infrastrutture) e non pone scomode condizioni legate al rispetto dei diritti umani o al raggiungimento di determinati standard sociali. Un immenso lavoro di soft power che il coronavirus ha distrutto in mille pezzi. L’ammirazione africana verso la Cina diminuisce e i nodi vengono finalmente al pettine.

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